Le belve, di Clara Usón, Sellerio 2026, traduzione di Silvia Sichel, pp. 320
Nel panorama della narrativa spagnola contemporanea, Clara Usón occupa una posizione singolare. Autrice capace di muoversi tra romanzo storico, indagine morale e ricostruzione documentaria, Usón ha spesso interrogato le zone oscure della storia europea e spagnola. Già in opere come La figlia o La nostra casa, la scrittrice catalana ha mostrato una particolare inclinazione per le biografie romanzate e per la riflessione sulla responsabilità individuale dentro i grandi sistemi ideologici. La figlia è diventato un caso letterario per la sua narrazione della breve e tragica vita di Ana Mladić, morta suicida avendo appreso chi era veramente il padre premuroso a cui era tanto legata, essendo figlia dell’artefice dell’assedio di Sarajevo, della pulizia etnica in Bosnia, del massacro di Srebrenica, Ratko Mladić, criminale di guerra, comandante militare dei serbo-bosniaci durante la guerra in Bosnia.
Clara Usón utilizza la tragica storia di Ana Mladić per esplorare come sia possibile vivere con la consapevolezza che il proprio mondo affettivo è costruito sulla barbarie, mettendo in luce l’impossibilità di scindere l’amore familiare dalla responsabilità etica.
Vincitrice del Premio Dashiell Hammett per il miglior noir spagnolo, la sua narrativa si colloca nel solco di quella letteratura iberica che, dopo la transizione democratica, ha cercato di fare i conti con le ferite irrisolte della storia recente.
Con Le belve Usón torna proprio su uno dei capitoli più controversi della Spagna post-franchista: gli anni del terrorismo basco e della cosiddetta “guerra sporca” condotta dallo Stato contro l’ETA, servendosi anche di gruppi terroristici di stato, i famigerati GAL, e facendo largo ricorso a sistemi di tortura per ottenere confessioni. Si tratta di un tema già affrontato da diversi scrittori contemporanei, fra cui soprattutto Fernando Aramburu con il suo celebre romanzo Patria, diventato negli ultimi anni il grande affresco narrativo del conflitto nei Paesi Baschi. Ma se Aramburu sceglie una prospettiva corale e comunitaria, Usón opta per un’angolatura più perturbante: il racconto della violenza dall’interno delle coscienze, osservata attraverso figure femminili ambigue e contraddittorie.
Il romanzo prende le mosse da una figura reale della storia del terrorismo basco: la militante dell’ETA Idoia López Riaño, soprannominata “la Tigre”, arrestata in Francia nel 1994, poi estradata in Spagna, una delle terroriste più note e mediaticamente esposte dell’organizzazione. Secondo le sentenze giudiziarie spagnole, fu coinvolta direttamente in diversi attentati mortali e azioni armate, fu ritenuta responsabile o corresponsabile di numerosi omicidi, commessi principalmente contro membri delle forze di sicurezza spagnole e contro persone considerate dall’organizzazione come obiettivi politici. Bella, carismatica e temuta, la sua immagine pubblica oscillava tra icona rivoluzionaria e simbolo di una violenza spietata. È una figura che sembra vivere la militanza come una forma di destino personale, quasi un’identità totale che assorbe ogni altra dimensione della vita. Usón ne fa un personaggio complesso, lontano dalle caricature ideologiche.
Attorno a questa figura storica Usón costruisce una trama che intreccia realtà documentaria e invenzione narrativa. Alla storia della Tigre si affianca quella di Miren, adolescente cresciuta in una famiglia segnata da una diversa forma di violenza: il padre è infatti un poliziotto coinvolto nei GAL (Gruppi Antiterroristici di Liberazione), organizzazioni clandestine legate allo Stato che negli anni Ottanta praticarono una repressione illegale contro i militanti dell’ETA.
La struttura narrativa procede dunque per specchiamenti: da un lato la militante armata che incarna la radicalizzazione ideologica; dall’altro la ragazza che cresce nel clima di paura e polarizzazione dei Paesi Baschi. Le loro vicende finiscono per convergere attorno a un assassinio irrisolto, nodo centrale della narrazione e simbolo di una società che ha scelto la violenza come linguaggio politico.
Miren osserva il mondo che la circonda con lo sguardo inquieto di chi scopre che ogni persona è costretta a schierarsi: amici, familiari, amori giovanili. In quella società fratturata, nessuno sembra neutrale; tutti, prima o poi, devono scegliere da che parte stare.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è la costruzione psicologica dei personaggi. Usón non indulge mai nella rappresentazione univoca del male: la Tigre non è semplicemente una terrorista, ma una figura tragica, intrappolata tra narcisismo, ideologia e desiderio di riconoscimento.
Miren, al contrario, rappresenta la generazione cresciuta nell’ombra della violenza. La sua adolescenza è attraversata da paure domestiche, segreti familiari e relazioni sentimentali ambigue. Il padre, poliziotto duro e nostalgico del franchismo, incarna l’altra faccia del conflitto: la repressione dello Stato, spesso altrettanto brutale della violenza terroristica.
In questo senso Le belve è anche un romanzo sul contagio morale. La violenza non appartiene solo alle organizzazioni armate ma permea la quotidianità, le famiglie, i rapporti generazionali.
Il romanzo è immerso nell’atmosfera tesa dei Paesi Baschi negli anni Ottanta, un periodo segnato da attentati, repressione e radicalizzazione politica. La guerra tra l’ETA e lo Stato spagnolo produce un clima di sospetto generalizzato in cui il confine tra giustizia e vendetta diventa sempre più sfumato.
Usón restituisce questo scenario con un forte senso documentario. Le città costiere del Cantabrico, le strade dominate dalla propaganda politica, i bar dove si discute sottovoce: tutto contribuisce a creare un paesaggio emotivo fatto di paura e appartenenza tribale. Non è soltanto un’ambientazione geografica, ma una vera topografia morale, dove ogni spazio è carico di significato politico.
Nei Paesi Baschi che fanno da sfondo al romanzo l’atmosfera è compressa, quasi priva di ossigeno. Le città e i paesi della costa cantabrica appaiono come luoghi bellissimi e allo stesso tempo soffocati da una pressione invisibile. Il clima è claustrofobico soprattutto perché la violenza non arriva da lontano: nasce dentro la comunità stessa. Chi appartiene all’ETA, chi simpatizza, chi collabora con la polizia, chi semplicemente preferisce tacere. Tutto si mescola nello stesso spazio sociale. I vicini di casa, i compagni di scuola, i clienti abituali del bar possono essere amici, informatori o nemici. In un contesto simile la fiducia diventa una merce rarissima.
Nei piccoli centri questa tensione si fa ancora più palpabile. Le persone imparano a pesare ogni parola, a evitare certi argomenti, a non fare domande. Le conversazioni si interrompono quando entra qualcuno di sconosciuto; gli sguardi si abbassano davanti ai manifesti con i volti dei prigionieri politici; le famiglie si dividono tra chi sostiene la causa indipendentista e chi la teme o la detesta. Anche il silenzio diventa un linguaggio politico.
La paura si insinua nella vita quotidiana con una presenza quasi domestica. C’è il timore degli attentati, naturalmente, ma anche quello più sottile delle liste, delle minacce, delle scritte sui muri, dei volantini lasciati nella cassetta della posta. Un commerciante che rifiuta di pagare il “contributo rivoluzionario” può ritrovarsi improvvisamente isolato. Un insegnante può scoprire che qualcuno lo considera un traditore. In questo clima la reputazione pubblica diventa fragile, esposta a qualsiasi sospetto.
Usón restituisce bene questa atmosfera di sorveglianza reciproca. Non serve una polizia onnipresente per creare controllo: basta la pressione della comunità. Tutti osservano tutti. Tutti sanno qualcosa degli altri. Ma quasi nessuno dice apertamente ciò che pensa.
Il risultato è una società che vive come sotto una campana di vetro, dove la violenza non è solo negli attentati o negli omicidi ma nel modo in cui modella i comportamenti, le amicizie, perfino gli affetti. L’aria dei Paesi Baschi del romanzo sembra impregnata di diffidenza: un luogo in cui la paura non fa rumore, ma si deposita lentamente nelle coscienze. Ed è proprio questa paura quotidiana, fatta di piccoli gesti e di silenzi, che rende l’ambientazione del libro così opprimente e memorabile.
Dal punto di vista stilistico, Usón mantiene una cifra narrativa ormai riconoscibile. Il romanzo combina una rigorosa documentazione storica con una costruzione romanzesca che privilegia l’introspezione. Il ritmo alterna momenti di tensione quasi noir a passaggi più meditativi, in cui la narrazione riflette sulle motivazioni ideologiche e sulle fragilità umane dei personaggi. La scrittura è limpida, ma attraversata da una costante inquietudine morale: ogni gesto sembra portare con sé il peso della storia.
Con Le belve, Clara Usón firma un romanzo che si inserisce con forza nel filone della letteratura europea della memoria. Se opere come Patria hanno raccontato le conseguenze sociali del terrorismo basco, Usón preferisce scavare nella dimensione individuale del fanatismo e della paura. Il risultato è un libro duro e inquieto, che evita qualsiasi consolazione narrativa. Non esistono eroi né vittime assolute: solo individui travolti da una spirale di violenza in cui ideologia, vendetta e identità nazionale diventano indistinguibili.
In questo senso il titolo del romanzo non è soltanto metaforico. Le “belve” di Usón non sono solo i terroristi o gli agenti della repressione. Sono gli esseri umani quando smettono di vedere l’altro come persona e iniziano a considerarlo un nemico. Ed è proprio questa ambiguità morale, più che la ricostruzione storica, a rendere il romanzo una lettura potente e disturbante. Un libro che ricorda come le guerre civili, anche quelle non dichiarate, lascino sempre cicatrici nella coscienza collettiva.

Clara Usón (Barcellona, 1961) Laureata in diritto e per alcuni anni avvocata, ha esordito nella narrativa negli anni Novanta, ma ha raggiunto un riconoscimento internazionale con opere che esplorano i lati più oscuri della storia europea e spagnola, spesso attraverso figure reali e vicende documentate. Tra i suoi libri più noti figurano La figlia (2006), La nostra casa (2013) e Valzer per un assassino, lavori in cui affronta temi come la memoria storica, il totalitarismo e la responsabilità individuale di fronte alla violenza politica. Vincitrice di numerosi premi letterari, tra cui il Premio Biblioteca Breve e il Premio Nacional de la Crítica, Usón è considerata una delle autrici che più lucidamente hanno raccontato, attraverso la letteratura, le ferite irrisolte del Novecento europeo


Non ho mai letto Clara Usón ma ne sento parlare sempre più spesso.
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