L’album blu, di Yaryna Grusha, Bompiani 2026, pp. 400

Nell’album blu con la scritta in oro “Album” c’è una foto in bianco e nero di mia nonna che tiene in braccio mio padre, un bambino imbacuccato per il freddo d’inverno. La scattarono negli anni sessanta, davanti alla Casa con più porte che pareti ancora nella sua prima versione, con quattro stanze costruite attorno a una stufa. L’album blu fu la prima cosa, insieme al grammofono, che acquistarono i miei nonni dopo aver reso la nuova casa abitabile, a metà degli anni cinquanta

Parlare di L’album blu di Yaryna Grusha significa confrontarsi con un romanzo in cui la memoria individuale e la storia collettiva si sovrappongono fino quasi a confondersi. Il libro non nasce come una semplice narrazione autobiografica, né come un tradizionale romanzo di formazione: è piuttosto una ricostruzione narrativa della memoria, un tentativo di dare forma a un passato personale che si sviluppa dentro una stagione storica particolarmente turbolenta dell’Europa orientale. Il titolo stesso suggerisce questa prospettiva: l’album fotografico non è soltanto un oggetto, ma una metafora della memoria, fatta di immagini isolate che acquistano senso solo quando vengono osservate insieme.

La storia è raccontata in prima persona dalla stessa Yaryna, alter ego narrativo dell’autrice. L’avvio del romanzo coincide con la riscoperta di un vecchio album fotografico dalla copertina blu, che diventa il punto di partenza per un viaggio retrospettivo nella propria vita. Ogni fotografia, reale o evocata, apre un frammento di racconto: episodi dell’infanzia, anni universitari, amicizie e amori che si intrecciano con gli eventi politici del paese. Attraverso queste immagini la memoria non si limita a ricostruire il passato, ma restituisce anche i luoghi che lo hanno custodito.

Tra questi luoghi, la casa assume nel romanzo un valore simbolico fondamentale. Per chi è costretto a partire, il luogo lasciato alle spalle continua a esistere soprattutto nella memoria e nelle immagini conservate nelle fotografie. Attraverso una costellazione di abitazioni – la Casa con il vitigno, la Casa di sabbia, la Casa con più porte che pareti, la Casa nell’aria, la Casa con la colomba sul soffitto – la protagonista costruisce una vera e propria geografia affettiva. Ogni casa diventa un frammento di identità e di storia personale. In questo modo la casa smette di essere soltanto uno spazio fisico vulnerabile e si trasforma in un’idea resistente: un luogo della memoria che sopravvive anche alla perdita, alla distanza e alla violenza della guerra.

Dall’altra parte c’era la casa, il posto che abiti, le persone che ti conoscono fino in fondo, che sanno raccogliere le tue lacrime e le tue debolezze, che sanno leggere i tuoi silenzi meglio delle tue parole. La casa è là dove non c’è bisogno di interpretarsi e di tradursi, perché tutto quanto è chiaro. Forse di quella casa restavano solo le macerie, pensavo, forse sopra quelle macerie volavano migliaia di coriandoli dell’album blu fatto a pezzi da una scheggia. Forse le lacrime sulla mia faccia erano il pianto che cadeva senza fine su ciò che restava della mia storia.

La memoria familiare della protagonista affonda nelle tragedie del Novecento ucraino. La storia inizia con il bisnonno Mykola, scomparso negli anni Trenta dopo aver attraversato di nascosto il fiume Dnister per cercare cibo durante gli anni della repressione staliniana. Il racconto prosegue con le persecuzioni contro l’intellighenzia ucraina e con il clima di paura che segna l’epoca sovietica. Un altro momento decisivo è il disastro della Disastro di Černobyl’, quando il nonno Fedir porta in salvo la figlia incinta lontano dalla zona contaminata. Da queste vicende nasce la storia della stessa Yaryna: una vita segnata fin dall’inizio da una memoria familiare attraversata da perdita, silenzi e resistenza.

Il centro narrativo della storia si colloca negli anni della formazione universitaria della protagonista a Kyiv, periodo in cui si sviluppa un intenso gruppo di amicizie. Yaryna condivide esperienze, discussioni e speranze con Hanna, la sua migliore amica, con Ivan, compagno di Hanna, e con Vitalii, amico di Ivan.

La loro vita quotidiana è fatta di università, relazioni affettive, sogni e tensioni politiche. Infatti parallelamente alla vicenda personale si muove una stagione decisiva della storia dell’Ucraina. I personaggi appartengono alla generazione cresciuta dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la proclamazione dell’indipendenza nel 1991. Gli anni della loro giovinezza coincidono con una fase di grande trasformazione politica e culturale, segnata da instabilità ma anche da un forte risveglio civile. Questo clima culmina nel 2004 con la Rivoluzione arancione, quando migliaia di cittadini scendono nelle piazze di Kyiv per protestare contro i brogli elettorali e chiedere riforme democratiche.

Alcuni anni più tardi, un nuovo momento decisivo è rappresentato dalla Rivoluzione della dignità del 2013–2014, nata dalle proteste di Euromaidan, che esprimono la volontà di una parte consistente della società ucraina di avvicinarsi all’Europa e di rafforzare le istituzioni democratiche.
Nel romanzo questi eventi non sono raccontati in modo cronachistico: emergono piuttosto attraverso l’esperienza quotidiana dei giovani protagonisti, nelle discussioni tra amici, nelle manifestazioni e nel sentimento diffuso di vivere un passaggio storico in cui il futuro del paese appare improvvisamente aperto e incerto. Il passaggio dalla giovinezza alla maturità coincide così con un periodo di grandi cambiamenti sociali.

Parallelamente, la narrazione segue il percorso personale della protagonista, che a un certo punto lascia l’Ucraina per trasferirsi in Italia. Qui entra in scena Lorenzo, il compagno italiano di Yaryna, e la storia assume una dimensione transnazionale, oscillando tra memoria dell’Est europeo e esperienza migratoria.

Il romanzo costruisce i suoi personaggi con grande discrezione psicologica. Yaryna è una narratrice riflessiva, spesso più interessata a osservare e ricordare che a giudicare. Il suo sguardo sul passato è attraversato da una malinconia controllata, ma anche dal desiderio di comprendere le scelte e le trasformazioni della propria generazione.

Hanna rappresenta una figura fondamentale nel percorso emotivo della protagonista: il loro rapporto di amicizia è uno dei nuclei più intensi del romanzo. Attraverso Hanna e Ivan emerge anche la dimensione sentimentale e politica della giovinezza universitaria, mentre Vitalii incarna una sensibilità più inquieta, legata alle tensioni e alle aspettative del periodo storico. Lorenzo, invece, introduce nel racconto il confronto tra culture diverse. Il rapporto con lui mette in luce lo spaesamento e le possibilità di una vita tra paesi differenti.

Lo stile di Grusha è essenziale e contemplativo. La narrazione procede per frammenti, spesso organizzati attorno a immagini o oggetti simbolici. L’album fotografico diventa così la struttura implicita del libro: ogni capitolo funziona come una fotografia narrativa, un momento isolato che illumina un tratto del passato. Le descrizioni sono precise e sensoriali, ma sempre sobrie. L’autrice evita la retorica della nostalgia e preferisce un tono riflessivo, in cui la memoria appare come un territorio incompleto, fatto di lacune e dettagli persistenti.

Dal punto di vista letterario, L’album blu si colloca nella tradizione dei romanzi di memoria e formazione che intrecciano autobiografia e storia contemporanea. La dimensione personale non è mai separata da quella collettiva: la crescita della protagonista coincide con la trasformazione di un intero paese. Il libro dialoga con una narrativa europea che negli ultimi anni ha spesso esplorato i temi della memoria, dell’identità e della migrazione, soprattutto nei contesti dell’Europa orientale, ma non solo.

Un primo accostamento possibile è con Gli anni di Annie Ernaux. Anche qui la memoria individuale diventa uno strumento per raccontare una generazione e un periodo storico. Come nel romanzo di Grusha, la vita privata si intreccia con eventi politici e trasformazioni sociali, creando un racconto che è insieme autobiografia e storia collettiva.

Un altro parallelo interessante è con Patria di Fernando Aramburu, dove le vicende personali dei personaggi si sviluppano dentro un contesto storico preciso e traumatico. In entrambi i casi la dimensione intima delle relazioni serve a illuminare tensioni politiche e identitarie.

Per il contesto storico e culturale, L’album blu può essere accostato ai libri della scrittrice polacca Olga Tokarczuk, in particolare I vagabondi. Pur con una struttura diversa, entrambi i testi riflettono su identità, memoria e mobilità nello spazio europeo contemporaneo.

Allo stesso modo, il romanzo dialoga con Tempo di seconda mano di Svetlana Aleksievič, che racconta il passaggio dall’Unione Sovietica al nuovo mondo post-sovietico attraverso voci individuali. Anche se il libro della Aleksievič è un’opera di non fiction, il modo in cui la storia collettiva emerge dalle esperienze personali è simile.

Nel suo insieme, L’album blu è un romanzo che racconta il passaggio dall’adolescenza alla maturità attraverso il filtro della memoria. Le fotografie simboliche che attraversano il testo non servono solo a ricordare il passato, ma a interrogare il presente.
Il risultato è un libro intimo e stratificato, in cui la storia di una giovane donna diventa anche il ritratto di una generazione cresciuta nel momento di transizione tra due epoche storiche. Sfogliare questo romanzo significa, in fondo, fare quello che facciamo con ogni album di fotografie: cercare nel passato una chiave per comprendere chi siamo diventati.

Yaryna Grusha (1986) è una scrittrice, traduttrice e studiosa ucraina che vive e lavora in Italia. Nata a Yampil, in una famiglia di insegnanti, cresce negli anni successivi al disastro della Disastro di Černobyl’, evento che segna profondamente il contesto storico della sua infanzia. Fin da giovane entra in contatto con l’Italia grazie al programma umanitario “Bambini di Chornobyl”, che le permette di trascorrere periodi nel paese e di sviluppare un forte interesse per la lingua e la cultura italiana.

Si laurea nel 2008 in Italianistica presso l’Taras Shevchenko National University of Kyiv, con una tesi dedicata al tema della memoria nei romanzi di Umberto Eco. Dopo gli studi lavora nel panorama culturale ucraino tra giornalismo, televisione, cinema e organizzazione di festival letterari, collaborando con diverse riviste e piattaforme culturali.

Dal 2015 vive a Milano, dove insegna lingua e letteratura ucraina presso l’Università degli Studi di Milano. Parallelamente svolge un’intensa attività di divulgazione culturale e traduzione, contribuendo a far conoscere la letteratura ucraina al pubblico italiano.

Nel 2026 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, L’album blu, un’opera che intreccia memoria personale e storia recente dell’Ucraina, raccontando la formazione di una generazione cresciuta tra la fine dell’Unione Sovietica e le trasformazioni politiche del paese.

Accanto alla scrittura narrativa, Grusha continua a lavorare come traduttrice, saggista e divulgatrice, impegnata a promuovere il dialogo culturale tra Ucraina ed Europa e a dare visibilità internazionale alla letteratura ucraina contemporanea.