Fuga dal Natale, di John Grisham, Mondadori 2002, traduzione di Tullio Dobner, pp. 153
In questo romanzo breve, Grisham si diverte a capovolgere l’iconografia natalizia come se stesse scuotendo un globo di neve: niente slitte, niente sovraccarichi di lucine, solo una coppia che tenta un’evasione stagionale. Ecco allora che il romanzo scorre come un piccolo flusso frizzante: perfetto per chi vuole una storia che non impegna troppo ma alleggerisce l’umore con situazioni paradossali e un ritmo da settimana prenatalizia, per chi cerca storie festive ma non desidera tuffarsi in un mare di campanellini sentimentali.
Al centro della trama ci sono Luther e Nora Krank che, reduci dalle fatiche economiche e organizzative del Natale precedente, decidono di sottrarsi allo sfarfallio compulsivo della festa e di investire tutto in una crociera ai Caraibi. Un piano limpido come una mattina d’inverno, almeno finché il quartiere non si ribella.
Il condominio sociale attorno ai Krank sembra infatti possedere un proprio clima meteorologico emotivo: appena la coppia si rifiuta di addobbare la casa, arrivano raffiche di indignazione, grandinate di giudizi e un fronte compatto di pressione comunitaria. Quando la figlia Blair annuncia inaspettatamente il suo ritorno, il progetto di fuga evapora e i Krank devono correre contro il tempo per riallestire un Natale che avevano smontato pezzo per pezzo.
L’ossatura del romanzo poggia sulla satira dei rituali sociali. Grisham osserva come le abitudini collettive si trasformino in doveri taciti e come il conformismo possa diventare un piccolo tiranno travestito da spirito festivo. Il racconto suggerisce anche che, dietro le ossessioni natalizie, si muovono desideri più profondi: sentirsi parte di qualcosa, essere visti, condividere riti che danno continuità. In controluce, emerge una riflessione sulla libertà individuale quando incontra le aspettative degli altri.
La scrittura di Grisham abbandona i toni serrati del legal thriller e si veste di leggerezza. La prosa scivola rapida, come se l’autore guidasse una slitta narrativa a passo di commedia. Le scene si susseguono con ritmo quasi cinematografico, tra piccole esagerazioni volutamente caricaturali e dialoghi che tengono il tono alto. L’humor è il carburante dell’opera: mai caustico, ma abbastanza brillante da illuminare le situazioni senza appesantirle.
Luther è il motore dell’insurrezione anti-natalizia: inflessibile, metodico, a tratti buffo nella sua ostinazione. Nora è più elastica, trascinata tra desiderio di tranquillità e senso di colpa sociale. I vicini funzionano come un coro moderno, compatto e rumoroso, che amplifica la tensione comica. Blair, pur comparendo poco, è il catalizzatore emotivo che ribalta le carte sul tavolo.
Fuga dal Natale appartiene alla costola dell’“anticommedia natalizia”, quella che non celebra l’incanto in modo diretto, ma lo osserva di lato, mostrando dove scricchiola. È parente di quelle storie in cui il Natale sembra quasi un’entità vivente che rifiuta di essere ignorata. Il romanzo si muove tra ironia e affetto, e alla fine riconsegna al lettore la consolazione tipica delle feste, pur avendola messa alla prova. Una specie di manuale di sopravvivenza per chi osa dire “quest’anno salto”.



Ah non solo io ho pensato al film! Il romanzo presumo ne sia il soggetto di partenza
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Eh sì infatti. Stavolta ho riletto qualcosa di allegro 😉
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però il romanzo mi sembra più coeso, avendo visto il film e leggendo la tua sinossi
ma infatti, finalmente qualcosa di più allegro 😂
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😇😇😇
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Mi è piaciuta tantissimo la tua recensione, è intelligente, leggera e centrata, proprio come il libro. Questa idea dell’“anticommedia natalizia” mi ha convinta del tutto, il conformismo delle feste come piccolo tiranno è una lettura azzeccatissima e Grisham funziona davvero quando guarda il Natale di lato senza zucchero
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Grazie per le tue belle parole. Questa è proprio una lettura divertente che consiglio. Tra l’altro ho visto che il film è comparso nelle commedie natalizie di Sky, quindi si possono abbinare. 🎄🎄🎅
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L’ho trovato simpatico ma anche un po banalotto. Il grande Grisham dei primi tempi in questo libro non l’ho proprio trovato.
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Si, è molto diverso in effetti.
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