Maledetti uomini, di Andrev Walden, Iperborea 2026, traduzione di Laura Cangemi, pp. 448
Mio fratello appartiene a noi, adesso. Il Mago delle piante si è trasferito nel Värmland per farsi una nuova famiglia e non ha abbastanza tempo per occuparsi degli avanzi di quella vecchia. Mia sorella l’ha lasciata andare già prima di partire e ora dice che possiamo tenerci anche lui. Non per sempre, per un annetto. Basta che ogni tanto lo spediamo nel Värmland in modo che non si rovini del tutto.
Con Maledetti uomini, pubblicato da Iperborea nel gennaio 2026, lo scrittore svedese Andrev Walden consegna ai lettori italiani un romanzo di formazione autobiografico che ha il passo della fiaba sghemba e il cuore di un memoir. Tradotto da Laura Cangemi e inserito nella collana “Gli Iperborei”, il libro si muove tra ironia e ferita aperta, raccontando un’infanzia popolata da padri provvisori e identità in costruzione.
Il romanzo si apre nel 1983. Andrev ha sette anni e una domanda che pesa più dello zaino di scuola: chi è suo padre? O meglio, quale dei molti uomini che orbitano attorno alla madre può occupare quel posto?
Nel giro di pochi anni il protagonista attraversa una galleria di figure maschili tanto eccentriche quanto fragili. C’è il “Mago delle Piante”, una specie di hippie domestico che promette armonia e coltiva disastri; l’Artista, tutto intuizioni e assenze; il Ladro; il Pastore; l’Assassino; il Canoista. Ogni uomo rappresenta una stagione, una casa, un modo diverso e spesso contraddittorio di essere adulto.
La struttura quasi episodica del romanzo scandisce questa processione di padri come tappe di un apprendistato emotivo. Andrev osserva, registra, interpreta. Non è solo un bambino in cerca di affetto, ma un piccolo antropologo della mascolinità. Ogni nuova convivenza è un laboratorio in cui si sperimenta cosa significhi essere uomini, e cosa invece sia solo una maschera.
Al centro c’è Andrev, narratore in prima persona, con una voce che riesce a essere ingenua e lucidissima allo stesso tempo. Il suo sguardo non giudica, ma cataloga crepe: gli entusiasmi falliti, le promesse evaporate, le fragilità maschili che si travestono da carisma o autorità. I padri non sono mai semplici caricature. Ognuno porta con sé un desiderio di riscatto, una ferita, una zona d’ombra. Il romanzo evita il moralismo e preferisce il paradosso: uomini che dovrebbero educare ma che a loro volta sembrano in attesa di qualcuno che li guidi.
Figura fondamentale è la madre, presenza magnetica e ambivalente, capace di reinventarsi ma anche di trascinare il figlio dentro le proprie scelte sentimentali. Intorno, amici, primi amori, quartieri e scuole compongono il paesaggio di una crescita che non è mai lineare.
Maledetti uomini è prima di tutto un romanzo sulla paternità come vuoto mobile, come sagoma che cambia forma ogni volta che sembra stabilizzarsi. La domanda che attraversa il libro non è soltanto “chi è mio padre?”, ma “che cosa significa esserlo davvero?”. Nel susseguirsi di figure maschili provvisorie, Andrev non cerca un semplice legame biologico, bensì un modello a cui ancorare la propria idea di uomo. Ogni nuovo compagno della madre diventa un esperimento involontario di mascolinità: c’è chi si rifugia nell’idealismo, chi nell’arte, chi nell’autorità, chi nell’ombra. Nessuno riesce a incarnare una presenza solida e coerente, e proprio in questa instabilità si forma lo sguardo critico del protagonista.
Il romanzo interroga così la costruzione dell’identità maschile quando manca un punto di riferimento stabile. La crescita di Andrev avviene tra promesse non mantenute, entusiasmi che si sgonfiano, adulti che oscillano tra grandezza e infantilismo. La fragilità maschile emerge senza sconti ma anche senza condanne: gli uomini del libro non sono mostri, sono individui irrisolti, spesso incapaci di reggere il peso del ruolo che assumono. Il titolo, che suona come uno sfogo, contiene anche una sfumatura di disincanto affettuoso. C’è rabbia, certo, ma c’è anche il riconoscimento che dietro quei fallimenti si nasconde una vulnerabilità più ampia, quasi generazionale.
Accanto alla paternità, il romanzo riflette sulle famiglie non convenzionali e sulla marginalità sociale, mostrando come l’infanzia possa essere un territorio esposto alle scelte sentimentali degli adulti. Eppure, invece di scivolare nel vittimismo, Walden trasforma questa precarietà affettiva in materia narrativa viva. La mancanza diventa uno spazio di osservazione, e l’assenza di un modello definitivo costringe il protagonista a costruirne uno proprio, pezzo dopo pezzo, errore dopo errore.
Walden mescola umorismo e dolore con un equilibrio sorprendente. La narrazione alterna episodi quasi grotteschi a momenti di intensa tenerezza. Il tono è leggero solo in superficie: sotto scorre una riflessione costante sull’eredità emotiva che gli adulti consegnano ai figli. La lingua è vivace, quasi picaresca, ricca di immagini e dettagli concreti, ma mai compiaciuta. L’ironia non è un trucco per sdrammatizzare, bensì uno strumento di sopravvivenza narrativa. È come se il protagonista adulto guardasse al bambino che è stato con una lente affettuosa ma spietata.
Maledetti uomini può essere definito un romanzo di formazione autobiografico, con forti elementi di memoir e una struttura quasi episodica che richiama la narrativa confessionale contemporanea. Nel panorama attuale si inserisce nella linea di quelle opere che interrogano la mascolinità e la famiglia destrutturata, spostando il focus dall’eroismo alla fragilità. La sua forza sta nel raccontare la precarietà affettiva senza trasformarla in vittimismo, ma in materia narrativa viva. In questo senso, il romanzo dialoga con una tendenza diffusa nella narrativa nordica recente: scavare nell’intimità familiare per raccontare questioni collettive, sociali e generazionali.

Andrev Walden, nato nel 1976, è uno scrittore e giornalista svedese. Con Maledetti uomini, vincitore del prestigioso premio August in Svezia, ha dato forma letteraria a una materia autobiografica complessa, trasformando la propria infanzia in un racconto che parla a molti. La sua scrittura unisce precisione osservativa e sensibilità emotiva, con una particolare attenzione ai dettagli quotidiani e alle dinamiche familiari.
Con questo romanzo Walden si afferma come una voce capace di raccontare l’infanzia non come età dell’innocenza, ma come territorio di domande radicali. E forse la più radicale di tutte resta sospesa fino all’ultima pagina: non chi sia il padre, ma che tipo di uomo si scelga di diventare.

