“Mi chiamo John Manion. Sono il più giovane a bordo.”
“Sognavo di vivere grandi avventure.”
L’ultimo viaggio dell’Octavius di Massimiliano Valentini, Alice Passeri. Nutrimenti mare, pp. 87
Recensione di Giovanni Savelli
La storia
È l’11 Ottobre del 1775 quando il giovane John Manion, di vedetta sulla coffa della baleniera Herlad, grida all’equipaggio di aver avvistato un iceberg. E dopo qualche istante, intrappolata nel ghiaccio, si palesa “una sagoma scura”, “un’apparizione improvvisa”, “spettrale”. Se ci riuscite, trattenetevi giusto un istante, prima di voltare pagina e seguite lo sguardo di John, pieno di sorpresa, ancora impegnato a scrutare quell’orizzonte grigio come l’acciaio. O quello del capitano Warren che già punta il proprio cannocchiale verso tribordo. Ecco, finalmente ci siamo, possiamo dare un nome a quella forma che emerge dal ghiaccio quasi fosse un fantasma, conservata per chissà quanto tempo prima che Valentini e Passeri ce ne raccontassero la storia.
Quell’oggetto incastonato nel ghiaccio del Mar Glaciale Artico è il forziere più grandi tutti, quello che contiene l’orrore e la meraviglia, la rabbia e la commozione. E una volta aperto non puoi fare a meno di tuffartici dentro per scoprire tutto quello che ha da raccontare.

L’ultimo viaggio dell’Octavius
C’è in questa graphic novel scritta da Massimiliano Valentini e illustrata da Alice Passeri, edita da Nutrimenti, un gusto antico di viaggi per mare, di esplorazioni ai confini estremi di un mondo, quello Settecentesco, tutt’altro che conosciuto. Era un mondo cartografato in maniera approssimativa, mancavano delle cose, ne venivano aggiunte altre e altre ancora tendevano a modificare la propria posizione a seconda del capitano di turno. E si continuava a cercare un mitico passaggio a nord-ovest che consentisse di raggiungere l’oriente attraverso il Mar Glaciale Artico. Vanto e onori a chiunque ne avesse scoperto l’ubicazione, ricchezze immense per il Paese che fosse entrato in possesso di quell’informazione. Avidità e coraggio spingevano a prendere il mare, al pari delle vele che tenevano il vento.
Nella cornice del Mar Glaciale Artico, ancora popolato di mostri e incubi che in mare più che sulla terraferma sono duri a morire, Valentini e Passeri ambientano la loro avventura, parte di essa, almeno. Ci introducono nello spazio inospitale dell’artico per suggerirci che le storie possono condurre ad altre storie se si ha il coraggio di affrontare l’ignoto.
Massimiliano Valentini compie questa operazione con una scrittura energica, attraverso dialoghi calibrati in un meccanismo che non lascia scampo al lettore. Ne segui lo svolgimento senza avere il tempo di sollevare lo sguardo dalla pagina.
Alice Passeri conferisce ai personaggi un’espressività che si manifesta nei loro volti in rabbia, sorpresa, determinazione. Nei loro occhi cogliamo un’umanità che ci avvicina a loro, se ne resta colpiti, senza bisogno di ricorrere alle parole, tanto efficace è il gesto che compie. Ci sono primissimi piani del volto di John Manion che anticipano l’orrore a cui sta per assistere, con tutta l’intensità di una prova attoriale ben riuscita. Il ritmo della storia è incalzante, puntellato da una sceneggiatura serrata, con frequenti cambi di campo che conferiscono dinamicità all’azione.
Ci accorgiamo di essere sul punto di terminare la storia dalla consistenza delle pagine che restano; fino a quel momento sprofondati nella lettura di un diario di bordo, trovato in una nave, nell’ultimo tentativo di dare memoria a ciò che è stato. È sempre possibile rallentare il passo, certo, tornare indietro di qualche tavola, fingendo di aver dimenticato un passaggio, nel tentativo di ritardare la fine con quei pietosi stratagemmi che chi legge conosce bene. Tutto inutile, quanto arrestare una nave spinta dal vento.

Riprendiamo la navigazione avvicinandoci sempre più al finale inaspettato de L’ultimo viaggio dell’Octavius. Tocchiamo terra dopo una lunga traversata per ritrovarci nello stesso luogo da cui siamo partiti, ma con la sensazione che qualcosa è cambiato. Come se nella distanza percorsa tra quel primo incontro con un iceberg e il ritorno a casa, l’esistenza avesse compiuto un giro su se stessa offrendoci nuove possibilità. Lo sa bene il giovane John Manion che ne approfitterà per concludere la propria avventura in un gesto umano di riconciliazione tra vivi e morti. Quello che resta è la memoria che da sollievo ai primi e recupera dall’oblio i secondi.
Conclusione
L’atmosfera è quella giusta per chi ama le storie d’avventura ambientate per mare, libri e vele a cui una graphic novel ha il pregio di conferire consistenza visiva. Un ottimo suggerimento per giovani lettrici e lettori che apprezzeranno senz’altro il formato e lo stile. L’avventura, quella, è garantita da una storia che fila via rapida alla maniera di uno Stevenson o di un Larsson. Chi più adulto vorrà seguire L’ultimo viaggio dell’Octavius, troverà proprio certe suggestioni che ricordano L’isola del tesoro, La vera storia del capitano Long John Silver, ma anche i tanti atlanti di mappe antiche e libri dedicati alla cartografia che negli ultimi tempi stanno venendo fuori; con un gran bene per lo studio della geografia. Mi auguro che Valentini e Passeri abbiano ancora il tempo e la voglia di condividere con noi altre storie come questa: perché c’è un gran bisogno di belle avventure.


