Quattro presunti familiari, di Daniele Mencarelli, Sellerio 2026, pp.304

O si è morti o si è vivi. Non c’è via di mezzo. Non c’è niente di meno presunto della morte. La legge tenta di mettere pezze ai destini più infami con parole che fanno ridere, o piangere, a seconda dei punti di vista.

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Nel romanzo Quattro presunti familiari, Daniele Mencarelli costruisce una storia che si presenta inizialmente come un’indagine, ma che progressivamente si rivela soprattutto un’esplorazione della memoria, della perdita, delle colpe e delle scelte morali. Il ritrovamento di uno scheletro umano nei boschi apre il racconto e attiva il meccanismo narrativo: per identificarlo vengono convocati quattro possibili parenti di persone scomparse vent’anni prima. Da questo presupposto, apparentemente tipico del noir, prende forma un romanzo che si muove meno sul terreno dell’azione e più su quello dell’interiorità dei personaggi.

I quattro presunti familiari sono i coniugi Martelli, contadini di umile estrazione la cui figlia venticinquenne è scomparsa vent’anni prima; Lucio Corsini, un giovane che aveva dieci anni quando la madre trentenne sparì improvvisamente e che in seguito fu adottato da una famiglia con cui non ha mai stabilito un rapporto sereno; e infine la signorina Liliana Parrino, che cerca notizie della sorella Isabella, scomparsa alla stessa età e nello stesso periodo. Queste figure portano con sé storie diverse, ma accomunate da una stessa ferita: la scomparsa di una persona amata e l’impossibilità di chiudere definitivamente il dolore.

Centrale è il ruolo dell’attesa. Gran parte della narrazione si svolge mentre i personaggi aspettano il risultato dell’esame del DNA che potrebbe identificare il cadavere ritrovato nel bosco. Questa attesa non è soltanto un espediente narrativo, ma diventa il vero motore della tensione.
Diversamente da molti noir tradizionali, dove l’indagine procede attraverso scoperte e colpi di scena, qui il tempo sembra rallentare. I personaggi sono costretti a vivere in una sospensione che amplifica le loro emozioni e le loro fragilità. L’attesa diventa così uno spazio psicologico in cui emergono ricordi, paure e conflitti.
Mencarelli costruisce quindi una narrazione in cui la tensione non nasce tanto dall’azione quanto dalla progressiva emersione delle interiorità dei personaggi. Il mistero del cadavere resta sullo sfondo, mentre in primo piano si sviluppa il confronto con il passato e con la possibilità di una verità definitiva.

Il titolo del romanzo è già di per sé rivelatore. Non si parla semplicemente di “quattro familiari”, ma di “quattro presunti familiari”. L’aggettivo sottolinea una condizione sospesa: fino alla conferma del DNA nessuno può sapere se il corpo ritrovato appartenga davvero al proprio caro. Questo crea una situazione paradossale. Desiderare che il cadavere sia quello della persona scomparsa significa ottenere finalmente una verità, ma anche accettarne definitivamente la morte. Sperare che non lo sia significa invece continuare a vivere nell’incertezza.
I personaggi sembrano arrivare a sperare che quello scheletro appartenga davvero alla persona amata. Non per crudeltà o indifferenza, ma per stanchezza. Continuare a vivere nell’incertezza si rivela infatti una forma di dolore che consuma lentamente. Mencarelli li descrive spesso come figure smarrite, quasi dei fantasmi, uomini e donne sospesi tra il passato e un presente che non riesce a compiersi. Il romanzo si sviluppa proprio dentro questa zona intermedia, dove la verità è necessaria ma allo stesso tempo temuta.

Questo è un aspetto significativo, cioè il modo in cui il romanzo affronta il tema delle persone scomparse. La vicenda dei quattro presunti familiari non riguarda soltanto drammi individuali, ma rimanda a una realtà sociale molto più ampia. Ogni anno in Italia migliaia di persone scompaiono e molte di esse non vengono mai ritrovate. Questo fenomeno produce una condizione psicologica particolarissima per chi resta: un lutto che non può essere elaborato fino in fondo, perché manca la certezza della morte. Gli psicologi parlano spesso di “lutto sospeso” o “lutto ambiguo”: una situazione in cui la speranza e la disperazione convivono senza trovare una conclusione. Nel romanzo questa dimensione emerge con grande forza. I personaggi vivono da vent’anni in una zona grigia tra attesa e rassegnazione, incapaci di chiudere definitivamente la ferita della scomparsa. Il ritrovamento del cadavere riapre improvvisamente quella ferita e li costringe a confrontarsi con una possibilità che allo stesso tempo desiderano e temono. In questo modo la storia raccontata da Mencarelli assume anche un valore più ampio: diventa una riflessione su una condizione umana diffusa ma spesso invisibile, quella di chi continua a vivere con un’assenza che non ha mai trovato una risposta.

In questo senso il cadavere diventa quasi il vero protagonista della storia, pur restando una presenza muta e invisibile. Non ha ancora un nome né un’identità, ma esercita una forza narrativa che coinvolge tutti gli altri personaggi. È una presenza che costringe i vivi a confrontarsi con il proprio passato e con le proprie responsabilità.

I quattro presunti familiari: fragilità e conflitti

Una delle dimensioni più interessanti del romanzo è il modo in cui Mencarelli costruisce il rapporto tra i quattro presunti familiari. Costretti a convivere nello stesso albergo in attesa del risultato del DNA, i personaggi finiscono per confrontarsi continuamente tra loro. Questa convivenza forzata genera tensioni, incomprensioni e litigi. Ognuno di loro vive infatti la scomparsa del proprio caro in modo diverso.
I coniugi Martelli portano sulle spalle una lunga storia di sofferenza coniugale e di rapporto conflittuale con la figlia. La scomparsa della figlia ha incrinato il loro rapporto e il dolore si è trasformato nel tempo in una distanza emotiva fatta di silenzi, rimproveri e incomprensioni.
Corsini rappresenta invece la figura più fragile. La scomparsa della madre ha segnato tutta la sua esistenza. Cresciuto in una famiglia adottiva con cui non si è mai sentito davvero in sintonia e che gli rinfaccia il fatto di essere figlio di una tossicodipendente e poco di buono, porta con sé una sensazione profonda di sradicamento e di inadeguatezza. A questo si aggiungono i suoi problemi di dipendenza che lo rendono ancora più vulnerabile e instabile.
La signorina Liliana Parrino è forse il personaggio più inquieto. La sua ricerca della sorella Isabella è diventata nel tempo una vera e propria ossessione. Il romanzo suggerisce una fragilità psichica che sfocia in tratti di schizofrenia e che rende il suo comportamento spesso imprevedibile.

Queste fragilità personali finiscono per esplodere durante la convivenza. I presunti familiari non formano un gruppo solidale, ma piuttosto un insieme di individui feriti che faticano a comprendersi, che si percepiscono come antagonisti. Le tensioni diventano sempre più evidenti e conducono progressivamente a situazioni di crisi. Non è un caso che, nel corso della storia, tutti finiscano prima o poi in ospedale, segno di come il peso dell’attesa e del passato diventi per ciascuno quasi insostenibile.

Circosta, Damasi e Liberati: una tensione morale

Accanto al dramma dei familiari si sviluppa un’altra linea narrativa fondamentale che riguarda la caserma dei carabinieri. Qui emerge una dinamica morale molto forte tra tre personaggi: Circosta, Damasi e Liberati.
Circosta è il giovane carabiniere che segue il caso e che osserva con crescente inquietudine il comportamento del brigadiere Liberati. Quest’ultimo rappresenta il lato oscuro dell’istituzione: è violento, corrotto e abituato a esercitare il potere attraverso la paura. Colleghi e sospettati lo temono e il suo modo di lavorare è dominato dalla logica della sopraffazione.
Liberati cerca in qualche modo di trascinare Circosta nel proprio mondo, mostrandogli una visione cinica della realtà in cui l’autorità conta più della giustizia. Per un giovane carabiniere ancora incerto sulla propria identità professionale, questa influenza diventa una tentazione pericolosa.
Il maresciallo Damasi comprende molto presto questa situazione. Più esperto e attento alle dinamiche umane, intuisce il rischio che Circosta possa lasciarsi influenzare dal brigadiere. Per questo motivo cerca di guidarlo e di aiutarlo a prendere le distanze da Liberati. Il rapporto tra Damasi e Circosta assume così una dimensione quasi educativa: il maresciallo rappresenta una figura di riferimento che prova a indirizzare il giovane verso un’idea più autentica e onesta del mestiere di carabiniere.
In questo modo il romanzo mette in scena anche una seconda indagine, meno visibile ma altrettanto importante: quella sull’identità morale del protagonista.

Una chiarezza improvvisa mi fece vedere la mia vita per tutti i giorni a venire, ora avevo la fisionomia esatta di ciò che mi aspettava, altro che rinascita, altro che nuova vita, la verità era quella che vedevo netta dinnanzi a me: una verità fatta di gesti mediocri a cui trovare giustificazioni, perché questo ero io, un mediocre, uno né buono né cattivo, che vive il momento agendo per istinto,, o stupidità, al massimo per convenienza, senza pensare troppo alle conseguenze, tantomeno al prossimo.

Pag. 222-223

Il ruolo dei luoghi: Latina e la provincia

I luoghi hanno un ruolo fondamentale nella costruzione della storia. La città di Latina e il territorio circostante non sono semplicemente uno sfondo, ma contribuiscono a creare l’atmosfera del romanzo. La provincia appare come uno spazio sospeso tra modernità e passato, dove le vicende personali si intrecciano con una dimensione quasi immobile del tempo. Le strade, le periferie, i boschi in cui viene ritrovato il cadavere restituiscono un paesaggio che riflette la dimensione interiore dei personaggi.
Anche gli spazi chiusi hanno una funzione importante. L’albergo della signora Garvan diventa un luogo di attesa e di confronto, quasi un piccolo teatro umano dove i presunti familiari si osservano e si scontrano. La caserma dei carabinieri rappresenta invece il luogo dell’autorità e della legge, ma anche delle tensioni interne all’istituzione.
Il continuo passaggio tra questi spazi contribuisce a costruire il ritmo della narrazione e a mettere in luce le diverse dimensioni della vicenda.

Lo stile narrativo

Dal punto di vista stilistico, la scelta della prima persona affida il racconto alla voce del giovane Circosta, attraverso il cui sguardo gli eventi si compongono e si caricano di significato, costantemente filtrati dalla sua sensibilità inquieta e partecipe. Mencarelli utilizza una scrittura sobria ma intensa, capace di alternare momenti di riflessione interiore a passaggi più tesi legati all’indagine. Il ritmo non è quello del thriller tradizionale. La tensione nasce soprattutto dall’attesa e dal confronto tra i personaggi.
L’autore dimostra una grande attenzione alla dimensione psicologica. I dialoghi e le osservazioni del narratore permettono di entrare gradualmente nelle fragilità dei protagonisti, mostrando come il dolore della perdita possa assumere forme molto diverse.
Per certi aspetti il romanzo può essere accostato alla tradizione del noir italiano che privilegia la dimensione sociale e morale rispetto al puro meccanismo investigativo. In questo senso si possono intravedere affinità con autori che hanno utilizzato il genere poliziesco come strumento per raccontare l’animo umano e le contraddizioni della realtà contemporanea.

In particolare si può intravedere una certa affinità con Leonardo Sciascia, che spesso ha utilizzato la struttura del giallo per riflettere sulle contraddizioni della giustizia e del potere. Un altro possibile riferimento è Andrea Camilleri, soprattutto per il modo in cui il territorio e la dimensione provinciale diventano parte integrante della narrazione.
Dal punto di vista dell’attenzione alla psicologia dei personaggi, il romanzo può ricordare anche l’approccio di Georges Simenon, dove l’indagine non serve soltanto a scoprire un colpevole ma a esplorare le fragilità e le ambiguità dell’animo umano.
Naturalmente Mencarelli non si limita a riprendere questi modelli. La sua scrittura mantiene una sensibilità emotiva molto personale, che deriva anche dalla sua esperienza poetica e dalla sua attenzione per le dimensioni più intime dell’esistenza.

Quattro presunti familiari è dunque un noir atipico, in cui il mistero criminale diventa soprattutto un dispositivo narrativo per esplorare il dolore, la memoria e le scelte morali. Il cadavere senza nome che apre la vicenda non rappresenta soltanto un enigma da risolvere, ma una presenza che costringe tutti i personaggi a confrontarsi con ciò che hanno perduto e con ciò che sono diventati.

Attraverso la tensione tra i presunti familiari, il conflitto morale tra Circosta e Liberati e l’influenza equilibratrice del maresciallo Damasi, Mencarelli costruisce una storia in cui la vera domanda non riguarda soltanto l’identità del morto, ma anche quella dei vivi: come si continua a vivere quando il passato resta incompiuto.

Qui potete leggere l’incipit del romanzo.

Foto credits: Claudio Sforza

Daniele Mencarelli (Roma, 1974) è uno scrittore e poeta italiano tra le voci più intense della narrativa contemporanea. Dopo un esordio nel campo della poesia, con raccolte che hanno attirato l’attenzione della critica per la loro forza emotiva e la capacità di raccontare la fragilità umana, si è affermato come narratore negli ultimi anni con romanzi di grande successo di pubblico e di critica.

La sua narrativa è spesso segnata da un forte elemento autobiografico e da un’attenzione particolare ai temi della sofferenza, della ricerca di senso e della possibilità di redenzione. Il suo primo grande successo è stato La casa degli sguardi (2018), romanzo ispirato alla sua esperienza giovanile di lavoro come addetto alle pulizie in un ospedale pediatrico. Con Tutto chiede salvezza (2020), vincitore del Premio Strega Giovani, ha raccontato la settimana trascorsa da giovane in un reparto psichiatrico, offrendo una riflessione intensa sulla sofferenza mentale e sulla solidarietà tra esseri umani; il libro è stato successivamente adattato in una serie televisiva.

Nei suoi romanzi Mencarelli unisce uno sguardo poetico e partecipe a un forte interesse per le questioni morali e spirituali dell’esistenza. Anche nelle opere più recenti, come Quattro presunti familiari, continua a esplorare i temi della perdita, della memoria e della ricerca della verità, mostrando una particolare attenzione alla dimensione interiore dei personaggi e alle fragilità che attraversano la vita quotidiana.