Quello che so di te, di Nadia Terranova, Guanda 2025, pp. 272
Libro incluso nella cinquina finalista del Premio Strega 2025

La storia di Venera è una fiaba, si invera per ripetizione, nell’oralità. Come puoi scrivere di lei, sul serio ti reputi all’altezza?

Pag. 47

Quello che so di te è è un romanzo autobiografico, anche se non nel senso di una cronaca familiare lineare ma piuttosto un romanzo che esplora la memoria familiare, la maternità e le implicazioni della follia, in particolare attraverso la figura della bisnonna dell’autrice, Venera. Il romanzo è una ricerca della verità e della consapevolezza, dove la scrittura diventa uno strumento per affrontare il non detto e per dare voce alle donne e alla loro esperienza di maternità e di disagio mentale
È un romanzo che scandaglia i misteri non detti e i silenzi tramandati da generazioni attraverso la Mitologia familiare, tessendo una trama potente di legami di sangue e ferite emotive. L’autrice porta alla luce non solo il peso del passato familiare, ma anche la realtà spesso inesprimibile che molte donne portano dentro di sé, rivelando le paure che si tramandano di generazione in generazione, con una forza quasi ancestrale.

Al centro della ricerca, c’è la figura di Venera, la bisnonna dell’autrice, dipinta dalla Mitologia familiare con le tinte dell’isteria, della malinconia e del silenzio. Dopo una brutta caduta che le costa la perdita della bimba che aspettava, Venera precipita in un bozzolo di afflizione e solitudine, un misto di senso di colpa e inadeguatezza. La sua disperazione, incompresa dal marito e dalla società dell’epoca, la rende un “imbarazzo” per la famiglia, fino a condurla a “Mandalari” – il manicomio di Messina, dal nome del suo fondatore – dove viene internata. La caduta accidentale di Venera, che la rende una “superstite della vita”, diventa un simbolo potente delle tante esistenze spezzate da un inciampo improvviso, da un macigno insormontabile che ha deviato il loro cammino. Sono storie di sopravvissute, in cui il dolore si fa silenzio.

Venera è un fantasma che fa visita alla narratrice in sogno e che, con la nascita della figlia dell’autrice, sembra incarnarsi nel suo corpo, lasciando una macchia sul viso, un marchio di affinità e legame. Ma una madre, sembra suggerire la società, non può permettersi di impazzire. Con l’arrivo della figlia, Nadia si trova ad attraversare un varco, a interrogarsi su quell’eredità emotiva, su un genogramma che è un intrico di sangue e relazioni, di similitudini tra antenati e, forse, di una linea di “follia” che ora deve interrompere.

Mi guardo le mani alla ricerca di una forza antica, caccio Venera e la sua pazzia. Non posso più permettermela.

Pag. 25

Il romanzo esplora con lucidità la transizione alla maternità, quel momento in cui ci si trova “madre” appena uscite dalla sala parto, sotto lo sguardo e il giudizio di tutti. È una definizione improvvisa e sbrigativa per una donna ancora travolta, impreparata a tutto, persino a quella parola che sembra troppo grande e troppo nuova, che non prevede cedimenti, solo perfetta adesione al ruolo. Nadia Terranova interpreta la maternità come una esperienza trasformante che, oltre alla gioia, porta con sé anche ombre e sfumature complesse. Non è una semplice celebrazione della maternità, ma una riflessione sulla discontinuità che essa introduce nella vita e sulla necessità di affrontare le difficoltà, ci mostra come tutto sia così immenso che il lessico stesso si rivela insufficiente a definirlo.

A due anni dal suo parto, ancora spaesata, tra tristezza e felicità, Nadia scava con ferocia intima e onestà estrema nel significato dell’essere mamma: il senso costante di paura, l’inadeguatezza, la responsabilità asfissiante, i sensi di colpa e i rimorsi. Non esiste una giuria familiare che possa stabilire quando è lecito preoccuparsi e quando è disumano distaccarsi, che sappia discernere il giusto confine tra apprensione e isteria.

Quello che so di te non è abitato solo da donne, sebbene la linea di sangue unisca Venera alle figlie nate e non nate, e poi a Nadia e alla figlia da proteggere. Restituendo voce alle “cadute” femminili, questa storia riconosce anche il dolore impotente degli uomini: è un romanzo che dà spazio ai padri, che anch’essi impazziscono, che hanno paura e che si salvano, grazie a una pietà capace di mettersi in ascolto.

Lasciateci sperimentare il fallimento, lasciate che ci concentriamo sull’unica cosa che importa: non cadere, o cadere senza uccidere chi amiamo. Lasciateci ovunque fallire in pace.

Pag. 173

Nel femminismo di Nadia Terranova c’è spazio per un equilibrio pieno di rispetto, che ammette la fallibilità umana e nutre compassione per i rispettivi tormenti, rivendicando la libertà di non essere sempre all’altezza, il diritto al fallimento.

Per riprendersi il passato, che chiede attenzione, e per poter controllare gli anni che verranno, che chiedono luce, Nadia ripercorre la storia di Venera. Torna a Messina, tra i fantasmi della sua città, entra nelle stanze che hanno ospitato la bisnonna, legge gli incartamenti, scava nelle memorie familiari – che per definizione difendono il passato spingendolo nel buio. L’obiettivo è far emergere la storia della sua antenata e, in questo processo, trovare se stessa nei ricordi di una genealogia intrisa di cupezza, arrivando a capire che la verità è spesso quella che ci raccontiamo per sopravvivere, anche trasfigurando il vissuto.

Lasciare spazio al presente significa accettare che non c’è una ragione per tutto, non esiste un “giusto assoluto”, e che possiamo non farcela, semplicemente. A Terranova non mancano le parole né il coraggio per affrontare una scrittura personale, profetica e liberatoria. Il suo è un vero e proprio “Lessico famigliare della memoria”, che sa dialogare con l’invisibile e raccontare i percorsi accidentati della vita, addentrandosi con sensibilità nel tema del disagio mentale e del suo trattamento all’inizio del Novecento. La riflessione, che muove dalla storia di Venera, permette di pensare con estrema delicatezza a quante donne furono internate e trattate in modo invasivo quando ben altre avrebbero potuto essere le cure, senza che queste venissero strappate dalla propria famiglia.

Ho scoperto che in letteratura la devianza è appetibile, un piatto ricco per saggisti e letterati, la devianza delle femmine, soprattutto: le carte dei manicomi sotto il regime fascista sono piene di madri degeneri perché, più di tutte le altre, la loro pazzia intriga e seduce.

Pag.43

L’andirivieni tra passato e presente, spesso annullato da un’incredibile fusione tra questi momenti, condiziona la struttura del libro. È un’opera volutamente ibrida, tra autobiografia e testimonianza familiare, con momenti meta-letterari e rapidissime incursioni nella storia della psichiatria. Dunque, non è la linearità a far da padrona in Quello che so di te, ma un ordine capriccioso che alterna all’urgenza della scoperta una riflessione più pacata sull’essere madre e nipote. Un romanzo che risuona a lungo dopo la lettura, invitando a riflettere sulla complessità dei legami, sulla potenza della memoria e sulla fragilità della condizione umana.

Quello che so di te si afferma come un’opera di rara intensità, un romanzo che, pur attingendo a una dimensione intima e personale, riesce a toccare corde universali; è caratterizzato da una scrittura complessa e stratificata, che mescola diverse tecniche narrative. La prosa di Nadia Terranova, definita spesso come “scolpita” e “precisa”, trascina il lettore in un viaggio emotivo che, sebbene da alcuni percepito come a tratti “lento” o “ripetitivo” nella sua disamina ossessiva, è unanimemente riconosciuto per il coraggio e la profondità con cui affronta temi come la maternità, il lutto, la memoria familiare e il delicato confine della salute mentale. L’autrice non teme di esplorare le fragilità umane, sia maschili che femminili, offrendo una riflessione sfaccettata sulla possibilità di accettare il fallimento e la non-perfezione. Questo libro, dunque, è un invito a guardare dentro di sé e nella propria storia con onestà, interrogandosi sulla verità e sul modo in cui ci si racconta per sopravvivere. Lo consiglio a chi cerca un romanzo di introspezione profonda e non teme di confrontarsi con argomenti complessi e a tratti dolorosi.

Qui potete leggere l’incipit.

Nadia Terranova è nata a Messina e vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Gli anni al contrario (2015, vincitore di numerosi premi tra cui il Bagutta Opera Prima, il Brancati e l’americano The Bridge Book Award), Addio fantasmi (2018, finalista al Premio Strega, Premio Alassio Centolibri) e Trema la notte (2022, Premio Elio Vittorini, Premio Internazionale del mare Piero Ottone). Collabora con le pagine culturali della Repubblica e della Stampa ed è la curatrice della rivista letteraria edita da Linkiesta. È tradotta in tutto il mondo.