Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Il giardiniere e la morte

INCIPIT

1.

Mio padre era giardiniere. Ora è giardino.

Non so da dove cominciare. Che questo sia l’inizio. Si parla di fine, ovvio, ma da dove comincia la fine?
Forse mi son pisciato sotto, disse mio padre sulla soglia. Stava nel riquadro della porta d’ingresso, angosciosamente dimagrito, un po’ ingobbito, quell’ingobbimento tipico delle persone alte. Lo avevano portato tardi la sera prima, proprio alla fine di novembre. Aveva viaggiato per trecento chilometri sdraiato sul sedile posteriore in modo da attenuargli un po’ il dolore. Ero riuscito a fissargli una visita per il giorno successivo.
Mi son pisciato sotto, ripeté, come un bambino che si senta colpevole e con quella sua tipica autoironia, ci copriamo di ridicolo diventando vecchi.
Va tutto bene, dissi, e cominciammo a cambiare i vestiti in corridoio, chiudendo la porta del soggiorno.
Ho paura, mi disse piano all’orecchio mia figlia a un certo punto. Adesso mi rendo conto che lei lo aveva capito per prima. Io ancora non sapevo, non volevo sapere.
Lasciatemi dire da subito che alla fine di questo libro l’eroe muore. Neppure alla fine, già a metà, ma poi è di nuovo vivo, in tutte le storie di prima che se ne andasse o anche dopo. Perché, come diceva Gaustín, nel passato il tempo non va in un’unica direzione.
Da piccolo sceglievo dalla biblioteca solo i libri scritti in prima persona, perché sapevo che lì l’eroe non sarebbe morto.
Eh, questo libro è scritto in prima persona, benché il suo eroe autentico muoia. Sopravvivono solo i narratori di storie, ma anche loro un giorno moriranno.
Solo le storie sopravvivono.
E il giardino che mio padre aveva piantato prima di andarsene.
Di sicuro è per questo che raccontiamo. Per creare un altro corridoio parallelo, nel quale il mondo e tutti quelli che lo abitano siano al loro posto, per deviare il racconto in un’altra aiuola, quando si affronta il pericolo e la morte deborda, come il giardiniere devia l’acqua sulla vicina aiuola dell’orto.

Vorrei che in queste pagine ci sia luce, una luce pomeridiana e morbida. Questo non è un libro sulla morte, ma sulla malinconia per la vita che se ne va. C’è una differenza. Malinconia per il suo favo di miele, ma anche per le cellette vuote di quel favo, ancora più forte nei loro confronti. Malinconia per quel favo che ci ricorda le candele di cera mentre finiscono di ardere nelle nostre mani.
Niente di grave, come diceva lui.

Georgi Gospodinov

Recensione