Addiaccio e tabarro stanno bene insieme, come due comparse silenziose della stessa scena. Entrambe appartengono a un mondo di passaggi, di soste provvisorie, di vite esposte. L’addiaccio è il fuori senza riparo, il tabarro è il minimo riparo possibile. Uno nomina l’assenza, l’altro la risposta. Sono parole nate per dire condizioni concrete, fisiche, prima ancora che sensazioni: la notte all’aperto, il viaggio, l’attesa, il muoversi leggeri. Portano con sé un lessico del camminare e del fermarsi, della necessità più che del comfort, e per questo oggi suonano lontane ma non inutili. Anzi: ci ricordano che la lingua, come chi la parla, si è formata anche lì, tra il cielo scoperto e una piega di stoffa sulle spalle.

Esaminiamole da vicino.

Addiaccio, /ad·diàc·cio/: s. m. [der. del lat. adiacēre «giacere accanto»]. Spazio cinto di rete nel quale il gregge è tenuto di notte allo scoperto. Stazionamento di truppe, di quadrupedi, di mezzi e materiali varî all’aperto e allo scoperto; per estensione, di persone in genere che dormono allo scoperto o sostano sotto il cielo della notte.

Ci sono parole che sembrano chiare a prima vista e invece giocano a nascondino. Addiaccio è una di quelle: ti guarda serio, con l’aria di chi parla di gelo, e intanto racconta tutt’altro.

L’inganno è comprensibile. Dormire all’addiaccio significa dormire all’aperto, e dormire all’aperto spesso vuol dire patire il freddo. Da lì il collegamento immediato col ghiaccio, rafforzato dal fatto che in alcuni vernacoli toscani diaccio è davvero una variante di ghiaccio. Insomma, l’equivoco ha ottime credenziali.

Eppure, se togliamo l’addiaccio dalla sua locuzione più famosa e lo guardiamo in faccia, scopriamo una storia diversa. Addiaccio non nasce per dire freddo. Nasce per dire assenza di riparo. L’immagine originaria è concreta, quasi pastorale: il recinto dove il gregge viene tenuto per la notte, senza tetto, esposto. Non il gelo, ma il cielo sopra la testa. Non la temperatura, ma la vulnerabilità.

È questo il cuore semantico della parola. Dormire all’addiaccio non significa necessariamente tremare. Significa dormire senza protezione. Può succedere in una sera d’estate, dopo aver perso l’ultimo treno. Può capitare durante una scalata, quando il tempo rallenta e costringe a fermarsi. Può essere una scelta tattica, come per le truppe che devono muoversi in fretta e rinunciano a montare il campo. Il freddo può esserci o no. L’addiaccio resta.

Ed è proprio per questa precisione che sarebbe un peccato lasciar scivolare via una parola così. Addiaccio dice in una sola mossa ciò che altrimenti richiederebbe un giro più lungo. Porta con sé un’immagine, una situazione, una postura nel mondo. È una parola che non alza la voce, ma sa indicare esattamente dove sei: fuori, esposto, senza ripari.

Tabarro è una parola che sembra uscita da un baule, con l’odore della lana e della strada addosso. La senti e vedi subito una figura avvolta, un passo lento, un bordo di stoffa che ondeggia. Ma anche qui, come spesso accade, vale la pena fermarsi un momento e guardare meglio.

Tabarro, /ta·bàr·ro/: s.m. [dal fr. ant. tabard (forse di origine germ.), da cui anche lo spagn. tabardo]. – Ampio e pesante mantello da uomo, indossato, nei secoli scorsi (e ancora talvolta nella Bassa Padana), sopra il cappotto o direttamente sopra l’abito. A Venezia, nel sec. 18°, designava in particolare un mantello portato dai nobili, di panno scuro o di scarlatto e di seta bianca nell’estate, tagliato in un rotondo perfetto, adottato anche dalle donne. Nell’uso antico e ancora in usi regionali e scherzosi, significa pastrano, cappotto da uomo molto pesante. Avete mai detto che per ripararvi dal freddo vi siete intabarrati? Beh, io sì.

Il tabarro non è un cappotto qualsiasi. È un indumento preciso, riconoscibile: ampio, pesante, senza maniche, spesso circolare, pensato per essere gettato sulle spalle e chiudere il corpo in un solo gesto. Un oggetto nato per stare fuori, per il viaggio, per l’attesa. Più che vestire, il tabarro copre.

L’etimologia che ho riportato ci porta lontano e non in linea retta. Il termine passa dal francese tabard, che indicava una sopravveste, a sua volta legato a voci germaniche. Nel medioevo il tabard era l’abito araldico, quello che mostrava i segni di appartenenza. Il tabarro, però, perde presto ogni funzione simbolica e resta ciò che è: pura utilità. Stoffa contro le condizioni avverse.

E qui arriva il punto interessante. Il tabarro non serve solo a scaldare. Serve a proteggere. Dal vento, dalla pioggia fine, dalla polvere, dallo sguardo. È un indumento che crea una soglia: chi lo indossa è un po’ dentro e un po’ fuori, separato ma non isolato. Per questo lo trovi addosso a contadini, viandanti, soldati, figure che stanno spesso in transito.

Oggi la parola sopravvive soprattutto nei testi letterari o storici, e a volte come vezzo stilistico. Ma funziona ancora benissimo, io stessa la uso. Dire tabarro non è dire “mantello” né “cappotto”. È evocare un certo modo di stare al mondo, raccolto e resistente. È dare peso e forma a un gesto antico, quello di avvolgersi quando il fuori diventa troppo. E poi si adatta benissimo ad un uso ironico, giocoso.

Che mi dite di questi due vocaboli? Vi piacciono? Li utilizzate? Sono curiosa di leggere i vostri commenti!