L’Eden all’alba, di Karim Kattan, La Nave di Teseo 2025, traduzione di Cettina Caliò, pp. 304
Ho la sfortuna di osservare tutto. Isaac e Gabriel pensano che il khamsin si sia fermato, che la cortina di sabbia si sia sollevata, che i colori torneranno nel mondo.
L’Eden all’alba dello scrittore palestinese Karim Kattan è un romanzo che elude le etichette con la stessa ostinata leggerezza con cui i suoi protagonisti tentano di sottrarsi ai confini. Pubblicato nel 2024 e accolto con notevole favore dalla critica internazionale, si inscrive nella narrativa palestinese contemporanea, ma ne scarta i margini consueti, imponendosi per una voce libera, lirica e felicemente sperimentale. L’opera di Kattan è un romanzo che sembra nascere già in tensione con il proprio tempo. Scritto prima del 7 ottobre 2023, ma inevitabilmente letto alla luce di ciò che è seguito, il libro assume oggi una risonanza quasi profetica: racconta un mondo già sull’orlo, dove l’oppressione è sistemica, quotidiana, respirata come polvere.
Pubblicato originariamente in francese nel 2024 e tradotto in italiano nel 2026, il romanzo si presenta come una storia d’amore, ma rifiuta di restare confinato in questo perimetro. Kattan stesso ha dichiarato di voler scrivere “solo” una storia d’amore; eppure, come accade nei territori palestinesi, la realtà politica si infiltra ovunque, rendendo impossibile ogni forma di neutralità narrativa. Il risultato è un testo che lavora per sottrazione e per eccesso: sottrae etichette, ma accumula immagini, simboli, stratificazioni. L’Eden evocato dal titolo non è un luogo, ma una condizione temporanea, fragile, quasi clandestina.
La trama si dispiega con apparente semplicità: Isaac e Gabriel si incontrano a Gerusalemme durante un’estate segnata dal khamsin, il vento caldo del deserto. Isaac lavora come receptionist notturno, Gabriel è un pittore inquieto; tra loro nasce un amore che cresce nei margini, negli interstizi, nei luoghi secondari.
Ma questa linearità è ingannevole. Il romanzo non racconta tanto una storia quanto una condizione: quella di due corpi che cercano spazio in un territorio che nega lo spazio stesso. I loro movimenti sono sempre negoziati, limitati, condizionati da permessi, checkpoint, divieti. Viaggiare diventa un atto quasi illegale, amare un gesto esposto.
Il loro percorso attraverso la Palestina – da Gerusalemme a Gerico, fino alle piscine di Salomone – non è solo geografico, ma simbolico: ogni luogo attraversato è insieme reale e reinventato, abitato da memorie, leggende, visioni.
Isaac e Gabriel non sono costruiti come personaggi “psicologici” nel senso tradizionale. Sono piuttosto vettori di desiderio, corpi attraversati da forze più grandi: la storia, il paesaggio, il mito. Il loro amore è intensamente fisico e al tempo stesso instabile, come se fosse sempre sul punto di dissolversi. E infatti, ciò che il romanzo mette in scena è l’impossibilità di un rifugio duraturo: l’Eden esiste, ma solo per brevi fenditure nel tempo.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è il modo in cui rappresenta l’occupazione: mai ridotta a sfondo, mai trasformata in semplice denuncia, ma resa come una struttura invisibile che organizza la vita. Non c’è bisogno di spiegazioni didascaliche: basta osservare cosa i personaggi possono o non possono fare. Spostarsi, incontrarsi, fermarsi. Ogni gesto è regolato, ogni libertà è provvisoria. Come osserva lo stesso Kattan, anche solo immaginare un viaggio implica fare i conti con lo statuto amministrativo dei corpi.
L’occupazione diventa così una forma di clima, una pressione costante che modella lo spazio e il tempo. Non è solo violenza esplicita, ma anche burocrazia, attesa, arbitrio. È una realtà che non si impone sempre con la forza, ma che filtra ovunque, come la sabbia del deserto portata dal vento.
In questo senso, il khamsin è una delle invenzioni più potenti del romanzo. Fenomeno meteorologico reale, viene trasformato da Kattan in una presenza quasi metafisica, estesa fino a durare un anno intero.
La tempesta di sabbia che attraversa il libro non è solo un elemento atmosferico: è una metafora dilatata dell’occupazione. Avvolge, soffoca, penetra negli spazi più intimi. Non si può evitare, non si può ignorare.
La scelta di alterare la durata naturale del fenomeno è significativa: il tempo stesso viene deformato, come accade nelle situazioni di oppressione prolungata, dove l’eccezione diventa norma. Il risultato è un realismo deformato, in cui il fantastico non interrompe la realtà, ma la rivela nella sua dimensione più profonda.
Se si osserva il cielo da qui, nel riquadro di questi tre pini e di queste due palme, si ha l’impressione di non trovarsi in un paese colonizzato. L’immaginazione deve lavorare duro, ma è possibile (..) Guardando di là, diresti che siamo assolutamente liberi. Liberi da tutto. Io mi sento libero, adesso, dice Gabriel a Isaac. Doveva esser così l’Eden, all’alba del primo giorno.
La decisione di affidare la narrazione al cielo è, forse, il gesto più radicale del romanzo. Non si tratta solo di un espediente stilistico, ma di una vera e propria presa di posizione. Il cielo osserva tutto: spia i personaggi, li segue, li contempla. E tuttavia è impotente. Non può intervenire, non può cambiare il corso degli eventi. Nemmeno il narratore è libero.
Questa scelta produce un effetto straniante: la voce narrante è onnipresente ma non onnipotente. È testimone, non agente. E proprio in questa impotenza si riflette la condizione dei personaggi.
Al tempo stesso, il cielo permette a Kattan di sottrarsi alle categorie identitarie rigide. La sessualità, il genere, persino l’individualità si fanno più fluidi, meno definibili. Il racconto si muove su una linea di fuga continua, dove le etichette scivolano via.
La scrittura di Kattan è intensamente lirica, ma non pacificata. È una lingua che accumula immagini, che stratifica registri, che alterna sensualità e violenza senza soluzione di continuità. Erotismo e politica non sono separati: i corpi diventano luoghi di resistenza, ma anche di vulnerabilità. Il desiderio non è mai puro, è sempre esposto, minacciato.
Il romanzo mescola fiaba, mito, realismo, allegoria. Compaiono jinn, leggende, racconti dentro il racconto; la geografia stessa si trasfigura, diventando un paesaggio visionario. Eppure, questa dimensione fantastica non è evasione. È piuttosto un tentativo di forzare i limiti del reale, di immaginare ciò che la realtà nega.
Karim Kattan, nato a Gerusalemme nel 1989 e cresciuto a Betlemme, vive oggi in Francia e scrive in francese. La sua posizione è quella di una soggettività diasporica, sospesa tra appartenenza e distanza, memoria e reinvenzione.
L’Eden all’alba è il suo secondo romanzo e conferma una poetica già riconoscibile: l’interesse per le identità fluide, per la riscrittura dei miti, per l’intreccio tra storia e immaginazione.
La sua scrittura si inserisce nella nuova narrativa palestinese, ma se ne distacca per l’approccio meno direttamente realistico e più sperimentale. Kattan non documenta: trasfigura. Non descrive soltanto la Palestina, ma la reinventa come spazio simbolico, stratificato, attraversato da lingue, religioni, memorie.
In questo senso, il suo lavoro dialoga tanto con la tradizione quanto con una sensibilità contemporanea, queer e post-identitaria.
È proprio all’interno di questa tensione tra invenzione e realtà che si misura la portata del romanzo. L’immaginazione, qui, non ha mai la pretesa di salvare: è piuttosto un varco temporaneo, una sospensione fragile che la storia finisce sempre per richiudere. Letto oggi, il libro sembra attraversato da una pressione ancora più cupa, come se ciò che racconta non fosse soltanto un presente, ma un orizzonte già incrinato.
Anche le figure mitiche e i racconti che affiorano nel testo non offrono riparo; al contrario, rivelano quanto ogni spazio incantato sia esposto alla rovina. E così il romanzo accompagna i suoi personaggi verso una soglia in cui l’amore stesso mostra tutta la sua precarietà.
Eppure Kattan non chiude nel buio. Proprio quando la narrazione sembra ricondursi interamente alla logica della sopraffazione, introduce una deviazione inattesa: una forma lirica che non cancella la perdita, ma la attraversa, restituendo all’immaginazione e al desiderio una persistenza minima, ostinata, quasi irriducibile.
L’Eden all’alba è un romanzo che non offre consolazioni. L’amore tra Isaac e Gabriel non redime, non salva, non risolve. Ma apre uno spazio. Uno spazio minimo, fragile, temporaneo. Una fenditura nel reale. Ed è forse proprio questo il punto più radicale del libro: non immaginare un altrove definitivo, ma insistire sulla possibilità di piccoli Eden effimeri, di albe che non durano ma che, per un istante, rendono il mondo abitabile.
Il romanzo è nella Longlist del Premio Gregor Von Rezzori – Città di Firenze.

