INCIPIT
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Tra tutti i bambini, io fui il primo a puntare gli occhi al cielo e vedere cosa stava montando, ma più che vedere sentii un’enorme onda levarsi su di me.
Subito mi piegai, coprii la testa con le mani, e accovacciato pregai che l’onda non mi facesse a pezzi, sbatacchiandomi sui pali della luce e sulle facciate dei palazzi.
Chiudendo gli occhi, cercai di immaginare mio padre e mia madre, pensando così di infondermi coraggio, ma tutto ciò che ricavai fu quella scena gorgogliante, che aveva anche una sua allegria, io e tutti i bambini come folli capriole nel cuore vorticante di un’onda caduta dal cielo. Le nostre testoline a punteggiare le creste orrende di schiuma bianchissima.
Quella pena durò un secondo o due, perché non vi fu acqua, nessuno scroscio immane si abbatté sulle mie spalle, riaprii le palpebre.
Anche gli altri bambini erano accovacciati a terra con le mani sulla testa, tranne un paio che, rigidi, aggrappati alle catene, erano rimasti seduti assecondando il cigolio meccanico dell’altalena.
Ci fissammo senza dire nulla, senza respirare – un attimo e scattammo via. E se prima eravamo uno stormo di uccelli congelati sullo spiazzo di cemento, dove solo un pallone rimbalzava dimostrando vita, ora zampettavamo caoticamente, disperdendoci da ogni lato, come lepri davanti a un cacciatore.
Arrivai al mio palazzo, suonai, suonai ancora, colpii il portone perché il portone non si apriva, e appena si aprì divorai sette rampe di scale, infilai la porta di casa lasciata aperta, corsi nel corridoio che mi sembrò lunghissimo, e gridai mamma, gridai papà, e non esaurii le grida finché non entrai in cucina e mi furono davanti.
Giuseppe Zucco

