INCIPIT
CAPITOLO 1
MAOISTA
Dalla sera alla mattina era diventata maoista.
Senza pensarci un attimo aveva messo fine a tutte quelle poesie, quel parlare di foglie morte, mal di vivere, “uomini persi e ricordi in frantumi”: immagini che fino al giorno prima le si erano affollate in testa tra letture disordinate e sonetti imparati a memoria.
Ogni turbamento esistenziale era sparito, di punto in bianco, dal suo diario.
Il bello è che era passata da uno stato d’animo all’altro in modo repentino: dal bianco al nero, dal giorno alla notte, dalla pioggia al sole. Senza un rimpianto o una incertezza. Anzi, sembrava quasi che tutta quella noia di vivere, quell’inquietudine avessero trovato la loro soluzione. Una rottura dura e tagliente. D’altra parte, cos’erano quelle se non masturbazioni “piccolo-borghesi”?
Il 28 febbraio 1969, giorno del suo compleanno, Alice aveva dato una svolta al suo diario con la frase: “Sedici anni sono sufficienti per odiare e combattere i padroni”. In fondo alla pagina aveva disegnato una falce e martello con la scritta “Abbasso i capitalisti”. Nella pagina successiva, di nuovo: “W l’Unione dei comunisti marxisti-leninisti”, “W il pensiero del grande Mao”, “Avanti verso la presa del potere”.
Ma com’è che era iniziato?
Un giorno, sul treno per Latina, di ritorno da Roma dove era andata nel weekend a fare compagnia a sua sorella Sofia, aveva incontrato un’amica di liceo della IB. Marta Martelli era una ragazza piccoletta, con il viso rotondo, lo sguardo intelligente. Era entusiasta, stava tornando da una manifestazione organizzata da un nuovo movimento: l’Unione dei comunisti marxisti-leninisti italiani. Si rifacevano alla Cina comunista e al loro presidente Mao Tze-tung.
Alcuni fratelli e sorelle di Alice avevano vissuto il Sessantotto, oltre a Sofia che aveva partecipato incinta alla battaglia di Valle Giulia c’era Benedetto, che una volta tornato dal seminario si era iscritto a Giurisprudenza, a Roma, e quando erano scoppiate le rivolte studentesche si era gettato a capofitto nelle occupazioni universitarie. Da quel momento non era più tornato a casa.
«Sai Alice» le aveva detto Marta Martelli, «è tutta una condivisione di beni, una comunità di ideali e di lotte. La rivoluzione loro vogliono farla veramente, non come i miei genitori che sono del Pci e che ormai si sono imborghesiti. Dài, vieni a vedere, così ti rendi conto.»
Alice stava attraversando un periodo difficile: andava alla deriva, come la canzone di Nicola di Bari che faceva: “La barca sta legata al molo, io le darò la libertà, alla deriva ci andrò da solo, l’ammore mio non ci sarà”. Così aveva deciso di andare a vedere.
I militanti si riunivano in giro per i bar o negli stabili occupati. A organizzare quelli di Latina era stato invitato da Roma un militante dell’Unione, si chiamava Salvatore Siciliano.
Faceva parte della combriccola di compagni che Benedetto si era portato appresso quando era passato da Latina per delle riunioni carbonare. Con l’occasione si era spinto fino a casa per un saluto e la madre, ignara delle loro trame politiche, li aveva accolti festosa a pranzo.
Amedea Pennacchi

