Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Il figlio perduto

INCIPIT

I
Estate 1839

In quell’ultima mattina della sua vecchia vita Jamalludin fu svegliato da sua madre. Lei entrò nella stanza, si sedette ai piedi del suo giaciglio e lui seppe che era accaduto qualcosa di irreparabile. Sentiva il calore del corpo di Patimat, voleva stringersi a lei, lasciare che quel contatto scacciasse le sue paure. Sua madre gli passò una mano tra i capelli. Lui udì il noto tintinnio dei braccialetti, sentì la sua pelle, il suo amore. Inspirò con avidità l’odore di Patimat rimanendo sdraiato immobile, avvolto nella sua coperta. Credeva di poter così fermare il tempo. Di rimandare l’inevitabile. Tuttavia voleva essere ciò che tutto il mondo si aspettava da lui: un uomo. Cosa questo significasse, già a nove anni gli era fin troppo chiaro. Ma ancora di più avrebbe voluto, quel giorno, restare un bambino piccolo e non lasciare mai e poi mai sua madre.
«Devi essere forte, piccolo mio. Sii orgoglioso. Sii il mio orgoglio. Sii figlio di tuo padre» gli sussurrò Patimat all’orecchio. «Non sarà per molto. Presto sarai di nuovo da me».
Patimat era madre di due figli, uno dei quali, quel giorno, doveva essere consegnato ai russi come pegno durante le trattative tra l’esercito russo e i guerrieri divini dell’imam Shamil. Anni addietro Shamil era riuscito per la prima volta a unire numerose tribù caucasiche e a convincerle a combattere la guerra santa, la jihad, contro la Russia. Fino a quel momento Shamil era considerato invincibile, un eroe del suo tempo. Il suo coraggio e le vittorie conquistate contro ogni probabilità erano leggendari.
Sua moglie era giovane, colta e bella, anche se questo non lo vedeva quasi nessuno. Patimat appoggiò la mano sulla schiena di suo figlio maggiore e attese qualcosa che non accadde. Jamalludin lasciò passare anche quel momento e si tirò su in silenzio. Aveva capito.
Patimat gli posò i vestiti accanto e li lisciò con la mano. Erano bianchi come la neve, anche se ogni cosa intorno era sporca, o forse proprio per questo. Erano i vestiti che aveva messo da parte per il giorno della vittoria contro i russi. A Jamalludin stavano ormai quasi stretti.

Olga Grjasnowa

Recensione