INCIPIT
I
Quando mio padre Samuele morì, mia madre non sapeva ancora di essere incinta. Ed ero ancora nella sua pancia quando se ne andò anche mio nonno Orio, dopo un lungo periodo di rimbambimento. Così nessuno dei due venne a sapere della mia futura esistenza; forse, se mio padre l’avesse saputo, avrebbe modificato alcune sue decisioni.
Da lui, mi era stato detto, da mia madre, che era morto di una malattia non ben identificata, forse per una meningite, nei tempi in cui accadde si poteva anche morire per qualcosa di sconosciuto, lo si accettava come parte del proprio destino, così mi disse, e di ciò rimasi convinta fino all’alba dei miei trent’anni.
Del resto, non approfondii. Non mi interessai della storia della mia famiglia, sino a quando non potei proprio farne a meno. Ero talmente presa nel decidere le sorti della mia vita, che il mondo, quello che avevo attorno, lo prendevo in considerazione solo se interferiva in modo netto con me, altrimenti lo lasciavo passare oltre. E a mia madre, forse faceva comodo quel mio disinteresse, essendo incapace di condividere un dolore che viveva dentro di lei in maniera quasi simbiotica. Chissà quando mi avrebbe raccontato la verità, concedendomi di entrare in quella sua dimensione privata e così strenuamente difesa da non farle comprendere quanto anche io vi appartenessi.
Il caso volle che un pomeriggio, rientrando in anticipo dal conservatorio, dove facevo da tutor agli studenti che imparavano a suonare il violoncello, lo strumento che suono, la trovai seduta al tavolo davanti a un album fotografico chiuso e con una busta aperta con sopra alcune fotografie. Ai piedi del divano stava una scatola di cartone, anch’essa aperta, di cui non riuscivo a vedere il contenuto. Doveva provenire da un luogo pregno di umidità perché inondava la stanza di un denso odore di muffa. L’albun sul tavolo l’avevo visto già altre volte: dentro c’erano delle fotografie dei miei avi, di altri lontani parenti o amici di famiglia mai conosciuti, di mia madre in varie fasi della sua crescita, spesso insieme a mio zio Vittorio, suo fratello, che sapevo essere morto in tempo di guerra, e alcune dei miei nonni, Orio e Beatrice, i loro genitori. Di mio padre c’era una sola fotografia con mio zio Vittorio, entrambi indossavano una divisa che, come venni a sapere dopo, era quella degli avanguardisti.
Sergio Sinesi

