Fumetto, cinema, fotografia, pubblicità, rebus enigmistici. Sono queste le cinque forme espressive attraverso cui prende il via la pittura di Sergio Ceccotti, un precursore della figurazione italiana contemporanea, erede della pittura metafisica e delle atmosfere del realismo magico.


Dalla grafica pulita e precisa di Diabolik alle tonalità soffuse dei film noir, l’artista romano compone un mondo che tiene insieme il realismo delle ambientazioni e il brulicare vitale dei paesaggi urbani. Su tutto aleggia, però, un senso di mistero, di irrisolto, che parte dalla lezione di de Chirico per incarnarsi spesso nel personaggio alla Bogart che passeggia per le strade o osserva ciò che accade davanti ai suoi occhi. Scene e personaggi evocatori di incubi o paure proprie della nostra epoca.

Ceccotti si è lasciato ispirare dai film visti durante l’adolescenza, cioè i noir americani degli anni Quaranta e Cinquanta, di cui ha particolarmente apprezzato lo stile figurativo: le luci, le inquadrature, tutti aspetti che risentono del cinema espressionista tedesco. Lo hanno influenzato anche le ambientazioni sospese e angosciose di Alfred Hitchcock

Dal cinema noir americano Ceccotti assorbe il gusto per la tensione drammatica, le atmosfere cariche di mistero che presagiscono un evento drammatico. L’opera di Ceccotti è una miccia che innesca il racconto. Impossibile guardare i suoi quadri senza cedere alla tentazione di immaginare una storia. E in questo senso la sua pittura, originale e raffinatissima, risulta imparentata col romanzo. 

Sergio Ceccotti è, eminentemente, pittore di città e di certe città, perfino anzi di determinate porzioni e ambientazioni di quelle medesime città, sempre ben riconoscibili, per cogliere tranches de vie. Parigi, innanzitutto, oggetto di indiscrete violazioni voyeristiche e, più frequentemente, scenario di vicende singolarmente sospese tra l’ordinaria quotidianità e l’avvisaglia del dramma. (..) E poi la periferia di Roma. i canali di Venezia o un quartiere di Londra. Qualche volta illuminati dalla luna, altre volte da una luce vespertina, quando gli ultimi raggi di sole conferiscono una tonalità rosa-arancione alla statua di un generale o di un centauro per creare una sospensione “metafisica” che diviene la scena privilegiata degli enigmi dell’artista, lo scenario assurdo dei suoi misteri metropolitani.

Cesare Biagini Selvaggi

Le ambientazioni dei suoi quadri spaziano da un salotto borghese o il vagone di una metro affollata in cui ricercare fra oggetti e spazi le molte citazioni, i rimandi letterari o la firma dell’artista celata fra i libri, i quotidiani o le insegne pubblicitarie, che arricchiscono di una realtà vissuta i dipinti, le città deserte che appaiono come delle scenografie teatrali. La sua pittura è stata accostata a quella di Edward Hopper, il grande interprete e cantore della solitudine nella vita americana contemporanea. Pur tuttavia, l’artista statunitense immortala sulla tela il silenzio e l’incomunicabilità fra gli individui, laddove Ceccotti esplora i confini del mistero e delle angosce quotidiane.

Ceccotti, infatti, è un artista profondamente colto, sia di una cultura classica che contemporanea; la sua opera artistica si avvicina e fa proprie le tematiche delle avanguardie storiche inserendole in contesti attenti alla «cultura di massa» dei nostri tempi.

Ci sono nei suoi quadri i richiami di una letteratura contemporanea, italiana e straniera, sensibile ai misteri e alle inquietudini odierne: Georges Perec, Patrick Modiano, Antonio Tabucchi, Paul Auster e via dicendo. Per non dire degli echi, a livello di atmosfere, di taluni autori della narrativa poliziesca americana del genere urbano e noir come Dashiell Hammett o Raymond Chandler.

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