Come fiori nella neve, di Tina Harnesk, Piemme edizioni 2025, traduzione di Annalisa Carena, pp. 352
Ci sono storie che avanzano in punta di piedi, come passi sulla neve fresca. Come fiori nella neve è una di quelle: silenziosa solo in apparenza, in realtà carica di emozioni che affiorano lentamente, con la stessa ostinazione dei fiori che sbocciano dove sembrerebbe impossibile.
La protagonista, Máriddja, ha ottantacinque anni e una decisione già presa. La diagnosi che ha ricevuto è grave, ma lei sceglie di non condividerla, nemmeno con Biera, il marito burbero e sempre più smemorato. Non per distanza, ma per amore. In un equilibrio fragile tra ironia, tenerezza e consapevolezza, Máriddja si muove dentro gli ultimi mesi della sua vita come una regista silenziosa, tentando di sistemare ciò che resterà dopo di lei. Il suo piano è semplice e insieme immenso: trovare qualcuno che possa prendersi cura di Biera quando lei non ci sarà più, e magari ricucire un legame spezzato con quel ragazzo che un tempo era suo figlio.
Intorno a questa figura minuta e determinata, Tina Harnesk costruisce un romanzo che parla di fine senza mai essere cupo. La morte, nella visione sámi che attraversa tutto il libro, non è una frattura ma un passaggio, una curva del grande cerchio dell’esistenza. È una presenza accettata, quasi domestica, che convive con la vita quotidiana fatta di silenzi, piccoli gesti, ricordi che scivolano via e altri che resistono come nodi nel legno.
Accanto alla storia di Máriddja scorre quella di Kaj, un giovane uomo che, a chilometri di distanza, ritrova una scatola di oggetti appartenuti alla madre: frammenti di una cultura, di un passato che chiede di essere ascoltato. Il suo percorso di riscoperta identitaria si intreccia lentamente con quello dell’anziana donna, in una convergenza narrativa che non ha bisogno di forzature. È la neve, ancora una volta, a fare da ponte, coprendo le distanze e rendendo possibile l’incontro.
Tra i personaggi più riusciti c’è anche Siré, la voce artificiale del cellulare di Biera. Un espediente narrativo che poteva scivolare nell’aneddotico e che invece diventa uno specchio sorprendentemente umano: tecnologia e solitudine si incontrano, e la cura passa anche da lì, da una voce programmata che finisce per essere una presenza reale.
Lo stile di Tina Harnesk è essenziale ma profondamente evocativo. Ogni frase sembra cesellata con pazienza, come se l’autrice rispettasse il ritmo lento dei suoi personaggi e del paesaggio che li circonda. La Lapponia sámi non è un semplice sfondo esotico, ma un organismo vivo che determina tempi, relazioni, visione del mondo. Il gelo, la luce obliqua, le case che scricchiolano: tutto contribuisce a creare un’atmosfera intima, quasi sospesa.
Come fiori nella neve è un romanzo che parla di memoria e perdita, ma soprattutto di cura. Cura per chi resta, per le storie che rischiano di scomparire, per le radici culturali che tengono in piedi anche quando il corpo cede. È un libro che non cerca il colpo di scena, ma la risonanza emotiva, e che accompagna il lettore con una gentilezza rara.
Alla fine, ciò che resta è una sensazione limpida: anche nel freddo più intenso, qualcosa può ancora fiorire. Basta saper guardare.
Nel suo tono misurato e profondamente umano, Come fiori nella neve si inserisce idealmente nel solco della grande narrativa del Nord. Richiama la delicatezza silenziosa di Tove Jansson (in particolare Il libro dell’estate) nel raccontare il tempo che passa e i legami tra generazioni, e la sobrietà di Kent Haruf nel dare dignità narrativa alla vecchiaia e ai gesti minimi dell’esistenza. Ma Tina Harnesk trova una voce pienamente autonoma nel modo in cui intreccia memoria, paesaggio e identità culturale, evitando ogni compiacimento e restituendo alla cultura sámi non un colore locale, bensì una visione del mondo. Ne nasce un romanzo che non cerca l’enfasi, ma lascia un’eco lunga e sottile, come una traccia sulla neve che continua a parlare anche quando il passo si è già allontanato.

Tina Harnesk è una scrittrice di origine sámi, nata nel nord della Svezia. Lavora come assistente bibliotecaria e vive su una montagna nei pressi di Arvidsjaur, in Svezia. Come fiori nella neve, suo romanzo d’esordio, è stato un caso letterario prima ancora della pubblicazione, ed è in corso di traduzione in più di 20 Paesi.


Bellissima recensione. Molto misurata, attenta, con quella delicatezza che sembra rispecchiare perfettamente il romanzo. Mi è rimasta addosso
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Grazie!
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è inquietante come da 2001- odissea nello spazio, le ia senzienti si siano moltiplicate
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