Isofromatem, di Alberto Urso, Amarganta edizioni 2024, pp. 144

senza ali dischiuse
ma con cicatrici ancora sanguinanti
mi spengo da vivo
come un foglio scritto ma strappato

Pag.20

Alberto Urso, con Isofromatem, ci conduce in un viaggio introspettivo che ci pone di fronte a un interrogativo fondamentale: che cosa ci rende ciò che siamo?
Il romanzo si apre su uno scenario inquietante: in un limbo esistenziale, sospeso tra l’essere e il non essere, un uomo come tanti, avanti negli anni ma perfettamente lucido, riflette sulla propria identità e sul senso da dare a questa fase della vita. L’uomo è confinato in una struttura assistenziale, un non-luogo che riflette la sua condizione di smarrimento e di distacco dalle relazioni familiari.

In tutta la mia esistenza mi sono sempre sentito “fuori posto”. Sempre estraneo, solo e senza patrie né reali né immaginarie. Tempo perso, nascita inutile, vita stupida e inerziale. Ho sempre adorato Samuel Beckett ma ho anche sempre ritenuto che il suo teatro fosse poco “assurdo” e molto reale perché io quell’assurdità la sentivo ogni istante sulla mia pelle.

Pag. 26

La narrazione all’inizio procede in forma di diario: giorno dopo giorno, l’io narrante divaga, riflette, scrive poesie e brevi racconti che invia ad una “segreteria letteraria” situata all’interno della struttura in cui soggiorna, senza grandi aspettative, se non quella di “vedere cosa succede”. Osserva ciò che lo circonda con occhio lucido, disincantato, e un tantino severo. Dalla sua vasta cultura – che ha alimentato la sua fame intellettuale per tutta la vita – ripesca i suoi autori preferiti, i filosofi e le loro teorie, si pone in dialogo con loro, come a stabilire un sodalizio navigato e disilluso, condito con ironia e sagacia, con cui interpretare il piccolo mondo in cui è confinato.

Mentre i giorni trascorrono tutti uguali, l’uomo ripercorre la sua vita, a tratti con un certo rimpianto, in altri momenti con senso critico. L’occhio ingenuo con cui osservava il mondo quando era bambino, a stupirsi per ogni sorpresa, la realizzazione professionale, i sentimenti, la paternità, poi il declino, fisico ma certo non mentale, la lucidità e la curiosità sono forse le uniche fondamenta a tenere in piedi l’edificio del suo essere.

L’incontro con Stella, come un’alba che squarcia la nebbia, diventa il catalizzatore di una straordinaria trasformazione, un risveglio che lo porterà a ritrovare se stesso e a riconquistare il diritto a sognare ed amare, anche a dispetto di ogni sterile convenzione sociale.

Stella è la psicologa della struttura e crede che stimolare gli ospiti a praticare la scrittura abbia un grande valore dal punto di vista terapeutico. Per Stella il nostro protagonista è Aldo Resti, ha un nome e un cognome, ed è capace di esprimere i suoi pensieri in una forma che li rende fruibili e che potrebbero aiutare gli altri ospiti; ecco dunque che gli propone una collaborazione letteraria.

L’uomo è sorpreso ed emozionato, quasi incredulo che questo stia effettivamente accadendo. Un cambiamento sottile, ma profondo, si impossessa di lui. Quello che prima considerava un luogo di “parcheggio”, ora assume i connotati di un luogo di conforto. La sua percezione della realtà cambia radicalmente. Si rallegra per ogni piccola cosa, trovando gioia nei gesti più semplici. L’infermiera, il medico, la signora Zarelli, tutti sembravano parte di un grande quadro che lo sta lentamente riempiendo di serenità. Persino il cibo, prima consumato per necessità, si trasforma in un piacere per i sensi. Mentre Aldo e Stella iniziano a collaborare, cominciano anche a conoscersi, ad aprirsi l’uno verso l’altra, a confidarsi, scoprendo che le loro sensibilità hanno molto in comune e possono sostenersi a vicenda.

Il confronto con La metamorfosi di Kafka – il titolo del resto ci indica quello – viene spontaneo. Entrambi i romanzi ci presentano protagonisti che subiscono una radicale trasformazione. Tuttavia, se in Kafka l’insetto in cui si trasforma Gregor Samsa è simbolo di una deumanizzazione progressiva, in Urso la metamorfosi è un processo di rinascita, un ritorno all’identità originaria, un cammino verso la realizzazione e la consapevolezza che è possibile vivere la vita fino in fondo, per la durata terrena che ci è concessa.

L’ambiente in cui si svolgono le vicende ha un ruolo cruciale. Sia la stanza di Gregor Samsa sia la struttura assistenziale in cui è confinato il protagonista di Isofromatem sono spazi claustrofobici, che riflettono la condizione di isolamento e alienazione dei personaggi. Tuttavia, mentre Kafka enfatizza l’impossibilità di comunicare e di essere compresi, Urso ci mostra come l’amore e la compassione possano superare ogni barriera.

La figura femminile, in entrambi i romanzi, è centrale. Se in Kafka le figure femminili sono spesso rappresentate come distanti e indifferenti, in Urso Stella diventa il catalizzatore della trasformazione del protagonista, offrendogli un’ancora di salvezza e la possibilità di ritrovare se stesso.

Il tempo, in entrambe le opere, è un personaggio a sé stante. In Isofromatem, il tempo sembra sospeso, dilatato, come se il protagonista vivesse in una bolla fuori dal tempo. Questa percezione del tempo è legata alla sua condizione di isolamento e alla mancanza di stimoli esterni. Al contrario, in La metamorfosi, il tempo sembra accelerare, pressare Gregor Samsa, sottolineando la sua crescente alienazione dalla famiglia e dalla società. La società, in entrambe le opere, è rappresentata come un’entità ostile e indifferente, che marginalizza e rifiuta coloro che sono diversi o non più produttivi. Tuttavia, mentre in Kafka la società è vista come una forza inesorabile, in Urso c’è uno spiraglio di speranza, rappresentato dalla figura di Stella, che offre al protagonista un’alternativa alla solitudine e all’alienazione.

In conclusione, Isofromatem è un’opera che esplora il tema della metamorfosi, intesa come rinascita interiore. Il titolo, un gioco di parole che ribalta le aspettative, sottolinea il potere trasformativo dell’amore e la possibilità di risorgere anche dalle ceneri, ritrovando la propria umanità e la voglia di continuare a sognare. Un romanzo che, pur richiamando le atmosfere cupe di Kafka, ci offre una visione più ottimistica e ci invita a credere nella possibilità di un cambiamento positivo.

Alberto Urso nasce in una città dell’hinterland milanese alla fine del 1963. Da sempre lettore appassionato e onnivoro, fin da giovanissimo si diletta anche a scrivere raccontini e piccole poesie che, ancora conserva, beatamente addormentati, in un cassetto. Raggiunta un’età non più verdissima, viene a trovarsi su un binario morto dove un simultaneo e inatteso fall-out di accadimenti lo tramortisce fino quasi a sommergerlo completamente. È a questo punto, però, che, in un modo altrettanto inaspettato, un Amore sconvolgente lo ridisegna totalmente, regalandogli una sorprendente e coloratissima rinascita, sentimentale e non solo. Proprio da questa esperienza nasce l’idea di Isofromatem, romanzo finalista del concorso IoScrittore del 2023.