Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

L’altro lato del mondo

INCIPIT

La prima volta che vidi una donna avevo undici anni e mi sorpresi di colpo così disarmato che scoppiai in lacrime. Vivevo in un eremo abitato soltanto da cinque uomini. Era stato mio padre a dare un nome a quel posto. Era «Jerusalém», semplicemente. Il quel luogo Gesù si sarebbe scrocifisso. Punto e basta. Mio padre, Silvestre Vitalício, ci aveva spiegato che il mondo era terminato e che noi eravamo gli ultimi sopravvissuti. Oltre l’orizzonte, figuravano solo territori senza vita che egli designava con un vago «Dall’altro lato». In poche parole l’intero pianeta si riassumeva così: spoglio di gente, senza strade e senza orme di animali. In quei lontani paraggi persino le anime in pena si erano estinte. In compenso, a Jerusalém, c’erano solo vivi. Ignari di cosa fossero la nostalgia o la speranza, ma vivi. Esistevamo in tale solitudine che non ci ammalavamo nemmeno e io credevo che fossimo immortali. Intorno a noi, solo gli animali e le piante morivano. E, nella stagione secca, veniva meno ingannevolmente il nostro fiume senza nome, un torrentello che scorreva dietro all’accampamento. L’umanità era costituita da me, da mio padre, da mio fratello Ntunzi e da Zacaria Kalash, il nostro domestico, che, come si vedrà, non aveva neppure una presenza. E nessun altro. O quasi nessuno.

Mia Couto

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