INCIPIT
A quindici anni si trasferisce con sua madre in una nuova città e ricomincia in una nuova scuola. Non è un’età facile per cose del genere – l’ordine sociale scolastico è già consolidato e lui ha qualche difficoltà a farsi degli amici. A un certo punto però lega con un ragazzo, un altro tipo solitario. A volte si ritrovano dopo la scuola nel nuovo shopping centre in stile occidentale che ha appena aperto in città.
«Tu l’hai già fatto?» gli chiede l’amico.
«No» dice István.
«Neanch’io» fa l’amico, come se ammetterlo non gli costasse granché. Ha un modo semplice e naturale di parlare di sesso. Racconta a István su quali compagne ha delle fantasie, e cosa immagina di farci. Dice che spesso si masturba quattro o cinque volte al giorno, il che fa sentire István inadeguato, perché lui di solito non supera le due. Quando glielo confida, l’amico commenta: «Forse hai una pulsione sessuale debole».
Per quel che ne sa, può anche essere.
Non ha idea di come funzioni per gli altri.
Ha solo la sua esperienza.
Un giorno l’amico gli dice che l’ha fatto con una ragazza che abita dall’altra parte della ferrovia.
La notizia lo turba.
István ascolta l’amico descrivere, con una certa dovizia di particolari, com’è andata. Cerca di capire se gli sta dicendo la verità o se mente. Preferirebbe che mentisse, ma pensa che probabilmente sta dicendo la verità. Racconta cose che gli sembrano troppo precise, troppo sorprendenti per essere inventate.
Poi, dopo qualche giorno, l’amico gli dice di aver parlato con la ragazza, che si è dichiarata disponibile a farlo anche con lui.
«Sul serio?».
«Sì» dice l’amico.
István non sa se questo significa che lo faranno tutti e tre insieme, o semplicemente lui da solo con lei.
È troppo insicuro per chiedere.
Lo stesso giorno, dopo la scuola, attraversano il ponte pedonale che scavalca la ferrovia.
Sta già venendo buio.
Scendono i gradini di metallo dall’altra parte del ponte e camminano per un po’ fino a un complesso di case popolari. Non è molto diverso da quello dove vivono István e la madre, solo che qui i palazzi, sempre di pannelli prefabbricati in cemento, sono più alti. Arrivati a un portone l’amico digita al citofono il numero di un appartamento.
Passa qualche secondo senza che nessuno parli, poi il portone si apre e lui ci si infila di spalla.
L’ascensore puzza di fumo.
Mentre sale, István fissa le pareti di formica finto legno. Va lentissimo, l’ascensore, con un cigolio continuo e una specie di ticchettio distinto in corrispondenza di ogni piano.
«Tutto okay? » gli chiede l’amico.
«Sì» fa István.
David Szalay

