Quello che possiamo sapere, di Ian McEwan, Einaudi 2025, traduzione di Susanna Basso, pp. 376
Con Quello che possiamo sapere, Ian McEwan torna a uno dei suoi territori più tipici: l’incontro tra intelligenza narrativa e interrogativi morali, tra vita privata e forze storiche più grandi. È un romanzo che si muove con passo elegante e controllato tra due epoche lontane, mettendo in scena un mistero letterario e insieme un grande ragionamento sul tempo, sulla memoria e sulla fragilità di ciò che lasciamo dietro di noi.
McEwan costruisce una storia che ha il fascino del romanzo d’indagine, ma che si apre continuamente verso una dimensione più ampia: la riflessione su cosa significa davvero “sapere” qualcosa del passato, degli altri e persino di se stessi.
Il romanzo si sviluppa su due piani temporali principali. Nel primo, ambientato nel 2014, assistiamo a una cena tra amici, in cui emerge la figura di Francis Blundy, poeta ormai anziano e celebrato. Durante l’incontro, Blundy legge una poesia dedicata alla moglie Vivien, un testo intimo e potente che colpisce profondamente chi lo ascolta. È un momento apparentemente domestico e privato, ma destinato a diventare il centro di una catena di eventi: quella poesia infatti, pur straordinaria, è destinata a sparire, lasciando dietro di sé un alone di mistero.
Nel secondo piano narrativo ci troviamo più di un secolo dopo, nel 2119, in un’Inghilterra trasformata: le conseguenze di una grande catastrofe climatica hanno cambiato la geografia, la società e persino l’idea stessa di “cultura”. In questo futuro vive Thomas Metcalfe, studioso e ricercatore, che lavora su ciò che resta del nostro presente: frammenti, documenti, archivi incompleti, rovine di un mondo ormai quasi mitologico.
Metcalfe si imbatte nella traccia della poesia perduta di Blundy e ne resta ossessionato. La sua ricerca diventa un’indagine letteraria ma anche esistenziale: più scava nel passato, più si rende conto che la poesia è legata a relazioni complicate, segreti, rivalità e forse anche a un crimine. La letteratura, come spesso accade in McEwan, non è mai solo bellezza: è anche potere, ambiguità, possesso.
Uno dei punti di forza del romanzo è il modo in cui McEwan tratteggia i personaggi, senza mai trasformarli in semplici pedine narrative.
Francis Blundy è un poeta che incarna il prestigio culturale del Novecento e del primo Duemila: autore riconosciuto, figura pubblica, ma anche uomo pieno di zone d’ombra. La poesia dedicata a Vivien è al tempo stesso gesto d’amore e dichiarazione di controllo, quasi un tentativo di fissare per sempre qualcosa che nella vita reale resta instabile.
Vivien, la moglie, è una presenza che sfugge alle definizioni: non è soltanto la musa, ma un personaggio con una propria densità psicologica. Il rapporto con Francis è fatto di affetto e tensione, di dedizione e distanza. La poesia diventa anche il simbolo di un matrimonio che, dietro l’apparenza, contiene crepe e non detti.
Nel futuro, Thomas Metcalfe rappresenta un altro tipo umano: l’intellettuale che vive tra archivi e ricostruzioni, ma che finisce per cercare nel passato una forma di senso personale. Metcalfe non è solo un ricercatore: è un uomo che tenta di ricostruire un’epoca perduta come se stesse ricostruendo se stesso. La sua ossessione per la poesia è anche desiderio di ordine in un mondo ormai devastato e privo di certezze.
Attorno a questi personaggi gravitano figure secondarie che appartengono alla cerchia culturale di Blundy, e che contribuiscono a creare una rete di rivalità e ambiguità. McEwan suggerisce continuamente che dietro ogni “documento” sopravvissuto ci sono persone reali, con motivazioni contraddittorie.
L’ambientazione è uno degli elementi più affascinanti del libro, perché l’Inghilterra viene mostrata in due versioni quasi speculari.
Nel 2014, McEwan descrive un mondo ancora riconoscibile: case borghesi, salotti colti, conversazioni raffinate, un ambiente in cui la cultura ha ancora un ruolo centrale. È un’Inghilterra ordinata, stabile, ma forse anche un po’ autoreferenziale: un universo in cui la letteratura può diventare un simbolo di status, e la poesia un oggetto di prestigio.
Nel 2119, invece, l’Inghilterra è irriconoscibile. Il paesaggio è segnato dal disastro climatico: coste sommerse, città trasformate, società riorganizzate. Qui McEwan non costruisce una distopia spettacolare, ma una distopia “sobria”, credibile, quasi burocratica. Ed è proprio questo realismo a renderla inquietante: il futuro non è un incubo fantascientifico, ma un risultato plausibile dell’inerzia umana.
Questa doppia ambientazione rende il romanzo anche una riflessione sulla civiltà: su quanto rapidamente ciò che consideriamo stabile possa dissolversi.
Il titolo del romanzo è già una dichiarazione programmatica. Quello che possiamo sapere è un libro che interroga il concetto stesso di conoscenza.
McEwan insiste sul fatto che la conoscenza del passato è sempre frammentaria, fatta di lacune, interpretazioni e congetture. Nel futuro, Metcalfe studia il nostro tempo come un archeologo: non può sapere tutto, può solo ricostruire ipotesi. Questo meccanismo diventa una metafora potente del nostro rapporto con la memoria: anche quando crediamo di conoscere qualcuno o qualcosa, in realtà possediamo solo pezzi, mai l’intero.
Un secondo grande tema è il rapporto tra letteratura e verità. La poesia di Blundy è al centro del romanzo perché rappresenta una promessa: l’idea che l’arte possa contenere una verità profonda. Ma McEwan suggerisce anche l’opposto: la letteratura può essere una maschera, un modo per manipolare la memoria e controllare il racconto di sé.
Infine, il romanzo è attraversato dalla questione della responsabilità climatica. Il futuro devastato del 2119 è lo specchio di ciò che potrebbe accadere se continuiamo a ignorare le conseguenze delle nostre azioni. McEwan non predica, non costruisce un manifesto, ma lascia che sia la narrazione stessa a produrre l’effetto morale: il lettore percepisce che quel futuro non è una fantasia, è una possibilità.
McEwan sembra voler suggerire che ogni epoca vive dentro un’illusione: l’illusione di essere definitiva, centrale, stabile. Ma il tempo ridimensiona tutto. Ciò che oggi ci appare essenziale domani può diventare un frammento incomprensibile. Allo stesso tempo, però, il romanzo non è nichilista. La poesia perduta, la ricerca di Metcalfe, la sopravvivenza dei documenti, indicano che la cultura è fragile ma non inutile: è uno dei pochi strumenti che abbiamo per parlare con chi verrà dopo di noi. Il messaggio sembra essere questo: non possiamo sapere tutto, ma possiamo scegliere cosa lasciare. E ciò che lasciamo non è solo materiale: sono gesti, relazioni, responsabilità.
Ian McEwan è uno degli scrittori britannici più importanti degli ultimi decenni. Nei suoi romanzi ha spesso unito la precisione psicologica del realismo con grandi questioni morali e sociali: basti pensare a Espiazione, dove la colpa privata si intreccia alla tragedia storica, o a Solar, dove l’ironia si misura con la crisi climatica.
Nei suoi romanzi esplora con un realismo spesso spietato le complessità della psiche umana, le relazioni amorose, i conflitti interiori e i dilemmi etici, mettendo in scena personaggi fragili e contraddittori, capaci di gesti improvvisi e irreparabili. Le sue storie si muovono frequentemente dentro contesti storici e sociali precisi, dove il privato si intreccia con il collettivo: dai traumi dell’infanzia alle crisi della modernità, fino alle paure legate al futuro. Un tema ricorrente della sua produzione è la riflessione sulla relatività della verità, sulla memoria e sul modo in cui gli eventi vengono deformati dal punto di vista, dal rimorso o dall’autoinganno.
Tra i suoi romanzi più noti spicca Amsterdam (1998), vincitore del Booker Prize, un’opera che unisce satira, ambizione morale e tensione narrativa, confermando la capacità di McEwan di raccontare con lucidità le zone d’ombra della coscienza e i compromessi dell’etica contemporanea.
Quello che possiamo sapere, un romanzo colto e stratificato , si colloca perfettamente in questa linea: come in Sabato o Espiazione, la vita quotidiana diventa la porta d’accesso a dilemmi più vasti. Ma qui McEwan aggiunge un elemento nuovo: una costruzione quasi da romanzo speculativo, che sfiora la fantascienza senza mai abbandonare la sua cifra stilistica, elegante e razionale. È un libro che sembra voler raccogliere e fondere molte delle ossessioni dell’autore: la memoria, la colpa, l’ambiente, l’arte, il rapporto tra verità e racconto.
Lo stile è quello tipico di McEwan: preciso, colto, controllato, capace di rendere affascinante anche un dettaglio apparentemente ordinario. La prosa non è mai barocca, ma densissima. Il lettore avverte sempre la mano di uno scrittore che non lascia nulla al caso, e che usa la narrativa come un laboratorio intellettuale.
È un romanzo che richiede attenzione, perché spesso lavora più per sottrazione che per colpi di scena. Ma proprio per questo risulta profondamente letterario: non si consuma in fretta, si sedimenta.
Quello che possiamo sapere è un libro ideale per lettori che amano i romanzi letterari e riflessivi, più interessati alle domande che alle risposte; i libri che parlano di arte, poesia, memoria e ricerca culturale; la narrativa che intreccia vicende intime con temi globali come la crisi climatica. Potrebbe invece risultare meno adatto a chi cerca un ritmo serrato o un romanzo d’azione: la suspense c’è, ma è una suspense intellettuale, fatta di indizi, archivi, deduzioni, e soprattutto di interpretazione.
In definitiva, Quello che possiamo sapere è un romanzo che usa un mistero letterario come chiave per aprire domande enormi: cosa resta di noi, cosa si perde, cosa sopravvive, cosa significa “capire” davvero una persona o un’epoca. McEwan mette il lettore di fronte a una verità scomoda: il futuro ci guarderà come noi guardiamo il passato, con incompletezza e immaginazione. E forse è proprio questo il punto più potente del libro: ricordarci che la civiltà non è garantita, la memoria non è eterna, e la conoscenza è sempre una conquista fragile.


Meno severo, quasi ottimista più della realtà.
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