Un lampo di fortuna, di Ayòbámi Adébáyò, La Nave di Teseo 2025, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, pp. 461
Romanzo finalista Booker Prize
2023

Dava per scontata la sua buona sorte. Come se fosse impossibile che durasse solo per un po’. Lei invece non era mai riuscita a scrollarsi di dosso la sensazione che la vita era una guerra, una serie di battaglie, con qualche lampo di fortuna di breve durata.

Pag. 221

Nella Nigeria dei primi anni Duemila, segnata da una corruzione endemica e da investimenti insufficienti in settori cruciali come sanità e istruzione, si annidano le radici di profonde ingiustizie. È in questo contesto vibrante eppure problematico dello stato di Osun che Ayòbámi Adébáyò ambienta il suo intenso secondo romanzo, Un lampo di fortuna.

Il racconto si dipana attraverso le esistenze di due nuclei familiari distanti socialmente, abitanti di un’anonima città nel cuore del sud-ovest nigeriano. Le loro storie si intrecciano sottilmente all’inizio, grazie a un incontro fortuito tra due membri delle famiglie. Tuttavia, saranno le loro decisioni – e le mancate occasioni – a tessere un legame indissolubile tra i loro destini, svelando progressivamente la complessa architettura narrativa del romanzo. Questa struttura, che si rivela al contempo sorprendente e ineluttabile, conduce il lettore verso un epilogo di potente impatto emotivo.

Intrecciando con maestria i destini delle due famiglie, la narrazione di Adébáyò illumina con forza impietosa come le deficienze politiche del paese si riverberino direttamente sulle esistenze individuali, innescando una catena di eventi che culminano in profonde tragedie personali.
Al centro di una famiglia borghese agiata si staglia Yèyé, una matriarca dalla lucida consapevolezza della labilità della fortuna. Preoccupata per le insidie del futuro, accumula con meticolosità i suoi preziosi gioielli d’oro, immaginandoli come un baluardo contro eventuali rovesci. Il suo desiderio più ardente è sigillare il futuro della primogenita Wúràolá, una brillante specializzanda in medicina, attraverso un matrimonio vantaggioso con Kúnlé, il figlio di un amico di famiglia stimato e benestante.

In questo scenario, emerge con prepotenza il peso di una società patriarcale che costringe le donne, indipendentemente dal loro livello di istruzione, a sottostare a rigide aspettative familiari. In un simile contesto culturale, un “buon matrimonio” non è solo auspicabile, ma diviene un imperativo sociale, un elemento imprescindibile per la realizzazione e la rispettabilità femminile.

Eniolá, primogenito di un padre insegnante animato da nobili aspirazioni di un futuro professionale borghese per il figlio, vede il precario equilibrio familiare infrangersi brutalmente con un’ondata di licenziamenti scolastici. Questa improvvisa sciagura innesca una lenta e inesorabile discesa verso l’indigenza. La madre, ora costretta a frugare tra i rifiuti alla disperata ricerca di plastica e metallo da rivendere, lotta quotidianamente per assicurare alla famiglia un misero pasto. Il padre, annientato dal peso emotivo di una prolungata disoccupazione, si ritira in un silenzioso abisso di depressione, trascorrendo le sue giornate immobile a letto, lo sguardo fisso nel vuoto.

Ben presto Eniolá comprende che l’esistenza agiata a cui ambisce è un miraggio irraggiungibile attraverso un malandato apprendistato da sarto o frequentando scuole pubbliche dove l’assenza degli insegnanti è la norma. La sua unica, fragile speranza risiede nel conseguire un diploma in un istituto privato di second’ordine, un lusso proibitivo per le finanze familiari, dove la disciplina si traduce in brutali punizioni corporali per i ritardi nel pagamento delle rette. Mentre il romanzo mette impietosamente a nudo le scelte impossibili che queste famiglie si trovano ad affrontare quotidianamente – cibo, affitto o istruzione? – sono le laceranti difficoltà sociali e psicologiche a colpirci con la forza di un pugno nello stomaco.
Il tormento dei genitori, dilaniati dal desiderio di offrire un futuro migliore ai propri figli e poi consumati dalla vergogna di dover ammettere la sconfitta o di arrendersi all’evidenza, risuona con una dolorosa autenticità.

Sotto la superficie di una prosa sovente controllata, pulsa una violenza multiforme: politica, domestica, psicologica. In Eniolá, questa si incarna in una rabbia sorda, a lungo repressa. Il nostro primo incontro ce lo presenta come un sedicenne obbediente e promettente, le cui ambizioni accademiche si infrangono rovinosamente contro una sconsiderata iniziativa governativa che spazza via tutti gli insegnanti statali di storia. Con una partecipazione emotiva intensa, Adébáyò traccia la cupa parabola discendente di Eniolá, il suo progressivo scivolamento nelle spire di teppisti locali assoldati dal politico più influente. In queste pagine, si svela con nitida amarezza come le continue umiliazioni inflitte dalla privazione dei diritti e da un orgoglio maschile ferito e offuscato lo spingano verso scelte autodistruttive.

In netto contrasto con la vicenda di Eniolá si staglia la storia di Wúràolá. Nata nel privilegio di una famiglia agiata e influente, la ventottenne Wúràolá è una brillante dottoressa tirocinante, il cui futuro professionale si preannuncia radioso. Tuttavia, nel suo affresco delle deficienze dello stato nigeriano, Adébáyò utilizza la realtà lavorativa di Wúràolá per illuminare le devastanti conseguenze della cronica carenza di finanziamenti negli ospedali di una nazione paradossalmente ricca di petrolio. Le sue descrizioni, intense e senza edulcorazioni, della sfibrante stanchezza che annienta Wúràolá tra i reparti sovraffollati, colpiscono il lettore con forza.

Se la situazione professionale è critica, quella sentimentale si rivela ancor più insidiosa per Wúràolá. Secondo i dettami dell’alta borghesia nigeriana, Kúnlé Coker incarna il partner ideale. Dietro la facciata rispettabile, tuttavia, si cela un uomo irascibile e incline alla violenza fisica. Un pericoloso connubio di insicurezza personale e radicate aspettative sociali spinge inesorabilmente Wúràolá verso un matrimonio che percepisce come la sua definitiva rovina.

Il ritmo narrativo subisce un’impennata propulsiva con l’avvicinarsi delle elezioni governatoriali, una contesa ad alto rischio in cui il padre di Kúnlé si erge a sfidare il governatore in carica, un politico privo di scrupoli. Questa accesa competizione politica trascina inesorabilmente i destini dei protagonisti del romanzo nel suo epicentro.

Con Un lampo di fortuna, Ayòbámi Adébáyò lancia un’accusa vibrante contro una classe politica che ostenta una sconcertante indifferenza verso le terribili realtà vissute dai propri elettori, arrivando anzi a sfruttare cinicamente tali difficoltà per il proprio tornaconto. Come il romanzo stesso dimostra con amara lucidità, il virulento settarismo politico che ne scaturisce si manifesta con tragica evidenza nelle strade, infliggendo ferite profonde a coloro che sono lontani dai centri di potere e alimentando una cultura perversa in cui la violenza politica perpetrata ai danni della gente comune è divenuta una normalità inquietante.

La trama, pur non indulgendo in sfumature ambigue – i cui antagonisti si rivelano prevedibilmente corrotti e la cui crudeltà raggiunge vette quasi melodrammatiche nella sua ostentazione – sorprende per la profonda compassione con cui Adébáyò umanizza coloro che vengono inesorabilmente risucchiati nel turbine di quel potere. Le errate valutazioni e le fragili illusioni dei personaggi sono tratteggiate con una penetrante empatia, vibranti di autentica vitalità. L’esito di tali fallimenti lega indissolubilmente i destini di Eniolá e Wúràolá, e la brutale collisione dei loro mondi, così distanti in apparenza, non fa che sottolineare la loro intrinseca e condivisa fragilità.

Nonostante l’opprimente contesto patriarcale e le rigide aspettative sociali che gravano sulle protagoniste, Un lampo di fortuna illumina anche potenti dinamiche di sorellanza e di mutuo sostegno femminile. In un mondo in cui i destini delle donne appaiono spesso interconnessi da fili di vulnerabilità condivisa, emergono gesti di cura e solidarietà inaspettati, un tacito accordo nel prendersi cura l’una dei fardelli dell’altra. In questo scenario spicca con forza la figura di Motara, sorella di Wúràolá, un’anima ribelle che incarna una decisa opposizione alla logica del matrimonio come unico orizzonte esistenziale per le donne. La sua voce si leva con coraggio contro la normalizzazione della violenza domestica, rappresentando un faro di resistenza e un’alternativa possibile a un destino altrimenti segnato dalla sottomissione. Attraverso il suo spirito indomito, Adébáyò introduce una nota di speranza e la possibilità di una Agency femminile che rifiuta le catene delle convenzioni e aspira a un futuro autodeterminato.

Articolato in quattro sezioni distinte, ciascuna introdotta dalle parole di alcuni tra i più significativi romanzieri nigeriani degli ultimi vent’anni – Sefi Atta, Chika Unigwe, Helon Habila e Teju Cole – Un lampo di fortuna si impone come un’opera di indubbia complessità e ricchezza di dettagli, pur mantenendo una tale intimità narrativa che i suoi personaggi si sedimentano profondamente nella memoria del lettore. Pur dispiegandosi su una tela più ampia e rivelando una trama di maggiore stratificazione rispetto all’acclamato esordio di Adébáyọ̀, Resta con me (di cui vi ho già parlato), questo romanzo costituisce una potente riprova della sua straordinaria abilità nell’intrecciare molteplici fili narrativi in una vivida e penetrante rappresentazione del panorama politico nigeriano.

In definitiva, Un lampo di fortuna si rivela un’esperienza di lettura intensa e profondamente coinvolgente, un’esplorazione senza sconti delle dinamiche di potere, della corruzione e delle fragili esistenze individuali sullo sfondo di una Nigeria contemporanea lacerata dalle disuguaglianze.
Grazie alla sua prosa incisiva, alla sua capacità di umanizzare anche le figure più marginali e alla sua lucida analisi delle implicazioni politiche sulle vite private, quest’opera si rivolge idealmente a lettori interessati alla letteratura contemporanea africana, a coloro che apprezzano narrazioni complesse e stratificate capaci di offrire uno sguardo penetrante sulle realtà sociali e politiche di paesi in rapida trasformazione, e a chiunque sia alla ricerca di storie potenti che risuonino a lungo dopo l’ultima pagina.

Qui potete leggere l’incipit.

Ayòbámi Adébáyò è nata nel 1988 a Lagos, Nigeria. I suoi racconti sono apparsi in numerose riviste e antologie. Si è laureata in Letteratura inglese alla Obafemi Awolowo University e ha conseguito una specializzazione in Scrittura creativa alla University of East Anglia. Lavora come editor della Narrativa per “Saraba Magazine”. Resta con me, il suo straordinario romanzo di debutto, tradotto in tredici lingue, ha suscitato grande entusiasmo nella critica e nei lettori. “The New York Times”, “The Guardian”, “The Economist”, “The Wall Street Journal” lo hanno nominato tra i migliori libri del 2017, ed è stato finalista al Baileys Prize.
Un lampo di fortuna è stato nella longlist del Booker Prize 2023.

Ayòbámi Adébáyò è stata nominata uno dei giudici per l’assegnazione del Booker Prize 2025.