INCIPIT
Ogni notte si sentono le automobili. Il brusio delle automobili sulle strade a tre corsie e il fruscio delle foglie sul sorbo selvatico.
Questi sono i rumori.
Penetrano attraverso la finestra aperta di uno spiraglio. Il mare non si sente. Il mar Baltico, che si trova a sud, oltre i palazzoni, in un’insenatura con un canneto sulla riva che in inverno ghiaccerà in fretta.
Lampioni arcuati costeggiano le vie. Di notte la loro luce pallida cade sul marciapiede e sul balcone del piccolo appartamento che affaccia sulla strada. I paralumi di metallo oscillano al vento.
La camera da letto affaccia sul cortile, dove ci sono un parco giochi, un capanno per le bici e il sorbo selvatico.
Le pareti dell’appartamento sono bianche e spoglie tranne per lo specchio in corridoio. In cucina ci sono due cartoline appese sopra il lavello. Su una, taxi gialli viaggiano in un canyon urbano a New York. Sull’altra, una foto in bianco e nero, due donne siedono sulla terrazza di un caffè parigino. Indossano cappellini a cloche degli anni ’20 del secolo scorso e gonne eleganti.
Queste sono le immagini.
I vasi da fiori sullo scaffale di metallo in balcone sono inutilizzati.
Le ragnatele si propagano. I ragni sono ancora vivi. È settembre. All’orizzonte, dove magazzini e un enorme ripetitore delimitano le file di palazzoni, si ammassano montagne di nuvole. Il ripetitore è l’unico punto di riferimento sulle strade tutte uguali.
Nessuno sa dov’è.
L’orologio a muro segna le due e mezzo. Il quadrante argentato riproduce l’atlante del mondo. La lancetta dei secondi non c’è, c’è solo un aeroplanino rosso che fa il giro del mondo argentato. Ogni giro dura solo un minuto, eppure sembra lento, quasi se la prendesse con comodo. Un’ombra sotto l’aereo lo accompagna in volo e a volte lo precede appena, in base a come il riflesso della luce la proietta sulla Terra luccicante.
Potrebbe essere ovunque.
Nina. Sala. Adina.
In cucina ci sono un paio di pentole, un bollitore e una caffettiera macchiata. La caffettiera fischia quando la pressione fa fuoriuscire il vapore dalla valvola sulla caldaia. Sulle tazze nella credenza c’è scritto IKEA a lettere maiuscole. L’appartamento ha l’aspetto di un appartamento vero, di una persona. Ci sono alcuni libri, portacandele, riviste patinate di cucina e di viaggi. In corridoio c’è una passatoia consunta. All’attaccapanni sono appesi dei bastoncini da nordic walking.
Questi sono gli oggetti.
Mette i bastoncini da nordic walking nell’armadio in corridoio. Dal bagno si sente l’acqua scorrere. Dalle scale non penetra nemmeno un rumore. La porta di casa è chiusa a chiave. Le maniglie alle finestre sono ben serrate. Solo una finestrella si può aprire di uno spiraglio. Lo spiraglio non è grande abbastanza da poter sporgere fuori la testa. A lei va bene così, malgrado in quel momento splenda il sole e l’appartamento si stia surriscaldando.
In cucina c’è la bottiglia di plastica iniziata. Misura un tappo di liquido e versa il sorso nel caffè.
“Solo un goccio” dice, come se ci fosse qualcuno.
L’orologio a muro rintocca con il suono sommesso della campana di una chiesa.
“Salute, Sala! Alla tua.” Con la tazza levata fa un cenno alle lastre
sporche della vetrata del balcone. “Alla tua e tanti auguri!”
Attraverso lo spiraglio della finestra soffia vento. L’orologio a muro segna quasi le tre. I profili argentati dei continenti non mostrano città, strade, rilievi montuosi né fiumi. Mette l’acquavite in frigorifero. Almeno la bottiglia deve stare al suo posto se già lei è estranea e l’appartamento non è suo. È in un paese che non conosce,
un paese del Nord, dove gli alberi sono diversi e la gente parla una lingua diversa, dove l’acqua ha un gusto diverso e l’orizzonte non ha colore.
Antje Rávik Strubel

