Il signore delle acque, di Giuseppe Zucco, Nutrimenti 2025, collana GreenwichExtra, pp. 192

Doveva sentire anche lui la strana vertigine che avevo provato io – gli anni che ti crescevano addosso, che si allungavano e si allargavano davanti, ricolmi di tutto ciò che non c’era. Era il potere delle storie e di chi le raccontava. Scoprii allora che mio padre e mia madre mi avevano regalato tutta un’altra vita che non sapevo di avere.

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Nutrimenti arricchisce il suo catalogo con un romanzo distopico che si dipana con un ritmo ipnotico, capace di concatenare un capitolo dietro l’altro senza lasciare al lettore alcuna possibilità di interrompere la lettura. Complice la voce innocente di un bambino, l’abilità affabulatoria di Zucco funziona come il pifferaio magico che incanta coloro che incontra sulla sua strada.

La rappresentazione della fine del mondo, sia in letteratura che nel cinema, ha radici profonde nel Novecento, spesso intrecciandosi con la raffigurazione del collasso sociale. Negli ultimi anni, tuttavia, questo tema ha subito una trasformazione, incorporando le preoccupazioni legate alla crisi climatica. Questa evoluzione ha dato forma a un nuovo genere narrativo, l’eco-distopia, che esplora l’eco-ansia e le paure suscitate dal disastro ambientale. Possiamo, credo, collocare in questo filone narrativo il romanzo di Giuseppe Zucco, che punta l’attenzione sull’imminenza del disastro e sull’impatto emotivo sulle persone.

Il signore delle acque di Giuseppe Zucco si distingue per la sua capacità di esplorare l’apocalisse attraverso la lente dell’innocenza infantile. Il protagonista bambino, con la sua percezione acuta e il suo disorientamento, diventa il veicolo perfetto per esaminare le reazioni umane di fronte alla catastrofe. Non avendo ancora gli strumenti razionali o esperienziali per comprendere cosa sta succedendo, il bambino se li costruirà sulla propria pelle nel dipanarsi degli infiniti giorni d’attesa della fine, giorni colmi d’angoscia e di scoperta.

Il cielo, un tempo manto azzurro solcato da nuvole danzanti, è ora un tetto plumbeo opprimente, un oceano sospeso, gravido di un silenzio innaturale squarciato da sinistri stridori. Non piove più, non da mesi. L’acqua in una sorta di ribellione anarchica, ha abbandonato il suo ciclo millenario, rifiutandosi di cadere. Si è ammassata in un’unica, immensa onda sospesa, una massa gorgogliante e minacciosa che incombe sul mondo come una spada di Damocle.

Dalle finestre impolverate delle case, gli sguardi si levano verso quell’aberrazione celeste, un misto di paura e rassegnazione dipinto sui volti. E l’onda sospesa, lassù, continua a crescere, a minacciare. Un presagio di un’apocalisse imminente, un castigo per un’umanità che ha dimenticato il valore dell’acqua, il dono più prezioso della Terra.

L’angoscia che pervade gli adulti è palpabile: la paura dell’ignoto, l’impotenza di fronte a una forza superiore, la disperazione di fronte alla fine imminente. Lo scricchiolio sinistro, che via via diventa boato, accompagna l’abbassamento dell’enorme massa d’acqua, che il bambino registra giorno per giorno facendo dei segni sul vetro della finestra della sua camera: è il timer che scandisce il conto alla rovescia.

Zucco descrive con maestria come queste emozioni distorcano i comportamenti, portando a decisioni irrazionali e a una regressione a istinti primordiali. La scelta dei genitori di mettere al mondo un altro figlio, in un momento in cui la vita stessa sembra destinata a scomparire, è un esempio lampante di questa disperazione, un tentativo insensato di aggrapparsi alla speranza in un mondo che sta crollando.

Il bambino rifiuta l’idea del fratellino, si sente depauperato delle loro attenzioni, delle loro carezze e baci, unico balsamo in questo mare d’angoscia. E allora sente che a casa non c’è più posto per lui e decide di fuggire.
La fuga del bambino diventa un viaggio di formazione brutale. La città in rovina è un teatro di sopravvivenza, dove la pietà è un lusso che nessuno può permettersi. L’incontro con un’umanità allo sbando, dove la legge è quella del più forte, dove perfino i bambini diventano aguzzini, costringe il protagonista a confrontarsi con la parte più oscura della natura umana. Lungo le strade sconvolte della città assiste alla devastazione dei negozi, alla violenza insensata, alle case date alle fiamme; il mondo si rivela in tutta la sua disperata certezza della fine imminente.

Mai fare affidamento sulle persone,, disse la donna. Nessuno verrà a cercarti. Tutte le volte in cui ho cercato qualcuno, nessuno ha cercato me.

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L’infanzia non è solo un regno di luce e innocenza, ma anche un luogo di ombre e misteri. Nel contesto de Il signore delle acque, questa dualità dell’infanzia viene amplificata dalla catastrofe imminente. Il protagonista bambino, con la sua sensibilità acuta, percepisce l’angoscia degli adulti come un’ombra che incombe sul suo mondo. I baci e le risate, che dovrebbero essere il fondamento della sua infanzia, sono oscurati dalla paura e dall’incertezza.

Forse crescere era questo, pensai. Queste due cose insieme. La capacità di attirare la violenza su di me e di creare il vuoto intorno a me.

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La città in rovina, con la sua umanità allo sbando, diventa la “scuola di tenebra” del bambino. Qui, impara che la realtà è tutt’altro che semplice, che è intrisa di “arcani, misteri, abissi”. La sua innocenza viene messa alla prova dalla brutalità del mondo, dalla perdita di ogni punto di riferimento. Tuttavia, anche in questo scenario apocalittico, l’infanzia conserva la sua capacità di meraviglia e di speranza.

In questo contesto, la simbologia della rinascita assume un significato amaro. Il pesciolino dai mille riflessi che il padre porta a casa volteggia dentro la boccia e sembra dialogare col bambino. L’unico atto di “rinascita” che il bambino riesce a compiere è quello di spingere il pesciolino verso l’alto, nella nuvola d’acqua che incombe. Questo gesto, apparentemente piccolo, è un atto di pura innocenza, un tentativo di salvare una scintilla di vita in un mondo che sta morendo. Diventa un simbolo potente: la fragilità della vita, la sua effimera bellezza, la sua lotta disperata per la sopravvivenza. La rinascita, in questo mondo sommerso dall’angoscia, non è quella dell’umanità, ma quella di un singolo essere vivente, un’eco di speranza in un oceano di disperazione.

La morte apparteneva al regno della fede, perché anche se sembrava sempre qui, non era ancora qui, era la nostra stupida paura a consegnarci l’illusione che già esistesse. (..) E allora, proprio perché il mondo non finiva di finire, che senso aveva consegnare i nostri ultimi giorni a qualcosa che non c’era?

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In definitiva, l’infanzia nel romanzo di Zucco è un microcosmo dell’esistenza umana, un luogo dove la luce e l’ombra si intrecciano, dove la speranza e la disperazione si confrontano. Il protagonista bambino, con la sua resilienza e la sua capacità di trovare bellezza anche nel caos, ci ricorda che l’infanzia, anche nella sua forma più fragile, può essere una fonte di forza e di speranza.

Il signore delle acque è un romanzo che lascia il segno, un’opera che ci costringe a riflettere sulla nostra umanità, sulla nostra capacità di sopravvivenza, sulla nostra resilienza di fronte all’apocalisse. Zucco ci ricorda che, anche quando tutto sembra perduto, la speranza può trovare un modo per emergere, anche se in forme inaspettate e fragili.

Qui potete leggere l’incipit.

Giuseppe Zucco è nato a Locri nel 1981. Lavora in Rai, suoi racconti sono apparsi su Nuovi ArgomentiNazione Indianaminima & moraliaColla e L’inquieto. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015). Ha pubblicato il romanzo Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017), e due raccolte di racconti, Tutti bambini (Egg, 2016) e I poteri forti (NNE, 2021) con cui ha vinto il Premio Ceppo Racconto.