Febbraio è stato un mese con la valigia sempre pronta. Un contenitore traboccante di pagine luminose, un atlante fatto di carta e inchiostro. Ho letto molto, e ho letto lontano. Lontano per geografia, per lingua, per tono, per ossessioni. Ogni libro è stato un timbro sul passaporto dell’immaginazione, e io mi sono lasciata trasportare con la gioia di chi sa che il viaggio migliore comincia appena si apre la prima pagina.
È stato un convoglio letterario elegante e imprevedibile: un treno che attraversa stati, climi e sensibilità, cambiando luce a ogni fermata. E nel tragitto ho riso, ho riflettuto, mi sono sorpresa a fare domande scomode sull’oggi e sul domani, sulle relazioni umane, che sanno essere labirinti pieni di trappole ma anche palcoscenici irresistibilmente comici. Ho sostato nei territori delicati e potentissimi della maternità e della paternità, ho camminato accanto al diventare grandi e all’invecchiare, scoprendo che ogni età ha la sua musica, a volte stonata, a volte meravigliosamente armonica.

Sono partita dalla riserva Chippewa dei Turtle Mountain, nel North Dakota degli anni Cinquanta, guidata dalla voce intensa di Louise Erdrich, col suo Il guardiano notturno. In quelle pagine il vento sembra sollevare la polvere della Storia e depositarla sulle vite dei personaggi, tra identità, appartenenza e memoria. Poi mi sono ritrovata in Sicilia con Delia Ephron, e il suo Siracusa, dove i legami familiari si intrecciano con ironia e malinconia, e il paesaggio diventa uno specchio emotivo, acceso di sole e di contraddizioni.
Dall’altra parte del Mediterraneo, l’Algeria raccontata da Amara Lakhous in La fertilità del male , un romanzo politico e sociale, un affresco ampio, stratificato, pieno di contraddizioni, mi ha offerto uno sguardo acuto su quel paese. A Mosca, con Giuliano Da Empoli e il suo Il mago del Cremlino, l’atmosfera si è fatta più tesa, quasi elettrica: il potere, la politica, le ombre del presente che si allungano sul futuro.
Ho respirato l’aria salmastra di Cape Cod con Catherine Newman e il suo Momenti di gioia imperfetta, tra famiglie imperfette e dialoghi che sanno essere teneri e spietati nello stesso momento. E poi l’Inghilterra lucidissima e inquieta di Ian McEwan, in Quello che possiamo sapere, una proiezione nel futuro, una metafora potente del nostro rapporto con la memoria. Infine la Svezia di Andrev Walden, in Maledetti uomini, romanzo di formazione autobiografico che ha il passo della fiaba sghemba e il cuore di un memoir, con la sua luce nordica capace di illuminare anche le fragilità più nascoste.
Che meraviglia, questa diversità. Non solo geografica, ma tematica, stilistica, emotiva. Ogni autore ha un passo diverso, un ritmo, una temperatura. Leggere libri così lontani tra loro è come cambiare stagione nel giro di poche ore: si passa dal gelo al sole, dalla tempesta al silenzio, e ogni mutamento ci allena a essere lettori più attenti, più elastici, più vivi.
Questo tour a tappe mi ha spinto anche verso le trasposizioni cinematografiche di due di questi romanzi, come se il viaggio volesse proseguire su un altro binario, fatto di immagini e volti. E mi ha regalato il piacere raro di rileggere libri amati in passato, scoprendo che non siamo mai gli stessi lettori due volte: le pagine restano, ma noi cambiamo, e nel cambiamento troviamo nuovi dettagli, nuove crepe, nuove risonanze.
In fondo, leggere è questo: un’esperienza totale, un esercizio di empatia, un allenamento all’altrove. È un modo per moltiplicare le vite senza perdere la propria. Febbraio è stato un tripudio letterario, sì, ma soprattutto è stato un promemoria luminoso: il mondo è vasto, complesso, contraddittorio… e a volte basta un libro per attraversarlo.
Se devo eleggere il mio libro del mese, alzare una piccola bandiera sulla vetta di febbraio e dire “ecco, è questo”, non ho dubbi: Il Guardiano notturno di Louise Erdrich.

Un romanzo che ha la struttura ampia e solida del grande romanzo americano, quello che abbraccia una comunità, intreccia destini, alterna intimità e respiro storico. Ma dentro batte un cuore diverso, laterale, ostinato. Non è il canto trionfale della nazione. È un controcanto. Una voce che arriva da dove la Storia ufficiale spesso non si ferma ad ascoltare.
Siamo nella riserva dei Turtle Mountain, nel North Dakota degli anni Cinquanta. Lì la Storia degli Stati Uniti non è un manuale scolastico, ma una forza concreta che entra nelle case, nei corpi, nelle decisioni quotidiane. Erdrich racconta l’America non dal centro del potere, ma dalla sua periferia colonizzata, amministrata, regolata, spesso cancellata. E lo fa con una scrittura che non alza la voce, ma non arretra di un millimetro.
Il risultato è un romanzo che allarga lo sguardo. Ci ricorda che ogni nazione è fatta anche di margini, e che i margini non sono silenziosi: sono pieni di vita, di ironia, di legami familiari complicati, di desideri testardi. In queste pagine convivono la lotta politica e la quotidianità più minuta, la burocrazia e l’amore, la paura e la speranza. E tutto sembra necessario.
Leggerlo è stato come cambiare prospettiva su una mappa che credevo di conoscere. L’America di Erdrich non è un’astrazione, ma una trama di storie individuali che resistono. E mentre seguivo i personaggi, mi sono accorta che il romanzo faceva qualcosa di prezioso: mi costringeva a spostarmi, a guardare da un’altra angolazione, a riconoscere che il centro, spesso, è solo una questione di abitudine.
Per questo Il Guardiano notturno è il mio libro del mese. Perché è grande, sì, ma non per ambizione o spettacolarità. È grande perché restituisce voce, dignità e complessità a chi troppo a lungo è stato raccontato da altri. E perché, una volta chiuso, lascia addosso quella sensazione rara: di aver viaggiato lontano, e di essere tornata con uno sguardo più largo.
E voi avete scovato belle letture? Vi siete imbattuti in libri che vi hanno sorpreso, divertito, interrogato? Se vi va, raccontateceli: sono curiosa di allargare ancora la mappa delle prossime letture insieme a voi.

