Mary Weatherford è una delle voci più riconoscibili della pittura astratta contemporanea, un’artista capace di trasformare la tela in uno spazio vivo, pulsante, attraversato non solo dal colore ma anche dalla luce reale.

Nata nel 1963 a Ojai, in California, vive e lavora a Los Angeles, contesto che ha profondamente influenzato la sua sensibilità visiva e il suo rapporto con l’atmosfera, l’architettura e il paesaggio urbano.

I dipinti di Weatherford sono stati ispirati, in parte, dalla scena della foresta in La donna che visse due volte (1958) di Alfred Hitchcock, quando Kim Novak indica gli anelli di una sezione trasversale di un albero e dice a James Stewart: “Da qualche parte qui sono nata, e lì sono morta”. Il personaggio di Novak, Judy, finge di essere un’altra donna che si suppone si sia reincarnata, ma Weatherford ha visto nella scena “un modello per una linea temporale”: gli anelli concentrici di un tronco d’albero visualizzano come il passare del tempo possa essere meno simile a una freccia nello spazio che a un ispessimento o approfondimento accrescitivo.

La sua formazione unisce rigore intellettuale e sperimentazione: dopo la laurea in storia dell’arte e arti visive alla Princeton University, ha partecipato al Whitney Independent Study Program a New York e ha conseguito un MFA al Bard College. Questo percorso ibrido tra teoria e pratica si riflette in un lavoro pittorico che non è mai puramente estetico, ma sempre attraversato da riflessione, memoria ed esperienza.

Weatherford è particolarmente nota per i suoi grandi dipinti astratti nei quali, a partire dal 2012, ha iniziato a integrare tubi di luce al neon. L’intuizione nasce durante un soggiorno a Bakersfield, città californiana segnata dalla presenza di insegne luminose e luci artificiali notturne. Da quel momento il neon entra nei suoi quadri non come semplice elemento decorativo, ma come vero e proprio materiale pittorico. Le luci attraversano la superficie, la tagliano, la accendono, creando un dialogo fisico tra il dipinto e lo spazio. Anche i cavi restano visibili, come a ricordare che l’opera non è un’illusione, ma un oggetto reale, presente, quasi corporeo.

Il risultato sono lavori che non si limitano a essere guardati, ma che si percepiscono con tutto il corpo. Colore, luce e superficie generano atmosfere che evocano luoghi e sensazioni: un tramonto abbagliante, l’aria densa di una notte urbana, il silenzio polveroso di un paesaggio attraversato dal tempo. La pittura diventa così esperienza, memoria, traccia emotiva.

Nel corso della sua carriera, Mary Weatherford ha esposto in musei e istituzioni internazionali di primo piano. Progetti come The Bakersfield Project hanno segnato una svolta nel suo linguaggio, mentre mostre personali in spazi come Gagosian Gallery, Aspen Art Museum e David Kordansky Gallery hanno consolidato la sua reputazione. La retrospettiva Canyon–Daisy–Eden ha offerto una visione ampia di oltre trent’anni di lavoro, mettendo in luce la coerenza e l’evoluzione della sua ricerca. Le sue opere fanno oggi parte delle collezioni di importanti musei, tra cui MoMA, Brooklyn Museum e Whitney Museum.

Ciò che rende davvero unica la pratica di Weatherford è la sua capacità di unire gesto pittorico, materia e luce in un linguaggio poetico e sensoriale. I suoi quadri non raccontano storie in modo diretto, ma costruiscono spazi emotivi nei quali chi guarda può perdersi, sostare, ricordare. Sono superfici che respirano, che cambiano con la luce dell’ambiente, che chiedono tempo e presenza. In un’epoca dominata dalla velocità dell’immagine, la sua pittura invita invece a rallentare e a fare esperienza del vedere come atto profondo.

foto in copertina: Lee Jaffe

