Furto, di Abdulrazak Gurnah, La Nave di Teseo 2025, traduzione dall’inglese di Alberto Cristofori, pp. 368
Con Furto, Abdulrazak Gurnah, acclamato Premio Nobel per la Letteratura 2021, ci regala un’opera profonda e avvincente, la sua prima pubblicazione dopo il prestigioso riconoscimento. Il romanzo si immerge nelle vite di tre giovani nella Tanzania degli anni Novanta, offrendo uno sguardo lucido e toccante sulle sfide e le speranze di una generazione alle prese con un paese in rapida trasformazione.
Gurnah ci porta in un viaggio coinvolgente tra Zanzibar e la vibrante metropoli di Dar es Salaam. Al centro della narrazione ci sono tre giovani – Karim, Fauzia e Badar – le cui vite si intrecciano e si trasformano sotto il peso dei cambiamenti generazionali. Il romanzo esplora in profondità l’impatto di queste trasformazioni non solo sulla società, ma in particolare sul nucleo familiare, con un’attenzione acuta al patriarcato e al ruolo mutevole delle donne.
Gurnah dipinge un quadro complesso delle dinamiche familiari, dove le convenzioni sociali e i ruoli genitoriali vengono messi in discussione. Emergono le dure stigmatizzazioni sociali, come quella legata all’epilessia (di cui ha sofferto Fauzia da bambina), che condannano le giovani donne a un futuro incerto e privo di opportunità matrimoniali, laddove il matrimonio è ancora visto come il normale destino delle ragazze. Le madri e i padri sono spesso più preoccupati della perdita di onorabilità sociale che del benessere delle figlie, e si mostrano poco attenti alle aspirazioni dei figli maschi, o non se ne curano del tutto, oppure pretendono un successo soprattutto economico.
In questo contesto, la globalizzazione funge da catalizzatore, introducendo punti di vista alieni dalla mentalità tradizionale che viene così messa in discussione. Il boom turistico, le attività delle organizzazioni internazionali, impattano sulla società; la conoscenza di altre culture e sistemi di valori incrina le rigide concezioni sui diritti degli uomini e delle donne, aprendo la strada a nuove possibilità e conflitti.
Grazie ai capitoli iniziali in cui veniamo introdotti alle vite dei tre protagonisti quando erano bambini e poi adolescenti, possiamo ricostruire il loro background e le difficoltà che hanno affrontato nelle loro giovani esistenze.
Karim, ha un’infanzia segnata dalla perdita di riferimenti genitoriali, cresce affidato ai nonni e lontano dalla madre; in adolescenza viene accolto dal fratellastro che si fa carico della sua istruzione e lo accoglie in casa sua. Divenuto più grande, si riconcilia con la madre e viene accolto nella sua casa dove vive con un nuovo marito. È ambizioso e appena tornato dall’università, si trova di fronte a un futuro incerto ma pieno di aspirazioni e di possibilità che, in poco tempo, riesce a cogliere.
Fauzia è fin da bambina seria, dotata per gli studi, e aspira a fare l’insegnante. È anche afflitta da attacchi epilettici, una condizione che sua madre considera un grave ostacolo a un buon matrimonio. Nella mentalità tradizionale, una donna malata è vista come “merce avariata”, un fardello che un padre tenta di scaricare su un marito ignaro e desideroso di figli sani. Per sfuggire a questa oppressiva ansia materna, Fauzia si lega a Karim e lo sposa, ma con un’unica preoccupazione: ritardare il più possibile una gravidanza. Teme che l’arrivo di un figlio possa risvegliare le antiche paure legate alla sua condizione. Ironia della sorte, sarà proprio la nascita di una bambina a creare tensioni e distanza tra i due coniugi, mettendo a dura prova il loro legame.
Badar, un giovane servo che non ha mai conosciuto i suoi genitori, sembra destinato a una vita senza prospettive. Grazie prima al patrigno di Karim e poi a Karim stesso, migliora la sua condizione, divenendo un impiegato tuttofare dapprima, e poi aumentando le sue responsabilità, in un albergo per turisti.
Il destino li lega quando Badar entra in contatto con Karim, sviluppando un legame profondo con lui e, successivamente, con Fauzia. La loro crescita è un percorso fatto di primi amori, amicizie inattese e tradimenti. Il fragile equilibrio delle loro vite viene messo a dura prova quando Badar viene colpito da una falsa accusa, costringendo i tre a confrontarsi con la realtà del loro mondo in evoluzione, dove turismo, nuove tecnologie e pericoli inaspettati si scontrano con le tradizioni e le gerarchie sociali. La narrazione si sviluppa attraverso i loro sforzi per prendere in mano il proprio destino, tra ingiustizie e la ricerca della propria strada.
Gurnah eccelle nel creare personaggi complessi e sfaccettati, che si rivelano al lettore a pennellate leggere ma incisive. Karim rappresenta la nuova generazione africana, istruita e con ambizioni, ma non immune dalle pressioni sociali e dalle difficoltà di un paese in cerca della propria identità. Fauzia è una figura femminile forte e resiliente, che cerca di emanciparsi dalle costrizioni del patriarcato e dalle aspettative familiari, simboleggiando la lotta per l’autonomia femminile in un contesto tradizionale. Badar è forse il personaggio più emblematico del romanzo. Senza potere e privo di una famiglia, è un osservatore attento, capace di imparare e di agire, nonostante le avversità. La sua apparente passività nasconde una profonda forza interiore e una capacità di resistenza che lo rendono un esempio di come anche gli individui più svantaggiati possano trovare il modo di affermarsi.
Gurnah mostra come questi giovani, pur figli della loro epoca, siano costretti a navigare un mondo in rapida trasformazione, mettendo in discussione le loro certezze e imparando a prendere decisioni fondamentali per la propria vita.
Lo stile di Gurnah è, come sempre, inconfondibile e magistrale. La prosa è scorrevole, elegante e profondamente evocativa, capace di trasportare il lettore direttamente nel cuore della Tanzania degli anni Novanta. L’autore non si preoccupa di una trama lineare o di climax tradizionali, preferendo un approccio più organico alla narrazione, dove i personaggi e gli eventi si sviluppano gradualmente, a volte in modo sorprendente e idiosincratico. Questa tecnica raffinata permette ai contenuti di emergere con forza, svelando le complessità delle relazioni umane e le dinamiche sociali. Il linguaggio è ricco di sfumature, e Gurnah utilizza la lingua inglese con una maestria che, pur mantenendo le sue radici africane, si apre a una risonanza universale.
Il titolo Furto (Theft nell’originale inglese) è particolarmente significativo e risuona a più livelli nel romanzo. Non si riferisce solo a un episodio specifico della trama, che pur esiste, ma si estende a un significato molto più ampio e metaforico.
Furto di futuro e opportunità. Le vite dei personaggi, in particolare quella di Badar, sono in qualche modo “derubate” o limitate dalle circostanze sociali, dalla povertà e dall’ingiustizia. Le opportunità vengono negate, i destini ipotecati.
Furto di identità e tradizione. Il colonialismo, sebbene non sia più una forza politica diretta, ha lasciato un’eredità di sradicamento e perdita culturale. In un mondo che si globalizza, c’è un “furto” di tradizioni e di un senso di appartenenza che i personaggi cercano di recuperare o ridefinire.
Tradimento e inganno. Il concetto di “furto” può anche riferirsi ai tradimenti e agli inganni tra i personaggi, che alterano le loro relazioni e influenzano profondamente le loro vite.
Sfruttamento delle risorse. In un contesto postcoloniale, il “furto” può anche alludere allo sfruttamento delle risorse del paese da parte di interessi esterni o interni corrotti, con un impatto diretto sulla vita delle persone comuni.
Il titolo, quindi, è una chiave di lettura potente che invita il lettore a riflettere sulle molteplici forme di privazione e ingiustizia che possono colpire individui e intere nazioni.
Furto è un romanzo che affascinerà un pubblico ampio. È particolarmente consigliato a lettori interessati alla letteratura africana contemporanea e postcoloniale perché offre uno sguardo autentico e non stereotipato sulla vita nell’Africa orientale. Ai lettori appassionati di romanzi di formazione. A chi apprezza una prosa elegante e riflessiva. Ai lettori interessati a temi sociali e politici.
Il romanzo si inserisce perfettamente nel filone della letteratura africana postcoloniale, pur offrendo una prospettiva contemporanea e originale. Gurnah, come molti altri autori postcoloniali, esplora le complesse eredità del colonialismo, non solo in termini di confini politici o economici, ma soprattutto a livello psicologico e culturale. A differenza di alcuni romanzi postcoloniali che si concentrano sul viaggio dall’Africa all’Europa, Furto pone i suoi personaggi a crescere e diventare adulti nel loro paese d’origine, la Tanzania. Questo sposta il focus sulle dinamiche interne post-indipendenza, analizzando come le nuove generazioni affrontano le sfide di un’identità nazionale ancora in formazione, l’impatto della modernità e il persistere di antichi schemi di potere e disuguaglianza.
Furto presenta affinità, sia per stile che per tematiche, con altri autori ed autrici africani inserendosi nel più ampio panorama della letteratura postcoloniale e contemporanea:
Chinua Achebe (“Le cose crollano”, “Un mondo a parte”). Achebe è uno dei padri fondatori della letteratura africana moderna e postcoloniale. Come Gurnah, esplora le complesse interazioni tra la cultura africana tradizionale e l’impatto del colonialismo e della modernità. Sebbene Furto sia ambientato in un periodo più recente, la riflessione sulle conseguenze durature del passato coloniale e la ricerca di un’identità in un mondo che cambia sono temi centrali per entrambi. Achebe analizza spesso la disintegrazione sociale e culturale, un’eco che si può percepire anche nella difficoltà dei personaggi di Gurnah a trovare il loro posto.
Ngugi wa Thiong’o (“Un chicco di grano”, “Petali di sangue”). Ngugi, dallo stile più diretto e spesso politicamente impegnato, condivide con Gurnah l’attenzione alle dinamiche di potere postcoloniali, alla corruzione e alle lotte per l’indipendenza e la giustizia sociale. Sebbene Gurnah sia più sottile nelle sue critiche politiche, entrambi gli autori mettono in luce le sfide che le nazioni africane devono affrontare dopo la decolonizzazione, inclusi i tradimenti degli ideali e le nuove forme di sfruttamento. La disillusione e la ricerca di riscatto sono sentimenti presenti nelle opere di entrambi.
Chimamanda Ngozi Adichie (“Metà di un sole giallo”, “Americanah”). Sebbene Adichie sia di una generazione successiva, condivide con Gurnah l’abilità nel creare personaggi femminili forti e complessi (come Fauzia), e nell’esplorare temi di identità, migrazione (anche se in Furto è più interna al continente o di ritorno), e l’impatto della modernità sulla vita quotidiana in Africa. Il suo realismo sociale e la sua attenzione alle sfumature delle relazioni umane sono affini allo stile di Gurnah.
Tsitsi Dangarembga (“Nervous Conditions”, “This Mournable Body”). Dalla narrativa potente e spesso cruda, Dangarembga, come Gurnah, analizza le difficoltà delle donne e dei giovani nel destreggiarsi tra tradizioni patriarcali e le nuove opportunità (o la mancanza di esse) nel contesto postcoloniale. Entrambi gli autori offrono una prospettiva intima e spesso dolorosa sulle sfide di crescita e affermazione in società complesse.
V.S. Naipaul (“Una casa per il signor Biswas”, “A Bend in the River”). Naipaul, premio Nobel anch’egli, condivide con Gurnah l’esplorazione del post-colonialismo, sebbene con una lente più scettica e talvolta critica verso le nazioni di recente indipendenza. “A Bend in the River”, ambientato in un paese africano non specificato, analizza la disgregazione sociale e politica dopo il colonialismo, un tema che Gurnah affronta con maggiore speranza ma pur sempre con lucidità. Entrambi gli autori sono maestri della prosa e dell’analisi psicologica dei personaggi.
J.M. Coetzee (“Vergogna”, “Aspettando i barbari”). Coetzee, altro premio Nobel, pur provenendo da un contesto sudafricano unico (apartheid), condivide con Gurnah l’esplorazione delle ferite profonde lasciate dal colonialismo e dalle ingiustizie storiche. Entrambi gli autori usano una prosa misurata e profonda per indagare la complessità morale dei loro personaggi e delle società in cui vivono. La loro narrativa spesso si concentra su personaggi che si confrontano con la perdita, la colpa e la difficile ricerca di un senso in un mondo frammentato.
Ayòbámi Adébáyò (“Resta con me”, “A spell of good things”, “Un lampo di fortuna”). Sebbene Abdulrazak Gurnah e Ayòbámi Adébáyò provengano da contesti geografici e generazionali diversi (Gurnah è tanzaniano e più anziano, Adébáyò è nigeriana e più giovane), le loro opere condividono alcune affinità tematiche profonde. Entrambi gli autori esplorano come le grandi forze storiche, politiche e sociali si riversano sulla vita dei singoli personaggi, modellandone il destino e le scelte.
Sia Gurnah che Adébáyò sono abili nel rappresentare il trauma, sia esso derivante da eventi storici collettivi o da tragedie personali. Entrambi gli autori mettono in risalto la complessità delle relazioni familiari e di coppia, spesso sotto pressione a causa di fattori esterni o interni, così come la ricerca di un senso di appartenenza e la costruzione dell’identità.
Gurnah dunque si colloca in un dialogo ampio con la letteratura mondiale che affronta temi di identità, post-colonialismo, e le sfide della modernità in contesti non occidentali, pur mantenendo una voce e una prospettiva uniche.
Gurnah, pur scrivendo in inglese, mantiene un forte legame con le sue radici, infondendo nella narrazione la ricchezza culturale e linguistica della sua terra. Il romanzo contribuisce a sfidare gli stereotipi sulla narrativa africana, mostrando la complessità e la diversità delle esperienze umane nel continente. Attraverso le storie di Karim, Fauzia e Badar, Gurnah ci ricorda che la letteratura africana postcoloniale è un campo vibrante e dinamico, capace di esplorare la resilienza dello spirito umano di fronte alle avversità e la perenne ricerca di un futuro migliore.

Abdulrazak Gurnah è uno scrittore tanzaniano nato a Zanzibar nel 1948, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 2021. La sua vita è stata profondamente segnata dall’esperienza del rifugiato. Costretto a lasciare Zanzibar alla fine degli anni ’60 a causa delle persecuzioni contro la popolazione araba seguite alla rivoluzione del 1964, si è trasferito in Inghilterra. Qui ha intrapreso una carriera accademica, diventando professore emerito di Letteratura inglese e postcoloniale all’Università del Kent, a Canterbury.
Le sue opere, scritte in inglese, sono caratterizzate da una “intransigente e compassionevole capacità di comprensione degli effetti del colonialismo e del destino dei rifugiati nel divario tra culture e continenti”, come recita la motivazione del Premio Nobel. Ha scritto dieci romanzi, tutti in corso di ripubblicazione presso La nave di Teseo: Memory of Departure, Pilgrims Way, Dottie, Paradise (finalista al Booker Prize e al Whitbread Award), Admiring Silence, Sulla riva del mare (selezionato per il Booker Prize e finalista al Los Angeles Times Book Award), Desertion (finalista al Commonwealth Writers’ Prize), The Last Gift, Gravel Heart e Voci in fuga (selezionato al Walter Scott Prize e finalista all’Orwell Prize for Fiction).
Nei suoi romanzi, Gurnah esplora temi come lo sradicamento, la perdita d’identità, la memoria, il trauma del colonialismo e la difficile integrazione dei migranti. I suoi personaggi si trovano spesso in una condizione di precarietà e di equilibrio tra diverse culture, cercando di trovare il proprio posto in un mondo in continua trasformazione. La sua narrativa ibrida, che a volte mescola inserti di swahili e arabo all’inglese, riflette la sua variegata esperienza di vita e la complessità delle identità postcoloniali.

