Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so.
Pochi romanzi del Novecento hanno un’apertura così semplice e allo stesso tempo così destabilizzante come Lo straniero di Albert Camus, un romanzo breve che avrebbe cambiato il modo di raccontare l’alienazione nel Novecento. La storia è semplice, quasi scheletrica. Ma la voce che la racconta è qualcosa di radicalmente nuovo: uno sguardo che registra il mondo senza cercare di giustificarlo.
Pubblicato nel 1942, il libro è uno dei testi più celebri e inquietanti della letteratura del Novecento. Breve, essenziale, quasi spoglio, racconta una vicenda apparentemente semplice ma capace di aprire una frattura profonda nella percezione della realtà. Proprio per questo molti lo hanno considerato a lungo quasi inadattabile al cinema.
Eppure il regista francese François Ozon ha deciso di affrontare proprio questa sfida. Il suo nuovo film, presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e in arrivo nelle sale italiane il 2 aprile 2026, prova a tradurre in immagini uno dei romanzi filosofici più influenti del secolo scorso. Non è soltanto una trasposizione. È un tentativo di dare forma visiva a una coscienza.

Il romanzo
La storia de Lo straniero è nota, ma continua a sorprendere per la sua radicale semplicità. Il protagonista, Meursault, vive nell’Algeria coloniale. Il romanzo si apre con la morte della madre, evento che dovrebbe segnare profondamente l’esistenza di chiunque. Eppure fin dalle prime pagine emerge la caratteristica che rende Meursault così disturbante: il suo distacco.
Dopo il funerale la vita continua quasi senza scosse. Una relazione con Marie, l’amicizia ambigua con il vicino Raymond, le giornate scandite dal caldo e dalla luce mediterranea. Tutto sembra muoversi su un piano ordinario finché, durante una giornata torrida sulla spiaggia, Meursault uccide un uomo arabo.
Ma il cuore del romanzo non è il delitto. Il vero centro della vicenda è il processo che segue. In tribunale, Meursault sembra essere giudicato meno per l’omicidio e più per qualcosa di molto più difficile da definire: la sua incapacità di aderire ai codici emotivi della società. Non ha pianto al funerale della madre. Non cerca giustificazioni. Non simula rimorso.
In questa frattura tra individuo e società si manifesta uno dei nuclei più profondi della riflessione di Camus: l’idea che l’universo non offra un senso intrinseco e che l’essere umano sia costretto a confrontarsi con questa assenza. È ciò che lo scrittore chiamava l’assurdo.
Quando Lo straniero di Albert Camus uscì nel 1942, in piena occupazione nazista della Francia, non apparve subito come il classico che oggi conosciamo. Il romanzo fu pubblicato da Éditions Gallimard e venne accolto con interesse, ma anche con una certa perplessità. La critica francese riconobbe immediatamente la singolarità della voce narrativa, quella prosa scarna e quasi neutrale che racconta la vicenda di Meursault senza commenti morali. Tuttavia il significato filosofico del libro non era ancora del tutto chiaro.
In realtà il romanzo faceva parte di un progetto più ampio. Nello stesso anno Camus pubblicò anche il saggio Il mito di Sisifo, in cui elaborava la sua teoria dell’assurdo. Le due opere formano il primo nucleo del suo percorso intellettuale: il saggio fornisce la riflessione teorica, mentre il romanzo ne rappresenta la traduzione narrativa. Solo dopo la guerra questa relazione venne pienamente riconosciuta dalla critica.

Nel dopoguerra Lo straniero entrò rapidamente nel dibattito culturale europeo, spesso accostato ad altre opere che raccontavano l’alienazione dell’individuo moderno, come La nausea di Jean-Paul Sartre o Il processo di Franz Kafka. Pur condividendo con questi testi un clima di inquietudine filosofica, il romanzo di Camus si distingueva per il suo sguardo particolare: non l’angoscia esistenziale, ma l’esperienza dell’assurdo, cioè lo scarto tra il bisogno umano di senso e il silenzio del mondo.
La diffusione internazionale del libro contribuì in modo decisivo alla consacrazione dello scrittore, culminata nel 1957 con il Premio Nobel per la letteratura. In Italia il romanzo arrivò già nel 1947, pubblicato da Bompiani, e divenne rapidamente uno dei testi più letti della narrativa francese contemporanea. Nel corso dei decenni la critica ha continuato a reinterpretarlo da prospettive diverse, dalla filosofia all’analisi postcoloniale, segno della straordinaria capacità del libro di dialogare con epoche e sensibilità differenti.
Il film di François Ozon

Adattare Lo straniero significa confrontarsi con un problema fondamentale: il romanzo vive soprattutto nella voce interiore del protagonista. François Ozon affronta questo nodo scegliendo una strategia di sottrazione.
Il film è girato in bianco e nero e utilizza il formato 4:3, una scelta che restringe il campo visivo e crea una sensazione di compressione dello spazio. L’Algeria non viene rappresentata come un paesaggio esotico, ma come un ambiente quasi mentale, dominato dalla luce accecante e dall’immobilità del caldo.
Tutti gli archivi, tutti i filmati di cronaca sono in bianco e nero, ho pensato che risvegliasse la nostra memoria collettiva, che fosse più realistico. E finanziariamente, non avevo i mezzi per ricreare la Algeri degli anni Trenta, il bianco e nero semplifica molte cose.
La lettura, 15 marzo 2026
Il ruolo di Meursault è interpretato da Benjamin Voisin, affiancato da un cast che comprende Rebecca Marder nel ruolo di Marie Cardona, Pierre Lottin come Raymond Sintès, Denis Lavant nei panni di Salamano e Swann Arlaud nel ruolo del cappellano della prigione.
La regia privilegia i silenzi, gli sguardi e le pause. I dialoghi sono ridotti all’essenziale. Molte sequenze insistono su percezioni sensoriali: il sole che brucia la pelle, la luce sulla spiaggia, il tempo che sembra rallentare. È come se Ozon cercasse di trasformare la prosa neutra di Camus in una grammatica visiva altrettanto essenziale.
Un elemento significativo dell’adattamento è anche l’attenzione più esplicita al contesto coloniale dell’Algeria francese. Nel romanzo questo sfondo resta quasi invisibile, mentre il film lo lascia emergere con maggiore chiarezza, inserendolo nella sensibilità storica contemporanea. A più di ottant’anni dalla pubblicazione del romanzo, ha osservato il regista, il mondo descritto da Camus appartiene a un’altra epoca: quella della piena colonizzazione francese, in cui Algeria e Francia erano realtà profondamente diseguali. Per questo nel film compaiono anche immagini d’archivio di Algeri, pensate per evocare l’atmosfera culturale e politica di quegli anni e per far percepire allo spettatore contemporaneo la mentalità dominante dell’epoca, segnata da una visione idealizzata della colonizzazione.
In questa prospettiva anche una frase centrale del romanzo, «ho ucciso un arabo», assume una risonanza diversa. Oggi può suonare inevitabilmente come un crimine razzista; nel libro di Camus il gesto ha invece soprattutto una dimensione esistenziale. Allo stesso tempo, il film mette in evidenza quanto il mondo sociale in cui vive Meursault fosse attraversato da un razzismo strutturale, un elemento che contribuisce a spiegare l’indifferenza con cui il crimine viene trattato durante il processo.
Ozon ha inoltre sottolineato di aver voluto intervenire anche sul ruolo dei personaggi femminili. Nel racconto, molte figure maschili sono segnate da comportamenti violenti o moralmente problematici: Meursault resta emotivamente indifferente alla morte della madre e uccide senza un vero motivo; Salamano maltratta il proprio cane; Raymond Sintès è apertamente violento con le donne. In un universo narrativo dominato da queste presenze, il regista ha ritenuto necessario rafforzare i personaggi femminili, attribuendo loro maggiore consapevolezza e soprattutto una voce.
Questa scelta riguarda anche il modo in cui il film rilegge la dimensione coloniale della storia. Nel romanzo gli arabi restano quasi completamente muti; nel film compare invece il personaggio di Djemila, la sorella della vittima, attraverso cui viene restituito uno spazio di parola a chi nella vicenda originale rimaneva invisibile. Attraverso questa presenza emerge con maggiore evidenza l’assurdità dell’ordine coloniale che fa da sfondo alla storia: durante il processo, infatti, il fatto di aver ucciso un arabo appare quasi secondario, mentre ciò che viene realmente imputato a Meursault è la sua indifferenza emotiva, in particolare il fatto di non aver pianto alla morte della madre.

Il film di Ozon non è il primo tentativo di portare Lo straniero sul grande schermo. Nel 1967 Luchino Visconti aveva già adattato il romanzo con Marcello Mastroianni nel ruolo di Meursault. Quel film apparteneva pienamente alla stagione del grande cinema europeo degli anni Sessanta: una regia elegante, costruita, fortemente attenta alla dimensione psicologica dei personaggi. Visconti cercava di dare forma cinematografica all’alienazione di Meursault attraverso una messa in scena raffinata e complessa.
Ozon percorre invece la direzione opposta. Dove Visconti costruiva, lui sottrae. Dove il primo cercava una spiegazione emotiva, il secondo insiste sull’opacità del personaggio. Il risultato è un Meursault molto diverso: quello di Visconti appare attraversato da una crisi interiore, mentre quello di Ozon rimane enigmatico, quasi impermeabile alle interpretazioni.
La vera sfida di ogni adattamento di Lo straniero risiede nella sua scrittura. La prosa di Camus è secca, precisa, quasi neutrale. Il narratore registra gli eventi senza attribuire loro un significato morale. Il senso emerge nello spazio tra le frasi, nella distanza tra ciò che accade e il modo in cui viene raccontato. Il cinema, invece, tende naturalmente a enfatizzare e a rendere visibile ciò che nella letteratura può restare implicito. Il film di Ozon tenta di risolvere questa tensione trasformando la neutralità narrativa in stile visivo. L’immobilità delle inquadrature, la rarefazione dei dialoghi e il ritmo dilatato cercano di ricreare quella sensazione di distacco che nel romanzo nasce dalla voce di Meursault.
Le prime reazioni della critica, dopo la presentazione veneziana, sono state contrastanti. Alcuni hanno elogiato l’eleganza formale e la fedeltà allo spirito dell’opera di Camus; altri hanno trovato il film eccessivamente freddo. Ma forse proprio questa freddezza è il punto. A più di ottant’anni dalla sua pubblicazione, Lo straniero continua a inquietare perché mette in scena una possibilità umana che la società fatica ad accettare: vivere senza fingere emozioni che non si provano. Il film di Ozon non cerca di risolvere questo enigma. Piuttosto lo rilancia. E forse è proprio questo che rende Meursault ancora oggi una figura così perturbante: non rappresenta un mostro morale, ma una crepa nel modo in cui siamo abituati a raccontare noi stessi.
Il regista
A confrontarsi con questo classico della letteratura del Novecento è François Ozon, uno dei registi francesi più riconoscibili della sua generazione. Nato a Parigi nel 1967 e formatosi alla La Fémis, Ozon si è imposto dalla fine degli anni Novanta come una figura centrale del cinema europeo contemporaneo. La sua filmografia, estremamente varia, attraversa generi e registri diversi, dal melodramma alla commedia nera, dal thriller psicologico al film corale. Opere come Sotto la sabbia, 8 donne e un mistero o Nella casa mostrano bene questa capacità di muoversi tra tonalità narrative differenti, mantenendo però una costante attenzione alle ambiguità dei rapporti umani e alle tensioni che attraversano la vita privata.
L’adattamento de Lo straniero rappresenta tuttavia una sfida particolare nella sua carriera. Per la prima volta Ozon si misura con uno dei testi più canonici della letteratura francese, cercando di tradurre in immagini la prosa essenziale e quasi impassibile di Albert Camus. Il risultato non è soltanto un adattamento, ma anche una rilettura contemporanea: un tentativo di restituire al pubblico di oggi un romanzo che continua a interrogare il rapporto tra individuo, società e responsabilità morale.
Tra le pagine di Camus e le immagini di Ozon, Lo straniero continua a vivere proprio in questo passaggio da un linguaggio all’altro: dalla prosa scarna del romanzo alla materia sensibile del cinema, dallo sguardo dello scrittore a quello del regista. È in questo spazio, sospeso tra parola e immagine, che Meursault torna ogni volta a interrogare lettori e spettatori, ricordando quanto fragile e inquieta resti la nostra ricerca di senso.


