Il figlio perduto, di Olga Grjasnowa, Keller editore 2025, traduzione dal tedesco di Angela Lorenzini, pp. 320

Il recente approdo in Italia, grazie all’attenta edizione di Keller, del romanzo Il figlio perduto di Olga Grjasnowa, scrittrice di origine azera nata a Baku, dischiude al lettore orizzonti temporali e geografici distanti dalla nostra quotidianità. In un arco narrativo che si estende dal 1839 al 1857, il lettore è condotto in un suggestivo itinerario che spazia dalle aspre terre del Caucaso settentrionale, con il Daghestan come fulcro iniziale, alla maestosità di San Pietroburgo, alle terre polacche, alla vibrante Tblisi, per poi fare ritorno, attraversando la Russia zarista, al punto di partenza, ovvero l’imanato di Akhulgo, in Daghestan.

Intrecciando con audacia la precisione della cronaca storica, come la stessa autrice puntualizza e come una semplice verifica può confermare, Grjasnowa si concede la libertà di innestare elementi di finzione. Questa sapiente commistione non altera la solidità della trama, bensì ne esalta la struttura profonda e la risonanza emotiva, dando vita ad un avvincente romanzo storico. Attraverso il racconto di un singolo destino, l’autrice illumina le ombre e le luci dell’imperialismo russo e la vibrante complessità della vita musulmana nel Caucaso. La sua prosa asciutta e incisiva, venata di un sottile umorismo nero e animata da un’acuta analisi politica, fa di quest’opera un contributo straordinario al genere della narrativa storica.

Quella notte era solo un ragazzino che aveva nostalgia dei suoi genitori e piangeva a dirotto. Voleva andare a casa, voleva il suo letto e sua madre. Non voleva nient’altro che essere una persona comune.

Pag. 30

Il figlio perduto narra la vicenda di una figura storica, Jamalludin Shamil, strappato al padre – l’influente Imam Shamil, leader spirituale e militare caucasico – e consegnato in ostaggio alla Russia. In uno scenario che riecheggia il clima e le tensioni di quel periodo storico, il protagonista si dibatte con una crisi d’identità sorprendentemente moderna e universale. Schiacciato tra due mondi e due figure paterne antitetiche – il padre guerriero e devoto che lo offre in pegno con le migliori intenzioni ma che rimane silente alle sue lettere, e lo zar Nicola I, figura sempre più dispotica che lo educa nelle accademie militari con l’obiettivo di farne un alleato – Jamalludin vive un lacerante conflitto interiore. La narrazione oscilla tra la magnificenza delle serate imperiali, fatte di balli sfarzosi e opulenza, e l’aridità della disciplina militare, richiamando, in filigrana, le grandi dinamiche umane di Guerra e Pace.

Il sipario narrativo si alza sul doloroso affidamento del giovane Jamalludin, appena otto anni, dalle rocche assediate di Akhulgo, tra le impervie montagne del Caucaso settentrionale, e dalle braccia di sua madre, e consegnato all’esercito russo. Nato come ostaggio temporaneo, pegno per sancire fragili trattative di pace, il ragazzo intuisce presto la fallacia della promessa di un rapido ritorno. Il suo destino lo conduce nella maestosa San Pietroburgo, dove apprende la lingua russa dalle cure di una governante per essere poi inserito in un collegio militare dove potrà ricevere un’educazione adeguata. Le rare udienze con lo zar, pur confermando il suo singolare status di figlio di un leader temuto, non gli valgono una piena integrazione nell’algida società russa, lasciandolo prigioniero di una perenne lealtà scissa.
Proprio quando l’amore sboccia per un’aristocratica dallo spirito libero, accolto con naturalezza dalla sua famiglia di artisti, il richiamo del suo passato si fa ineludibile: lo zar lo richiama al suo cospetto per annunciare la tanto attesa liberazione orchestrata dal padre – ormai quasi ritenuta impossibile – e lo costringe a un immediato ritorno, per uno scambio di prigionieri, verso una terra ormai straniera.

Il rientro nel Caucaso, lungi dall’essere un ricongiungimento, si configura per Jamalludin come un ulteriore, straziante sradicamento. Abituato a una morale aliena, egli fatica a decifrare le dinamiche familiari, la sua lingua madre un eco lontano che stenta a risuonare. La speranza di un dialogo, di una soluzione negoziata al conflitto con la Russia che egli tenta di instillare nel padre, si scontra con la cieca determinazione e l’intransigenza di quest’ultimo, mentre il destino della guerra si compie inesorabile. La rivelazione della cinica intercettazione russa delle sue lettere recide l’ultimo filo che lo legava affettivamente al passato. Tornato in patria come un fantasma, Jamalludin soccombe alla tubercolosi in una solitudine desolante, il suo breve ritorno segnato da un’amara consapevolezza di irrimediabile estraneità.

Non sapeva cosa provava. Era il dolore di aver salutato per sempre San Pietroburgo che lo raggiungeva solo in quel momento o il sollievo di rivedere presto i suoi genitori e suo fratello? Ma invece di essere felice, si sentiva tradito.

Pag. 247

Oltre agli echi di Guerra e pace, il romanzo riporta alla mente un’altra opera di Tolstoj, il romanzo breve (o racconto lungo) Hadji Murad scritto tra il 1895 e il 1904 e pubblicato postumo nel 1912. Hadji Murat è una figura storica realmente esistita, un importante guerriero e leader caucasico (ceceno) che, in un momento cruciale della guerra tra la Russia e le tribù del Caucaso, passa dal lato russo. Tolstoj lo ritrae con una straordinaria ambivalenza: un uomo di grande coraggio, astuzia e forza fisica, ma anche un individuo spietato e guidato da complesse motivazioni personali e politiche. La sua lealtà è fluida, dettata dalla necessità e dalla sopravvivenza, rendendolo un personaggio profondamente umano e moralmente ambiguo.

Il Caucaso e la fervente aspirazione alla libertà delle sue popolazioni di fronte all’oppressione russa costituiscono un motivo centrale e profondamente radicato nella letteratura russa. Da Puškin a Lermontov, passando per le risonanze poetiche di Mandel’stam e Pasternak, fino alle narrazioni di autori contemporanei di spicco come Aleksandr Ilichevsky e Alisa Ganiyeva, questa tematica ha nutrito generazioni di scrittori. Pur esprimendo la sua gratitudine, tra gli altri, al moscovita Ilichevsky, lo stile di Grjasnowa sembra curiosamente riannodare i fili con la sensibilità del XIX secolo, sfiorando talvolta un tono di un romanticismo decisamente spiccato.

Con pennellate vivide, Grjasnowa dipinge la desolante realtà del Daghestan, giustapponendola allo sfarzo abbagliante della corte russa e alla miseria del popolo servo. I celebri cantanti lirici che hanno lasciato un segno indelebile nella storia russa tessono la trama del romanzo tanto quanto l’immancabile duello, la cui necessità drammaturgica appare, forse, meno stringente. Intrecciando parole chiave della storia russa, l’autrice delinea l’oppressivo sistema zarista sotto Nicola I: la ribellione decabrista affiora in un accenno fugace, così come la figura di Bakunin, la cui famiglia Jamalludin frequenta. Non manca un riferimento al celebre atto di clemenza che risparmiò Dostoevskij dalla condanna capitale. Fenomeni sociali cruciali come il dilagante antisemitismo e i primi vagiti dell’emancipazione femminile tra la nobiltà russa trovano spazio attraverso scene e personaggi significativi.
Forte di un legame biografico unico, essendo madrelingua russa nata nel Caucaso meridionale, Olga Grjasnowa infonde al racconto una risonanza particolare, frutto della sua intima comprensione del doloroso rapporto tra caucasici e russi.

Qui potete leggere l’incipit.

Il Daghestan – letteralmente “il paese delle montagne” – è una repubblica della Federazione russa, la più estesa nel Caucaso settentrionale. Ha proclamato la propria sovranità nel 1993, ma ha accettato di fare parte della Federazione russa, pur entrando spesso in contrasto con le autorità moscovite. La repubblica è rimasta coinvolta, dal 1996 in avanti, nel conflitto russo-ceceno, che spesso ha avuto ricadute in territorio daghestano, ed essa stessa è stata teatro di sanguinosi fermenti autonomistici a base etnica e religiosa, poi soffocati dal ripristino del controllo russo sulle due aree. Nonostante ciò, hanno continuano a operare nell’area organizzazioni jihadiste, che negli anni successivi si sono ripetutamente scontrate con le forze di sicurezza, confluendo nel 2015 nel gruppo terroristico dell’IS, in un crescendo di tensioni, faticosamente arginato dalla violenta repressione attuata dal governo centrale, che è stato probabilmente alla base degli attentati terroristici verificatisi nel giugno 2024 a Makhachkala, il capoluogo, e Derbent, sul Mar Caspio.

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Olga Grjasnowa – Boato

Olga Grjasnowa è nata nel 1984 da una famiglia ebrea russa a Baku, in Azerbaigian. Nel 1996 si è trasferita con la famiglia in Germania, nell’Assia, nell’ambito di un’azione umanitaria di contingentamento di rifugiati, iniziando a imparare il tedesco a 11 anni. Nel 2010 si è laureata in Scrittura letteraria presso l’Istituto di Letteratura Tedesca di Lipsia. A conclusione di alcuni soggiorni studio in Polonia, Russia (all’Istituto di Letteratura Maxim Gorki) e Israele, ha studiato Coreutica alla Libera Università di Berlino. È sposata con l’attore siriano Ayham Majid Agha, con il quale ha una figlia.
Per il suo romanzo d’esordio «Tutti i russi amano le betulle» (Keller, 2015) ha ottenuto il premio Anna Seghers e il premio Klaus-Michael Kühne. Per keller è apparso anche «Dio non è timido».