Momenti di gioia imperfetta, di Catherine Newman, Bollati Boringhieri 2026, traduzione di Manuela Faimali, pp. 208
Ci sono romanzi che raccontano grandi avventure, fughe in paesi lontani, amori travolgenti e vite spericolate.
E poi ci sono romanzi che ti piazzano davanti una famiglia in vacanza, in un cottage un po’ sgangherato, con la sabbia ovunque, i costumi dimenticati a casa, i figli adulti che mangiano come cavallette e l’ansia che ti segue anche in spiaggia come una borsa frigo.
Ecco: Momenti di gioia imperfetta è questo tipo di libro.
E per chi, come me, ha più o meno l’età della protagonista, un marito, dei figli e una dignità che si è persa per tenere in equilibrio lavoro, lista della spesa e un minimo di ordine in casa… è anche un libro che colpisce con una precisione quasi sospetta.
La storia si svolge durante una settimana di vacanza a Cape Cod, la classica vacanza che la famiglia di Rachel (detta Rocky) ripete da anni. Il posto è sempre quello, ogni anno, le abitudini anche: stessi rituali, stessi pasti, stessi piccoli drammi.
Eppure, sotto la superficie della routine, questa settimana è una specie di pentola a pressione emotiva. La trama non si muove a colpi di scena cinematografici, ma attraverso dettagli e incrinature: conversazioni a metà, tensioni che si accumulano, pensieri non detti che diventano più rumorosi delle onde.
È come se Newman dicesse: guardate che la vera suspense, nella vita adulta, non è scappare con l’amante. È riuscire a passare una settimana con la famiglia senza perdere la testa. E a volte nemmeno quello.
Rachel “Rocky” è un personaggio meravigliosamente reale: una donna sulla cinquantina che osserva tutto, maniaca del controllo, pensa troppo e prova a tenere insieme la famiglia con la stessa energia disperata con cui si cerca di chiudere una valigia che non ne vuole sapere.
Rocky è in pieno territorio “mezza età”, e il romanzo lo racconta con una sincerità spiazzante: il corpo che cambia, la menopausa, l’idea che la giovinezza non sia sparita di colpo ma si stia dileguando lentamente come una crema solare economica. Il tutto servito in salsa agrodolce con ricche dosi di ironia e malcelata auto-indulgenza.
E mentre lei affronta tutto questo, deve anche gestire l’universo familiare che le gira intorno come un sistema solare un po’ difettoso. Rocky non è un’eroina perfetta, e infatti funziona: è affettuosa, sarcastica, protettiva, irritabile, tenera, spesso esagerata e spesso lucida in modo doloroso.
Soprattutto, è una donna che ama la sua famiglia… ma ogni tanto vorrebbe anche essere lasciata in pace cinque minuti. Un desiderio rivoluzionario.
Il marito è una presenza fondamentale: non è “il cattivo”, non è “l’uomo insensibile”, non è la macchietta. È semplicemente un uomo con cui Rocky condivide una vita vera, fatta di affetto, ma anche di automatismi e incomprensioni.
Il libro mostra benissimo quella cosa tipica delle coppie di lungo corso: l’amore c’è, ma la comunicazione spesso si inceppa. E il matrimonio diventa una convivenza tra due persone che si conoscono a memoria… e proprio per questo riescono a ferirsi con precisione chirurgica.
Non grandi tradimenti, non drammi da soap opera: solo la stanchezza, le aspettative, la fatica di restare sincronizzati mentre tutto cambia.
I figli sono uno dei punti più riusciti del romanzo. Sono grandi, ma non troppo. Sono autonomi, ma anche no. Sono intelligenti, ma capaci di fare scelte che ti fanno venire voglia di fissare il mare in silenzio per tre ore.
Chi ha figli lo sa: quando diventano adulti, non smetti di essere genitore. Smetti solo di avere l’illusione di poterli proteggere.
E Newman descrive con ironia e dolore quella fase in cui i figli non sono più bambini da accudire ma nemmeno adulti davvero “sistemati”: sono in quel limbo contemporaneo fatto di identità in costruzione, fragilità mascherata e richieste indirette. Rocky li ama follemente, ma la sua testa è un continuo alternarsi di: che meraviglia, sono cresciuti, oddio, sono cresciuti…
Poi ci sono loro: i genitori di Rocky, che stanno invecchiando. Ed è qui che il romanzo smette di essere solo brillante e diventa profondissimo. Perché la mezza età non è solo la fase in cui ti accorgi che il tuo metabolismo ti odia. È anche la fase in cui capisci che i tuoi genitori non sono eterni.
E improvvisamente sei tu a dover reggere, organizzare, preoccuparti. Newman racconta questa inversione di ruoli con una delicatezza notevole: non fa melodramma, ma ti fa sentire quel peso sottile e continuo, quella nostalgia anticipata, quella paura che arriva senza invito.
Il titolo è perfetto perché questo romanzo parla proprio di quel tipo di felicità che non ha niente a che fare con le pubblicità dei resort o con le famiglie sorridenti che sembrano nate già coordinate nei colori. La gioia, qui, è quella imperfetta: quella che arriva mentre sei stanca, mentre ti preoccupi, mentre ti chiedi come sia possibile che i figli crescano e contemporaneamente riescano ancora a farti sentire responsabile della loro esistenza anche se hanno l’età per votare e guidare.
Newman mette al centro la mezza età femminile senza trasformarla in tragedia né in barzelletta. Parla del corpo che cambia, della menopausa e di quella sensazione ambigua di essere ancora piena di energia e desideri, ma anche improvvisamente più fragile, più irritabile, più “sensibile” nel senso chimico del termine, come se bastasse una frase sbagliata per far partire una reazione a catena. E lo fa con una sincerità rara, senza pietismi e senza la solita retorica motivazionale del tipo “rinascere a cinquant’anni”, che nella vita vera spesso coincide più con “riuscire ad arrivare a sera senza esplodere”.
Accanto a questo c’è la maternità, che nel libro non viene raccontata nella versione zuccherosa del “sono la mia vita”, ma nella sua forma più autentica: l’amore smisurato e insieme la fatica. Perché quando i figli diventano adulti non smetti di essere madre, semplicemente cambi tipo di ansia. È un’ansia più sofisticata, più silenziosa, meno gestibile. Non li puoi più prendere in braccio e risolvere tutto, eppure continui a sentirti responsabile, come se il cordone ombelicale fosse stato sostituito da un cavo invisibile che ti tira lo stomaco.
E poi c’è il matrimonio, quello lungo, quello vero, quello in cui non ci sono grandi dichiarazioni sotto la pioggia e mazzi di rose rosse, ma ci sono le abitudini, le incomprensioni, i silenzi e anche la tenerezza. Newman racconta benissimo quel tipo di relazione in cui l’amore esiste, eccome se esiste, ma ogni tanto è sepolto sotto la logistica quotidiana e sotto la fatica di restare sincronizzati mentre tutto intorno cambia. Il matrimonio qui non è un sogno romantico né un campo di battaglia: è un ecosistema complesso, che richiede manutenzione continua e un certo spirito di sopravvivenza.
Ma il tema che a un certo punto si prende la scena, quasi senza chiedere permesso, è quello dei genitori che invecchiano. È lì che il romanzo smette di essere soltanto brillante e diventa profondamente umano. Perché la mezza età è anche questo: non solo figli che crescono, ma genitori che lentamente si rimpiccioliscono, si indeboliscono, cambiano. E tu ti ritrovi a guardarli con occhi diversi, con una paura nuova, e con quella strana nostalgia anticipata che arriva prima ancora della perdita.
Alla fine il romanzo racconta una cosa molto semplice e molto difficile da accettare: che la felicità adulta non è un grande evento, non è un traguardo, non è una conquista definitiva. È una somma di piccoli momenti, spesso incastrati tra seccature e responsabilità, tra ansie e stanchezza. È imperfetta, sì. Ma è vera. E forse è l’unica forma di gioia che valga davvero la pena raccontare.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la voce narrante, che non si limita a raccontare cosa succede, ma ti trascina direttamente dentro la testa di Rocky. E non una testa ordinata e lineare, ma quella vera: piena di pensieri che si accavallano, di osservazioni fulminanti, di associazioni improvvise, di ansie che partono da una sciocchezza e finiscono per diventare domande esistenziali. Newman scrive con un ritmo che sembra naturale, quasi parlato, ma in realtà è precisissimo: ogni frase è calibrata per essere insieme brillante e autentica.
Il risultato è una scrittura che ti fa sorridere spesso, perché ha un’ironia tagliente e quotidiana, di quelle che riconosci subito se hai passato anni a gestire famiglia, lavoro, imprevisti e quel sottofondo costante di stanchezza. Ma allo stesso tempo, proprio quando stai ridendo, il romanzo riesce a infilarti addosso una frase più profonda, una riflessione che non è mai predicatoria e non cerca di commuoverti a comando. È come se l’autrice avesse capito che la vita adulta funziona così: alterna il comico e il tragico senza nemmeno cambiare tono.
E questo stile, così vivo e nervoso, è probabilmente la cosa che rende il libro difficile da lasciare. Perché più che leggere una storia, hai la sensazione di ascoltare qualcuno che finalmente dice ad alta voce ciò che molte persone pensano ma non ammettono: che la famiglia è meravigliosa, sì, ma anche sfiancante; che l’amore è reale, ma spesso si esprime attraverso la sopportazione; e che crescere non significa diventare sereni, significa diventare più consapevoli del disordine.
Consiglierei Momenti di gioia imperfetta a chi ama i romanzi che non hanno bisogno di inseguire l’azione per tenerti agganciato, perché l’azione è già tutta lì: nelle famiglie, nei dialoghi storti, nelle piccole tensioni che sembrano insignificanti e invece sono quelle che ci definiscono. È un libro perfetto per chi ha superato da un po’ l’età delle grandi illusioni e ha iniziato a conoscere la vita nella sua versione più autentica: quella fatta di affetto, stanchezza, responsabilità e improvvisi momenti di tenerezza che arrivano quando meno te li aspetti.
Lo consiglierei soprattutto a chi è nella fascia di età di Rocky, o comunque a chi sta attraversando quella stagione in cui i figli non sono più bambini ma continuano a occupare spazio mentale come se lo fossero, e in cui il matrimonio non è più una promessa ma una realtà quotidiana da abitare. È un romanzo che parla moltissimo alle donne, ma non in modo “a tema”: più nel senso che riconosce finalmente che esiste un mondo intero dentro la mezza età femminile, un mondo pieno di cambiamenti fisici, pensieri contraddittori, desideri, ironia e paure, e che questo mondo merita di essere raccontato senza stereotipi.
Lo consiglierei anche a chi ama la scrittura brillante, rapida, piena di osservazioni acute, capace di far sorridere senza diventare leggera nel senso peggiore del termine. Però probabilmente non è il libro ideale per chi cerca un intreccio pieno di colpi di scena o una trama “forte” nel senso tradizionale: qui il movimento è tutto interiore, emotivo, familiare. Ma se vi interessano le storie che somigliano alla vita vera, allora Newman offre materiale in abbondanza.
Alla fine, Momenti di gioia imperfetta è un romanzo che racconta una vacanza, ma in realtà racconta un’età. Quell’età in cui sei ancora abbastanza giovane da desiderare e abbastanza adulta da sapere che la vita non si sistema da sola. Un’età in cui il corpo cambia, i figli cambiano, i genitori cambiano, e tu rimani lì in mezzo a fare da ponte, da colonna portante, da organizzatrice emotiva non ufficiale di un’intera famiglia.
È un libro che fa ridere, spesso, perché è scritto con un’ironia intelligente e una capacità notevole di cogliere il ridicolo delle piccole cose. Ma poi, senza avvisare, ti prende anche allo stomaco, perché dentro quell’ironia c’è qualcosa di molto vero: la consapevolezza che la felicità non è mai ordinata, mai perfetta, mai come ce la raccontiamo quando abbiamo vent’anni. È una felicità piena di rumore, di contraddizioni, di piatti da lavare e pensieri che non ti lasciano dormire. Eppure esiste.
E forse l’aspetto più bello del romanzo è proprio questo: ti fa vedere che la gioia non sta nell’assenza di caos, ma nel riuscire a riconoscerla anche quando il caos ti siede accanto a tavola, ti chiede un favore, ti interrompe mentre stai cercando di respirare e, con assoluta naturalezza, ti chiama “mamma”.
Qui potete leggere l’incipit. La bella illustrazione di copertina è opera di Fabian Lavater.

Catherine Newman è autrice di We All Want Impossible Things (2022), acclamato dalla critica e selezionato dal prestigioso Richard and Judy Book Club. Collabora regolarmente con prestigiose testate giornalistiche come il «New York Times», «Real Simple», «The Oprah Magazine». Momenti di gioia imperfetta è stato per mesi in cima alle classifiche del «New York Times» e della Indie Bestsellers List. Newman vive ad Amherst, Massachusetts.


Bellissima descrizione di un libro che voglio assolutamente recuperare.
E della vita, direi, a questo punto.
"Mi piace"Piace a 1 persona
È un libro che ho letto con molto piacere e in cui ho ritrovato situazioni, pensieri, sorrisi e qualche sana e catartica risata.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Ok, a pentola a pressione emotiva ho sussurrato “Now you have my attention!”
"Mi piace"Piace a 1 persona
😂😂😂😂😂😂
"Mi piace""Mi piace"