Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Le belve

INCIPIT

I

Questo è quello che m’hanno raccontato. Un pomeriggio di settembre del 1985 un uomo venne ucciso a colpi di pistola sulla porta di casa, in una città della Biscaglia. Anche il figlio di dieci anni fu ferito e morì in ospedale due giorni dopo, senza aver ripreso conoscenza. La moglie del defunto, e madre del bambino, li trovò al ritorno dal supermercato: l’uomo riverso in un lago di sangue nell’ingresso, davanti alla porta dell’appartamento; poco più in là il bambino, steso di schiena. L’uomo presentava sei fori di proiettile, di cui due letali; aveva la faccia completamente sfigurata. Il bambino era stato raggiunto alla fronte da un unico proiettile. La donna ebbe una crisi di nervi e dovette essere ricoverata. Non seppe, non le dissero, della morte di suo figlio che dopo una settimana. Per quarant’otto ore, il bambino agonizzò, solo, in rianimazione. Al momento dei fatti l’altra figlia della coppia si trovava all’estero.

La notizia, in questi termini e con espressioni quasi identiche, venne pubblicata dai giornali nazionali e, con l’aggiunta di qualche dettaglio, da quelli locali, che riportavano, per esempio, l’informazione della presunta appartenenza del defunto alla Polizia di Stato, fatto smentito da una fonte interna, la quale precisò che la vittima dell’attentato non era più un poliziotto. Un organo della sinistra abertzale ipotizzò un suo legame con i GAL, i gruppi antiterroristici di liberazione. Altri gli attribuirono simpatie di estrema destra. In ogni caso, la copertura mediatica fu scarsa, e l’attentato non conquistò la prima pagina di nessuna testata. In quel periodo l’ETA uccideva spesso, e morti più importanti, o più numerosi, catturarono l’attenzione dei cronisti. L’ETA non rivendicò mai l’attentato, e l’esecutore, o gli esecutori, non sono mai stati identificati.

Clara Usón