Comparve a Mosca dal nulla, come se Dio l’avesse creato direttamente sulla soglia della Seconda Università statale della città, in un mattino di gelo scricchiolante del novembre 1918. (..) A Mosca si erano accumulati un’enorme quantità di gente dal destino spezzato e avanzi di umanità sprovveduta: la rivoluzione appena conclusa aveva sradicato non già ceti ma popoli.

Le donne di Lazar’, di Marina Stepnova, Voland editore 2017, traduzione di Corrado Piazzetta, pagg 442

Come ho già detto in altre occasioni, adoro i romanzi che uniscono il racconto del destino dei personaggi alla Storia, specialmente se ambientati nel Novecento. E da qualche parte devo avere anche detto che sono affascinata dalla storia russa. In questo romanzo che ho appena terminato di leggere, ho trovato tutto ciò: un intreccio di destini umani a cavallo di tre generazioni, le tumultuose vicende della storia russa, in particolare dal 1929 alla fine degli anni Novanta. Un grande affresco storico che non è solo sfondo ma bensì sorregge e determina il susseguirsi delle vicende umane dei protagonisti, sorretto da una attenta e fantasiosa capacità affabulatoria, una sapiente tensione narrativa che fa bruciare le pagine senza nemmeno rendersene conto. Marina Stepnova utilizza una scrittura che passa attraverso molti registri: dal confidenziale, all’ironico, al lirico, all’epico, mescolati in modo armonico, a comporre un quadro ricco e particolareggiato.

Il fulcro del romanzo è Lazar’, il genio, l’ebreo sfuggito alle stragi nelle campagne russe, di cui, fin dalle prime pagine, impariamo a conoscere il carattere unico e volubile.

Lazar’ preferiva occuparsi unicamente di ciò che risvegliava il suo interesse, e questo “interesse” comprendeva non soltanto la scienza ma anche, per esempio, il gentil sesso.(..) Lindt non era affatto incline agli illogici sentimentalismi umani (..) la soluzione di un problema scientifico lo interessava molto più del risultato. (..) Difficile dire perché non si ritrovò impiombato o quantomeno in galera. Forse perché era talmente privo di senso pratico e di ambizione da apparire quasi ridicolo (..) forse era per l’umorismo (..) O forse il segreto si celava nella famigerata genialità (..) La velocità del suo pensiero. La risata decisa, dalla sfumatura meccanica. Lo splendido disprezzo per qualsiasi norma della morale comune.

Un personaggio che da solo basta a riempire un romanzo. E nelle pagine di questo, seguiamo la sua lunga vita e i personaggi-chiave che da essa hanno ricevuto o dato qualcosa. Il primo è un uomo, Čaldonov, professore di matematica dell’università, che sarà il primo a riconoscere la sua genialità e a cui la sua vita si legherà per lunghi anni. Una figura importante per il suo destino, ma non tanto quanto la moglie, Marija Nikitična, Marusja. A dividere Lazar’ e Marusja ci sono trentun anni e l’amore della donna per il marito, amore che sorreggerà la loro unione fino all’ultimo giorno di vita. Se Lazar’ è perdutamente innamorato della donna, ne è in qualche modo ricambiato, ma di un sentimento materno, poiché Marusja vede in lui il figlio che non ha mai avuto, e le loro esistenze restano intrecciate fin dove il destino, la storia e la politica sovietica li porteranno, da Mosca alla Siberia, a N-sk, ma non in una storia di lager e prigionia, intendiamoci. Bensì in un destino accomunato dalla fuga dalla capitale per sfuggire alla guerra – non senza privilegi e benefit – e, per Lazar’, per prendere parte agli esperimenti per le nuove armi nucleari.

Marusja è il grande amore di Lazar’, il volto che cercherà sempre, il profumo che sentirà tra le lenzuola anche quando altre donne si avvicenderanno nel suo letto, gli odori della cucina che esalano dalle pentole dove era solita cucinare golosità. Un insieme di sentimenti che partono dal non avere goduto dell’amore materno, probabilmente, e arrivano all’ammirazione per un ideale femminile che incarna la dolcezza coniugata alla risolutezza, l’amabilità all’intelligenza. E, naturalmente, l’inarrivabilità.

Ed è proprio nella città di N-sk che vive la seconda donna chiave nella vita di Lazar’: Galina Petrovna. Un Lazar’ avanti negli anni si innamora della diciassettenne Galina, che, in cuor suo, aveva ben altri sogni. La temuta figura dello scienziato e il potere attorno a lui creano come una bolla, che si trasforma nel castello degli orrori dentro cui Galina si ritrova rinchiusa, senza possibilità di fuga, abbandonata anche dagli affetti che riteneva saldi. Un destino crudele, animato dalla brama di Lazar’ che crede di rivivere materialmente, attraverso Galina, l’amore che non ha potuto sperimentare con Marusjia.

Fino ad arrivare – senza troppo svelare… – a Lida, Lidočka per i suoi genitori: nipote di Galina e di Lazar’, non poteva che toccarle un destino altrettanto cupo. A cinque anni, rimasta orfana di madre e abbandonata dal padre, si ritrova ad essere cresciuta da una nonna, Galina, assolutamente disinteressata a lei e incapace di qualsiasi sentimento d’affetto. Costretta a frequentare una rinomata scuola di danza classica, Lidočka soffrirà fisicamente – per aderire ai dettami di magrezza e levità necessarie alle ballerine – e moralmente per la solitudine, poiché la rivalità tra compagne di corso non lascia spazio alla solidarietà. Diventerà la più brava, ma non sarà questo a darle la felicità.

La voce narrante, che fin dall’inizio dà l’impressione di essere così addentro nelle vicende sin da conoscerne ogni particolare, si svela come figlia di due personaggi minori, due ragazzini che Marusja accoglie in casa sua durante gli anni duri della guerra e della fame. E questo averle vissute da dentro, conferisce alla narrazione un tono confidenziale, affettuoso; tono che è però bilanciato da un registro più cronachistico e storiografico che mantiene coeso tutto il racconto della storia russa e di come la popolazione viveva, dagli anni post Rivoluzione, fino alla Perestrojka. L’autrice riesce a mescolare sapientemente la cronaca privata delle vite dei personaggi – soprattutto delle donne, come il titolo già suggerisce – a quella generale di un popolo, che, dalla fine dell’Ottocento alla fine del Novecento, passa attraverso cambiamenti radicali.

Davvero un ottimo romanzo, di quelli che leggi voracemente e, alla fine delle oltre quattrocento pagine, ti rammarichi di averlo finito.

Stepnova fotoMarina Stepnova è autrice di tre romanzi. Con Le donne di Lazar’ (2012) si è classificata terza al più prestigioso premio letterario russo – il Bol’šaja kniga – ed è stata finalista ai premi Russkij Booker, Nacional’nyj bestseller e Jasnaja Poljana, solo per citare i più importanti. Il libro ha ottenuto un ampio consenso di critica, è stato tradotto in 24 lingue e pubblicato in tutto il mondo, dall’Europa all’India e ai Paesi arabi. Marina Stepnova vive a Mosca con il marito e la figlia piccola, con i quali è spesso anche nella sua casa in Toscana, terra da lei molto amata. Attualmente sta lavorando al suo quarto romanzo.

Potete leggere l’incipit qui.