Dio dorme nella pietra, di Mike Wilson, Edicola ediciones 2024, traduzione di Livio Santoro, pp. 144

Mike Wilson, con Dio dorme nella pietra, ci conduce in un’odissea solitaria attraverso paesaggi aspri e inospitali, dove l’uomo si confronta con la sua insignificanza di fronte all’immensità della natura. Il romanzo, a metà tra western e riflessione metafisica, ci immerge nella lotta interiore di un cowboy che, confrontandosi con l’immensità della natura, scopre i limiti della sua umanità e l’importanza di ritrovare un equilibrio interiore.

Il protagonista, un cowboy solitario e taciturno, è un personaggio sfaccettato e complesso. La sua identità rimane in ombra, quasi a simboleggiare l’universalità della sua esperienza. Il suo viaggio è un percorso interiore, una discesa agli inferi alla ricerca di una verità che sembra sfuggirgli continuamente.

Avvolto da un’atmosfera densa e opprimente, in un Far West dimenticato da Dio, tra Texas, Arizona e Montana, il cowboy errante si ritrova immerso in un crescendo di turbamento. Le lande desolate, un tempo solitarie, sono ora infestate da culti oscuri che adorano divinità preistoriche. Man mano che il suo viaggio prosegue, il cowboy si imbatte in riti sanguinari, simboli arcani e creature mostruose, svelando un mondo sotterraneo di antichi mali risvegliati. Le montagne, un tempo maestose, si trasformano in cattedrali del male, dove l’eco di antichi incantesimi si mescola con riti macabri, che diventano una proiezione delle sue paure più profonde, e la ricerca di un significato trascendentale lo conduce verso un abisso oscuro e imperscrutabile.

Le sue mani, abituate al peso dell’arma, trovano più facile uccidere che comunicare. Il suo viaggio è una lenta agonia, un percorso costellato da cadaveri. Inizia sopprimendo un cavallo ormai decrepito, un atto di pietà che nasconde un fondo di crudeltà. Poi uccide un uomo che cavalca. La scena dell’infanticidio, un’immagine di orrore che lo perseguiterà per sempre, lo spinge ad agire, ad un’altra uccisione, ma la vendetta non gli porta alcuna pace. La maledizione sembra seguirlo ovunque, come un’ombra oscura; la violenza non lo appaga, anzi, lo consuma dall’interno. La macchia del peccato si allarga, come le cisti che presto deturperanno il suo corpo.

La narrazione, con un’apparente semplicità, ci trascina in un abisso di violenza e cinismo, dove le credenze religiose, anziché essere fonte di conforto, diventano strumenti di manipolazione e controllo. L’assenza di rimorso e la facilità con cui si travalicano i confini morali gettano un’ombra cupa sulla condizione umana, invitandoci a riflettere sulla fragilità della nostra umanità e sulla pervasività del male.

La natura, in questo romanzo, è molto più di uno sfondo: è un personaggio a tutti gli effetti, con la sua forza bruta e la sua indifferenza alle sorti umane. Il Far West, come lo conosciamo dalle pellicole cinematografiche, è un mito che parla all’anima. Sergio Leone e Cormac McCarthy (vedi Meridiano di sangue), nei loro rispettivi linguaggi, ne hanno svelato la potenza evocativa, dipingendo paesaggi che sono vere e proprie metafore della condizione umana dove ogni elemento è un frammento di un puzzle che compone il ritratto di un mondo duro e implacabile. Non servono dialoghi elaborati, basta un orizzonte infinito, il sibilo del vento che alza la polvere, ossa e piante rinsecchite, per raccontare tutta la solitudine e la violenza che si annidano nell’anima di un cowboy.

C’è secondo me tanto Mc Carthy nell’architettura narrativa del romanzo di Wilson: stesso stile ellittico e descrittivo, la passione per i dettagli, il tempo e lo spazio dilatati che poi si restringono su un particolare, cogliendone i dettagli essenziali, con brevi ma efficaci descrizioni.

I paesaggi desertici, le montagne impervie e le rocce millenarie nel romanzo di Wilson diventano dei co-protagonisti, imponendo la loro legge e mettendo in discussione la nostra concezione di tempo e spazio. Wilson compone un’ode alla bellezza selvaggia e inospitale, che ci ricorda la nostra fragilità di fronte alle forze della natura.

Lo stile di Wilson è asciutto e diretto, privo di fronzoli e orpelli. Le descrizioni sono precise e evocative, riuscendo a trasmettere al lettore la sensazione di solitudine e di smarrimento del protagonista. La lingua, essenziale e ipnotica, ci trascina in un ritmo lento e meditativo, invitandoci a riflettere sui grandi temi dell’esistenza.

Questo romanzo piacerà a chi ama il genere western, pur essendo un’interpretazione originale del genere, che va oltre i cliché e si concentra sull’aspetto psicologico dei personaggi. Lo consiglio a tutti coloro che amano i romanzi che invitano alla riflessione, che scavano a fondo nell’animo umano e che ci mettono di fronte alle grandi domande della vita.

Qui potete leggere l’incipit del romanzo.

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Di padre americano e madre argentina, Mike Wilson ha trascorso l’infanzia tra Cile, Texas e Paraguay, e l’adolescenza a Buenos Aires. Dal 2005 vive a Santiago del Cile. Ha pubblicato diversi romanzi tra cui RockabillyLeñadorCiencias ocultasNémesis e Wittgenstein y el sentido tácito de las cosas. Ha ricevuto, tra gli altri, il Premio de Creación Artística Universidad Católica, il Premio de la Crítica chilena e il Premio del Consejo Nacional de la Cultura y las Artes.