INCIPIT
Prologo
Sangue mio, corri!
Se lui non riuscisse a prenderti io non potrei mai nascere. Ma tu scappa, ragazzina. Hai gambe agili che l’altopiano d’Etiopia ha reso forti, sei piccola abbastanza da nasconderti dietro gli arbusti di caffè, quel caffè che qui cresce colorato e matura lentamente, come tu non hai potuto fare.
Più giù c’è l’Auash. A piedi l’hai raggiunto due volte, quel fiume. Se solo ci arrivassi adesso, cancellerebbe tutte le tue impronte portandole lontano con la sua corrente e lui non potrebbe più afferrarti.
Il suo respiro è vicino. La voce, carne di una lingua che non comprendi. Cosa hai fatto tu, cosa vuole lui? Colpisce i cespugli del bosco con un bastone di legno e con gli stivali pesta passi decisi dietro di te. Passi stranieri, sulla terra che ti ha partorita. Per sedici anni, tutto il tempo della tua vita, qui tra i monti Ahmar nell’Hararghe, hai imparato come cambia il profilo delle cose sotto la luce del sole e della luna d’Etiopia. Conosci il nome di ogni frutto o fiore che cresce su questa terra, tuo padre te li ha insegnati, portandoti nei suoi possedimenti, coltivazioni che coprono tutta la valle. Ti raccontava che al vento non si comanda, perché porta a suo piacimento piogge e semi, l’acqua e il fuoco, benedizioni e sventure.
La voce straniera ti si è attaccata addosso come la bava di un grosso ragno. È una lingua che hai sentito altre volte, quando costeggiavi i campi ordinati sopra il villaggio. Uomini indaffarati, bianchi che davano ordini, etiopi che eseguivano e altri stranieri dalla pelle scura che controllavano il lavoro perché venisse fatto bene: erano ascari somali, soldati sotto il comando degli italiani. Li riconosci dai tarbūsh, i copricapi di panno rosso che si accendevano come bacche di caffè nel verde dei prati bassi, addomesticati con una strana ossessione dai bianchi.
Saba Anglana

