L’apolide, di Alessandra Jatta, Voland 2024, pp. 240

Di Olga due cose sono certe: non sorride mai e ha sempre vissuto al di sopra dei propri mezzi.

L’apolide è il seguito del romanzo precedente, Foglie sparse, e riprende le vicende della famiglia Olsufiev; in questa nuova opera, Alessandra Jatta racconta la fuga dalla Russia al dilagare della rivoluzione del 1917. La famiglia, composta da Olga Olsufiev, il marito Vasilji, i cinque bambini e le fedeli tate, dopo avere lasciato Mosca e avere affrontato mesi di viaggio fra mille pericoli in uno dei periodi più sanguinosi della storia Russa, riesce a salpare sull’incrociatore inglese che li porterà in salvo e ad arrivare a Firenze, in un crescendo di paura e sollievo all’arrivo in Italia.

Lasciandosi alle spalle Mosca, la Russia, i privilegi legati al censo, le proprietà ormai nazionalizzate, gli Olsufiev hanno perso tutto; resta la proprietà di Firenze, acquistata anni prima, da cui ricominciare. Del resto la Russia in cui sono nati e vissuti non esiste più; gli Olsufiev, con la fuga, oltre ai beni materiali, hanno perso anche l’identità, la cittadinanza: sono ora apolidi, e dovranno passare molti anni prima di potere ottenere la cittadinanza italiana, e divenire a pieno titolo italiani. Passo che Vassilji non avrebbe mai acconsentito di fare, non avrebbe rinunciato alla sua identità russa per niente al mondo, nemmeno per il futuro dei figli. Ma Olga, no; lei ha un solo obiettivo: maritare le figlie con dei buoni partiti e consentire all’unico figlio maschio, Aleksej, quarto conte Olsufiev, di entrare all’Accademia militare di Livorno, per proseguire la linea familiare di ufficiali.
Mentre il marito Vasilji si imbarca in un estremo tentativo di avviare un’attività produttiva, Olga ha un solo pensiero: tenere unita la famiglia e costruire un futuro per i figli degno del loro passato, della casata e del lignaggio.

Ai ragazzi non ha mai parlato della propria ossessione per il puzzle, ha sempre avuto paura di perdere uno di loro, uno dei tasselli del grande, meraviglioso affresco di casa Olsufiev. Ora invece è sollevata al pensiero che il prossimo a mancare sarà il suo. Morendo lei finisce l’idea stessa del puzzle e anche la paura.

La figura centrale di tutta la narrazione è Olga, la contessa. Una figura per cui ho faticato a provare empatia. Se da un lato si comprende la vicenda umana dell’esilio, delle perdite non solo di sicurezza economica, ma di tutto un mondo di valori che si è dissolto, dall’altro è difficile giustificare il suo essere molto materialista, ancorata ai privilegi derivanti dal titolo nobiliare, la presunta superiorità verso la borghesia operosa di Firenze, men che meno alcuna preoccupazione per chi nella povertà ci ha vissuto da sempre. Specialmente in Russia.
Olga non si è preoccupata delle finanze dissestate dalle sue continue perdite al gioco, dal suo non sapere amministrare le rendite per garantire ai figli un minimo di sicurezza economica, che non sia quella acquisita con i matrimoni, cioè con i soldi degli altri. La sua ludopatia, la sua superficialità nel non volere nemmeno comprendere i sentimenti del figlio verso la fidanzata italiana, l’arrivismo sociale, ne tratteggiano il carattere.

Pur apprezzando la qualità della scrittura e la capacità dell’autrice di descrivere le vicende dei suoi avi, ho avvertito fastidio proprio nei confronti della protagonista; capisco che questo sia un mio limite, una mia incapacità di entrare in sintonia con Olga, l’incapacità di comprendere una mentalità e un sistema di valori così lontani dai miei. Quindi prendete questa recensione per quello che è: l’espressione del mio gusto personale.

Basato su documenti storici, diari, lettere e foto in possesso dell’autrice, discendente di quella nobile famiglia, L’apolide è un romanzo avvincente che rappresenta uno spaccato storico preciso e che descrive con molta cura e capacità l’inserimento nella società fiorentina di molti russi che, fuggendo dal loro Paese, hanno trovato in Italia un luogo in cui ricominciare a vivere.
Un aspetto che ho particolarmente apprezzato è la descrizione della città, dei luoghi d’arte di cui è disseminata, delle atmosfere, dei profumi che rendono questa magnifica città unica al mondo.

Qui potete leggere l’incipit del romanzo.

Alessandra Jatta è nata a Roma nel 1960. Laureata alla Sapienza in Storia dell’Europa orientale, e alla Sorbonne in Letteratura francese, ha vissuto all’estero per diversi anni lavorando come traduttrice, interprete, giornalista e organizzatrice di eventi. Ha due figli, vive attualmente a Roma. Foglie sparse è il suo primo romanzo.