Le figlie del pittore, di Emily Howes, Neri Pozza 2026, traduzione di Alessandro Zabini, pp. 352

In uno dei dipinti più celebri di Thomas Gainsborough, due bambine inseguono una farfalla in un giardino luminoso. La scena, fissata nel tempo dalla pittura, restituisce l’immagine perfetta dell’infanzia: leggerezza, movimento, innocenza. Eppure dietro quella grazia sospesa si nasconde una storia molto più inquieta. È da questa distanza tra l’immagine del quadro e la realtà della vita che prende avvio Le figlie del pittore di Emily Howes.

Siamo nell’Inghilterra della seconda metà del Settecento. Il protagonista sullo sfondo della storia è il pittore Thomas Gainsborough, che vive a Ipswich con la moglie Margaret e le due figlie Mary e Margaret, chiamate in famiglia Molly e Peggy. I diminutivi, che nel romanzo diventano i nomi principali delle protagoniste, restituiscono l’atmosfera domestica e affettuosa della casa dei Gainsborough, dove le bambine crescono tra l’odore dell’olio di lino, le tele appoggiate alle pareti e le visite dei ricchi clienti del padre.

Le due sorelle sono inseparabili, quasi speculari. Molly è la maggiore, Peggy la segue con una devozione che ha qualcosa di assoluto. Nell’infanzia trascorsa nel Suffolk, le bambine vivono in una dimensione sospesa tra libertà e osservazione: corrono nei campi, giocano con i colori nello studio del padre e, allo stesso tempo, vengono chiamate a posare davanti alla tela. In quelle occasioni il loro legame diventa immagine, fissato nei ritratti che il padre realizza con la sua consueta sensibilità per la luce e per i tessuti.

Le figlie del pittore che inseguono una farfalla (1756 ca)

Nei dipinti, le due bambine appaiono leggere, immerse in una luce tenera e naturale, come nel celebre Le figlie del pittore che inseguono una farfalla (1756 ca), dove inseguono una farfalla con la grazia di un momento catturato al volo. In un’altra tela, Le figlie del pittore con un gatto (1760-61 Il dipinto è noto per essere incompiuto, il che permette di osservare la tecnica di abbozzo di Gainsborough, in particolare nello sfondo e nei dettagli del vestiario), lo sguardo delle bambine sembra invece più raccolto e pensoso, come se la pittura lasciasse intravedere una nota di inquietudine.

Le figlie del pittore con un gatto (1760-61 ca)

Dietro la superficie armoniosa dei ritratti si nasconde tuttavia una realtà più complessa. Nella vita reale Mary fu afflitta fin dall’infanzia da attacchi nervosi e allucinazioni, episodi che oggi potrebbero essere interpretati come manifestazioni di una grave malattia neurologica o mentale. Molly è soggetta a improvvisi momenti di assenza: il corpo si irrigidisce, lo sguardo si svuota, la memoria si interrompe. Quando torna in sé non ricorda nulla. Peggy, allora, diventa custode e narratrice, inventando spiegazioni per proteggere la sorella e difenderla dallo sguardo inquieto della severa madre e dal giudizio del mondo esterno.

Il trasferimento della famiglia a Bath segna il passaggio decisivo. Se il Suffolk era lo spazio della natura e dell’infanzia, la città termale rappresenta invece il regno delle convenzioni sociali. Qui le due ragazze devono imparare a muoversi tra regole, relazioni e aspettative. In un ambiente dove la reputazione è fragile e il controllo sociale costante, il segreto di Molly diventa sempre più difficile da nascondere. La minaccia dell’istituto per malati di mente incombe come un destino possibile.

La vita adulta di Mary è segnata da questa fragilità: si sposa molto tardi per gli standard dell’epoca, intorno ai trent’anni, con un musicista, ma il matrimonio dura appena sei mesi. Margaret invece non si sposa mai. Il padre, colpito dal suo temperamento deciso, la soprannomina “Capitano”, riconoscendo in lei una forza di carattere che nella vita si sarebbe trasformata soprattutto in senso di responsabilità.

Ritratto delle figlie dell’artista (1763-64 ca)

Alla morte dei genitori le due sorelle continuano a vivere insieme grazie a un vitalizio. Margaret si prende cura di Mary per anni, finché può. La malattia della sorella però peggiora e Mary trascorre l’ultima parte della sua vita in manicomio, sopravvivendo alla sorella di sei anni.

Ritratto della figlia dell’artista Mary (1777)

Emily Howes prende questi dati biografici e li rielabora con libertà narrativa. Nel romanzo compare, ad esempio, la figura della nonna materna delle bambine, a cui viene attribuita una relazione illegittima con l’erede al trono britannico, il futuro George III. Il sovrano fu noto per i suoi disturbi mentali, che la storiografia ha talvolta collegato alla Porphyria. Nel romanzo questa ipotesi diventa un possibile filo genealogico che spiegherebbe la malattia di Mary.

Il vero pregio della narrazione, tuttavia, non risiede tanto nella ricostruzione ipotetica di questi intrecci genealogici quanto nel punto di vista da cui la vicenda viene raccontata. A prendere la parola è Margaret, la figlia minore, e il suo sguardo diventa la lente attraverso cui il lettore osserva la vita dei Gainsborough: la malattia della sorella, le tensioni domestiche, la figura del padre.

Margaret guarda il padre con un sentimento complesso, in cui devozione e lucidità convivono senza mai annullarsi. Lo ama con un trasporto quasi assoluto, eppure ne coglie le fragilità con una chiarezza che non indulge al giudizio. Nel romanzo, Thomas Gainsborough appare come un artista di straordinario talento e di instabile energia, costretto a spostarsi di continuo alla ricerca di nuovi committenti, incline all’infedeltà coniugale e poco capace di immaginare il futuro delle figlie oltre la stagione protetta dell’infanzia. L’arte occupa il centro della sua esistenza; tutto il resto, comprese le conseguenze concrete della malattia di Mary e le prospettive sociali delle ragazze, tende a restare ai margini della sua attenzione.

Ritratto della figlia dell’artista Margaret (1772ca)

In questo spazio lasciato vuoto si inserisce la crescita di Margaret. Senza proclami né ribellioni, la giovane finisce per assumere su di sé un carico di responsabilità che non ha scelto: la cura della sorella, il segreto della sua malattia, l’ombra della sifilide paterna, il progressivo svanire della possibilità di un matrimonio conveniente. In una società in cui la reputazione femminile è fragile e costantemente sorvegliata, ogni deviazione dalla norma può trasformarsi in una condanna. Margaret impara così a portare questi pesi in silenzio, con uno sguardo attento e paziente che non giudica, ma osserva e registra. La sua voce non è mai aspra, non accusa. Il suo è uno sguardo paziente e clemente. Tiene insieme i frammenti della famiglia, protegge la sorella, custodisce i segreti domestici. È una presenza silenziosa, quasi invisibile, ma proprio per questo centrale.

In questo senso Le figlie del pittore diventa anche una riflessione sul rapporto tra immagine e realtà. Nei quadri di Gainsborough le due bambine restano per sempre sospese in un momento di grazia infantile. Il romanzo, invece, immagina la vita che continua oltre la cornice: la malattia che cresce, le speranze che si restringono, le responsabilità che si accumulano.

Attraverso la voce di Margaret, Emily Howes restituisce dunque la storia di due sorelle la cui esistenza è rimasta ai margini della grande storia dell’arte. E mostra come, dietro la superficie luminosa di un ritratto, possano nascondersi vite intere fatte di silenzio, sacrificio e amore ostinato.

In questa prospettiva Le figlie del pittore si colloca con chiarezza nel filone del romanzo storico di immaginazione biografica, quel genere che prende figure reali e ne esplora gli spazi lasciati vuoti dalla documentazione. Emily Howes non mira tanto alla ricostruzione minuziosa dei fatti quanto alla restituzione di un’atmosfera morale e affettiva. La verità storica resta la struttura portante del racconto, ma viene attraversata da ipotesi narrative che cercano di dare voce a ciò che la storia non registra: i sentimenti, le paure, le scelte silenziose. In questo equilibrio tra dato documentario e invenzione si riconosce il pregio principale del romanzo.

La scrittura è sobria, attenta ai dettagli quotidiani più che ai grandi eventi, e procede con passo misurato, quasi riflessivo. Non sempre l’intreccio cerca svolte drammatiche; spesso preferisce sostare nelle pieghe della vita domestica, lasciando emergere lentamente i conflitti interiori dei personaggi. Ne risulta un libro che non ambisce allo spettacolo della ricostruzione storica, ma alla delicatezza di un ritratto psicologico. Come nei dipinti di Thomas Gainsborough, anche qui l’immagine finale non è tanto quella di un evento, quanto quella di una presenza: la figura discreta di Margaret che, dietro la luce dei quadri e la fama del padre, continua a custodire la fragile storia della propria famiglia.

Autoritratto (1758-59)

Thomas Gainsborough (1727–1788) fu uno dei maggiori pittori inglesi del Settecento, celebre soprattutto per i suoi ritratti eleganti e per i paesaggi di grande sensibilità luministica. Pur considerandosi principalmente un paesaggista, dovette gran parte della sua fortuna ai ritratti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, che gli garantirono prestigio e sicurezza economica. La sua pittura si distingue per la leggerezza della pennellata, l’attenzione alla resa dei tessuti e una particolare capacità di cogliere l’individualità dei soggetti.

Emily Howes è autrice, regista teatrale e televisiva, psicoterapeuta. Le figlie del pittore, suo romanzo d’esordio, è stato Book of the Year per The Times e The Sunday Times, ha vinto il Mslexia Novel Prize per inediti ed è entrato nella longlist dell’Historical Writers’ Association Debut Crown Award.

In copertina: Thomas Gainsborough, Paesaggio nel Suffolk