L’amore per gli animali di affezione (o di compagnia, come si diceva una volta) accomuna molte persone e ovviamente anche gli artisti e gli scrittori. Molti di loro ne hanno posseduti e amati, ne hanno fatto personaggi per le loro opere, gli hanno dedicato poesie o dipinti. Insomma chi non ha amato un gatto, un cane, un uccellino, un maialino, una capra….

Come molti di voi sanno, personalmente amo tutti gli animali e ne ho ospitato tanti in casa mia. In questo ultimo decennio la mia casa è stata invasa da tre bassotti, che si sono aggiunti al nostro storico gatto Anacleto, che purtroppo ci ha lasciato qualche mese fa alla bella età di sedici anni.
Ecco perché nutro molta simpatia per l’editore Nicolas Lykin, il quale regalò ad Anton Pavlovic Cechov, scrittore e drammaturgo russo, ben due cuccioli di bassotto; lo scrittore chiamò il maschio Bromine (dal greco, “forte odore”) e la cagnolina Quinine (che è un antidolorifico). La seconda era pigra e poco attiva ed era la preferita dell’autore e, secondo il racconto della sorella di Cecov, Masha, la cagnolina ogni sera andava da Anton e gli metteva le zampe posteriori sulle ginocchia.

Edith Wharton, che di abitudine scriveva sdraiata sul letto, lo faceva in compagnia dei suoi cani, anch’essi accoccolati sul talamo tra libri, giornali e fogli sparsi. Wharton amava soprattutto i pechinesi, in particolare il piccolo Linky; affermava che i cani l’avevano aiutata a superare le dure prove della vita.

Alexander Pope, poeta e autore satirico, aveva al suo fianco Bounce, una femmina di alano che durante le passeggiate proteggeva il padrone dagli scrittori da lui scherniti.

Il compagno a quattro zampe preferito di Lord Byron si chiamava Boatswain (Nostromo) ed era un terranova. Il suo adorato cane contrasse in seguito la rabbia e quando morì Byron compose per lui un epitaffio:

In questo luogo
giacciono i resti di una creatura
che possedette la Bellezza ma non la Vanità
la Forza ma non l’Arroganza
il Coraggio ma non la Ferocia,
e tutte le Virtù dell’Uomo senza i suoi Vizi.
Quest’elogio, che non sarebbe che vuota Lusinga
sulle Ceneri di un Uomo,
è un omaggio affatto doveroso alla memoria di
Boatswain, un Cane,
che nacque in Terranova nel maggio del 1803
e morì a Newstead Abbey
il 18 novembre 1808.

La sua lapide, che si trova a Newstead Abbey, è persino più grande di quella dello stesso Lord Byron. 

Charles Dickens inserì gli animali anche nelle sue opere; in una delle sue più celebri, Oliver Twist, descrive un personaggio chiamato Bill Sikes, uno dei personaggi più cattivi descritti dallo scrittore. Sikes possiede un cane che si chiama Bull’s Eye, di razza Bull Terrier; la creaturina viene continuamente maltrattata dal suo padrone. Ma, nonostante ciò, i due sono inseparabili.

Un altro personaggio letterario ispirato dal reale animale domestico di uno scrittore è Nana, la cagna infermiera in Peter Pan. J.M. Barrie prese ispirazione da Luath, il landseer bianco che tanto amava.

Elizabeth Barrett Browning – poetessa inglese, sposata col poeta Robert Browning – possedeva un cocker spaniel di nome Flush; molto spesso scriveva di lui, decantando il fatto che fossero compagni inseparabili. Flush divenne famoso grazie ad un romanzo di Virginia Woolf, intitolato proprio Flush, vita di un cane, pubblicato nel 1933. Attraverso il punto di vista di questo Cocker Spaniel con il pelo fulvo, la scrittrice racconta la vita di Elizabeth Barrett Browning: del matrimonio con Robert Browning, della malattia della poetessa, della fuga in Italia, e della nascita a Firenze del figlio dei due, Pen.

Toby era l’amatissimo setter irlandese di John Steinbeck; lo amò davvero molto, tanto da perdonargli di avere divorato metà della prima stesura di Uomini e topi. Steinbeck amò molto anche Charley, un French Poodle. Nel 1960 Steinbeck decise di fare un viaggio on the road: si fece costruire una casa mobile completa di cucina e accessori collocandola sopra un autocarro battezzandola Ronzinante, come il cavallo di Don Chisciotte. Nel suo viaggio lo accompagnò proprio Charley il suo speciale barboncino francese.
Viaggi con Charley venne pubblicato nel 1962, uscì poi in Italia nel 1969 tradotto da Luciano Bianciardi.

Thomas Hardy, scrittore poeta inglese, insieme a sua moglie Florence, aveva un fox terrier di nome Wessex, un cane piuttosto aggressivo. Amava proteggere il suo territorio anche e soprattutto quando qualche estraneo arrivava a casa Hardy. Persino il postino doveva fare attenzione a non farsi strappare i pantaloni.

Lo scrittore scozzese, Arthur Conan Doyle, “papà” del celebre investigatore privato Sherlock Holmes, ha dato vita anche al suo cane, Toby che, in più di un’occasione lo ha aiutato a risolvere alcuni dei suoi casi, fiutando indizi. Toby compare per la prima volta ne Il segno dei quattro, del 1890, il secondo romanzo su Sherlock Holmes, un cane dal pelo lungo, con le orecchie pendenti, bianco e marrone, che il detective definisce persino migliore della polizia londinese.

Lo sapevate che il cane preferito di Stephen King era un Corgi di nome Marlowe?

Lo scrittore russo-francese Romain Gary e sua moglie l’attrice Jean Seberg amavano gli animali, al punto da portarsi dietro un piccolo zoo quando si trasferirono a Hollywood, dove lei recitava in un film. Portarono con loro da Parigi: il gatto birmano Bruno e la sua compagna siamese Maï; la vecchia gatta di strada Bippo, misantropa e selvatica; il tucano Billy-Billy, adottato durante una trasferta di Jean Seberg in Colombia e Sandy, un grande cane giallo, un cucciolone ingenuo. Tutto raccontato in questo romanzo.

Da bambina i miei personaggi preferiti erano Gli Aristogatti, un film d’animazione che ho visto centinaia di volte… E allora, parliamo di gatti!

Edgar Allan Poe possedeva una gatta tartarugata, Catarina, che amava sedersi sulla sua spalla mentre Poe scriveva; Catarina lo ispirò per la scrittura del racconto Il gatto nero.

Un micio di razza ragdoll era l’animale da compagnia preferito di Jack Kerouac, di nome “Tyke” che è stato descritto nel romanzo Big Sur. A lui dedicò inoltre molti haiku, componimenti poetici tipici della letteratura giapponese. Purtroppo quando lo scrittore statunitense dovette abbandonare New York lasciò anche Tyke che, la notte seguente alla sua partenza, morì.  

Taki era il persiano nero di Raymond Chandler: gli si accoccolava sulle ginocchia, sulla macchina da scrivere e sui fogli. Mi ricorda il mio gatto Anacleto, anche lui un persiano nero che ci ha allietato la vita per ben sedici anni.

Lucy Maud Montgomery, la celebre autrice dei libri per l’infanzia di Anna dai capelli rossi, aveva invece al suo fianco un gatto soriano grigio, Daffy, al quale leggeva le sue bozze.

La passione di Ernest Hemingway per i gatti è risaputa: ne possedeva a decine, sia nella casa di Cuba che a Key West. Ve ne ho parlato QUI. Un altro amante dei gatti era Aldous Huxley, che consigliava agli aspiranti scrittori di tenere una coppia di felini, possibilmente siamesi, di osservarli e di prendere nota del loro comportamento per aprirsi un varco nella psicologia umana. Anche Jorge Luis Borges subiva il fascino felino: il suo amato gatto era Beppo, mentre Julio Cortázar chiamò il suo gatto Theodor W. Adorno (riferendosi a lui sempre con il nome completo) in onore del sociologo e filosofo tedesco. Pare che Thomas Hardy abbia chiamato il suo gatto Kiddleywinkempoops, affibbiandogli un più pronunciabile soprannome: Trotto.
Mark Twain ha avuto molti gatti, fino a 19 contemporaneamente. Haruki Murakami ha avuto un gatto chiamato Peter Cat e in suo onore ha chiamato così un jazz club che aprì a Tokyo.

Per non parlare di Charles Bukowski, che aveva un gatto che chiamò Factotum, come una delle sue raccolte. Bukowski raccoglieva gatti randagi che poi portava a casa con sé. Lasciava entrare felini malandati che apparivano sulla sua soglia, adottandoli come veri e propri membri della famiglia. Spesso gli animali comparivano nelle sue interviste, così come erano liberi di scorrazzare sulla sua scrivania o sui tasti della macchina da scrivere. È uscito postumo il libro di Bukowski dedicato ai gatti, Sui gatti; è una raccolta di poesie, annotazioni, qualche testo in prosa e testi inediti, o comunque apparsi in precedenza su riviste a bassa tiratura.

Nelle fotografie degli anni ’50 e ’60 che ritraggono Albert Camus, lo si vede quasi sempre avvolto in una nuvola di fumo, magari seduto al Café de Flore, con una Gitane o una Gauloise tra l’indice e il medio della mano sinistra: il suo gatto, non a caso, si chiamava Cigarette.

Doris LessingWilliam S. Borroughs e T. S. Eliot non solo adoravano i loro gatti, ma hanno anche scritto dei libri su di loro. La prima un romanzo chiamato Gatti molto speciali; il secondo un romanzo con il titolo Il gatto in noi; il terzo una raccolta di poesie intitolata Il libro dei gatti tuttofare. a cui fu ispirato il musical Cats.

Anche a casa nostra non mancano gli amanti dei gatti: da Italo Calvino a Elsa Morante, da Liala a Renata Viganò. E pare che anche il buon Petrarca fosse un patito dei felini. Il vate, Gabriele D’Annunzio, aveva una predilezione per levrieri e alani.
Per lo scrittore romano Emanuele Trevi (autore, fra l’altro, di I cani del nulla) il proprio cane Tolep è un regolatore dell’umore. C’è anche Clementina, la cagnetta che ha insegnato al grande Raffaele La Capria «a guardare le cose dal basso».
Dino Buzzati fu proprietario di boxer e di bulldog per tutta una vita. Ed è prendendo spunto dai suoi rapporti vivi con loro che l’autore bellunese scrisse tante pagine fortunate, poi raccolte nel Bestiario, uscito nel 1991, summa letteraria del rapporto che Dino intratteneva con gli animali. «Il cane è la prova dell’esistenza di Dio», amava ripetere Buzzati. Che prima di morire aveva regalato alla compagna Almerina un basset hound, che girava libero per Cortina. E poi Paolo Cognetti e il suo cane Lucky, che definisce «il mio maestro zen, mi insegna cos’è la felicità».

Fedeli ed eroici, i cani in letteratura hanno occupato un ruolo fondamentale: tanti scrittori ne hanno celebrato la lealtà, il coraggio e la devozione nei confronti dei loro compagni umani. A partire da Argo, nell’Odissea di Omero, che dopo aver atteso per vent’anni il suo padrone Ulisse, è il solo a riconoscerlo nonostante sia travestito da mendicante; fino a Lassie, il rough collie tanto amato dai bambini… gli esempi non mancano.

Non solo cani e gatti…
Lo scrittore inglese Charles Dickens amava i cani ma era anche un tipo un po’ eccentrico e al momento di scegliere un animale d’affezione si orientò su qualcosa di più originale. Dickens aveva anche diversi corvi come animali domestici. Questi uccelli sono spesso associati al cattivo auspicio e sono legati alla cultura dark, ma sono anche animali intelligenti, tanto da riuscire ad imitare i suoni umani. Grip, il primo corvo dello scrittore, ispirò il romanzo Barnaby Rudge pubblicato nel 1841, in cui l’omonimo protagonista era sempre accompagnato da un corvo parlante, molto intelligente.
Del terzo corvo da lui posseduto, chiamato allo stesso modo, si dice addirittura che avesse un carattere tanto imponente da riuscire a dominare anche il cane di famiglia Turk, un bullmastiff che gli lasciava mangiare i pezzi di carne migliori.
Questo famoso animale domestico non fece la sua comparsa solo nelle opere di Dickens stesso.
Pare che anche Edgar Allan Poe, dopo aver fatto amicizia con lo scrittore e dopo aver conosciuto il suo Grip, sia stato ispirato a scrivere The Raven: Poe rimase talmente estasiato dall’incontro con l’animale da dedicargli persino un poema.

E rimanendo in tema di corvi, anche Truman Capote ne possedeva uno: Lola, era il corvo che gli nascose così bene la prima pagina di un racconto da convincerlo infine ad abbandonarne la stesura.

Spesso scrittori e scrittrici – ma anche artisti in genere – si sono sbizzarriti nello scegliere nomi originali per i loro animali domestici. Dorothy Parker ha chiamato uno dei suoi barboncini neri francesi Cliché perché, come aveva riferito a un giornalista, le «strade sono tappezzate di barboncini neri francesi», mentre Maurice Sendak ha chiamato il suo cane Herman come Herman Melville, uno dei suoi più amati scrittori americani. Gertrude Stein battezzò il suo barboncino bianco Basket, «perché era talmente vanitoso che avrebbe dovuto andarsene in giro portando un cestino di fiori in bocca».  Infine George Orwell e sua moglie Eileen avevano una capra di nome Muriel, chiamata come una zia di Orwell che la consorte detestava. Una capra con lo stesso nome sarebbe apparsa anche in Animal Farm, presentandosi però come uno dei personaggi più simpatici del libro.

E non solo gli scrittori hanno questa profonda liaison con gli animali.
Il filosofo Arthur Schopenhauer si dimostrò un animalista e un sostenitore della vita degli animali, tanto da scegliere un’alimentazione vegetariana.  Era inseparabile dal suo barboncino biancoAtma. Il nome è significativo, poiché vuol dire proprio “essenza”, “anima del mondo”, e indica come la sua esistenza fosse profondamente legata a quella del cagnolino.

Una delle “coppie” composte da artisti e animali domestici più famose è quella formata da Salvador Dalí e il suo ocelot Babou. L’eccentrico Dalí ricevette Balou (pare) in regalo dal presidente colombiano negli anni ’60. Da quel momento portò con sé l’ocelot ovunque: all’hotel parigino Le Meurice, a bordo della SS France e in un ristorante di Manhattan, dove disse a una signora spaventata che l’animale era un normale gatto che era stato dipinto con delle macchie.

Il pittore svizzero Paul Klee era un vero e proprio fan dei gatti. Possedette almeno sei gatti domestici nel corso della sua vita: Fritzi, Bimbo I, Nuggi, Mys, Skunk e Bimbo II, che sono stati tutti fonte di ispirazione e hanno goduto di una certa libertà. Paul Klee permetteva perfino ai suoi gatti di camminare sulle sue opere d’arte.

Come lui, anche Ernst Ludwig Kirchner: quasi nessun altro grande artista del XX secolo ha dipinto più immagini di gatti di lui. Il suo gatto nero Bobby, entrato nella sua vita nel 1919, gli fece spesso da modello. Un anno dopo la morte di Bobby nel 1930, seguì Schacky e nel 1935 Flecky e altri gatti, che accompagnarono Kirchner fino alla sua morte nel 1938.

La pittrice messicana Frida Kahlo si circondò nella sua casa di un’ampia varietà di animali. Kahlo possedeva cani, uccelli, un cervo e due scimmie ragno di nome Fulang Chang e Caimito de Guayabal, che le diedero conforto e forza dopo il suo divorzio dal pittore Diego Rivera nel 1939. Spesso si dipingeva anche insieme ai suoi animali. Complessivamente si possono vedere in 55 opere, e particolarmente noti sono i suoi autoritratti con le sue scimmie.

I bassotti hanno un grande seguito tra gli artisti, il che potrebbe essere dovuto al loro aspetto dalla forma insolita. Un artista che adora i “cani salsicciotti” è il pittore britannico David Hockney. In un ciclo di immagini realizzate tra il 1993 e il 1995, ha immortalato i suoi due bassotti, Boodgie e Stanley, in numerose opere.

Un altro bassotto si è fatto un certo nome nella scena artistica newyorkese degli anni ’70. L’allora partner dell’icona della Pop Art Andy Warhol (1928-1987), Jed Johnson, convinse l’artista a prendere un cane, il bassotto Archie. Warhol era così affezionato ad Archie che si rifiutò di recarsi a Londra per un incarico perché avrebbe dovuto lasciare Archie da solo.

Il bassotto più famoso nella storia dell’arte è Lump (birbante, in tedesco), che ha accompagnato e ispirato Pablo Picasso per sei anni. Poiché i bassotti sono noti per essere molto testardi, non sorprende che Picasso non abbia scelto il cane, ma il cane abbia scelto Picasso. Picasso e Lump condividevano un profondo amore reciproco che l’artista non aveva mai mostrato a nessuno dei suoi altri cani. Lump era in realtà il cane del fotografo David Douglas Duncan, che portò con sé il bassotto quando visitò Picasso nel sud della Francia nel 1957. Lump saltò immediatamente tra le braccia dell’artista e rimase al suo fianco per i successivi sei anni. Picasso ha immortalato il suo ospite permanente in varie opere d’arte, tra cui le le 44 versioni de Las Meninas di Velázquez, dove Lump ha sostituito il cane molto più grande del dipinto originale.

Anche uno dei miei miti musicali, David Bowie era un amante dei bassotti, per non parlare di Marilyn Monroe

Dunque non posso che chiudere questo post con la foto del mio amato Napoleone

Foto di copertina: E.B. White and his dog Minnie in White’s office at the New Yorker. Photo via Tilbury House