INCIPIT
Uno
Cos’è successo a Kinnick
Una ragazzina tutta precisa e ordinata se ne stava là, piantata nella veranda di Rhys Kinnick. Al suo fianco, un bambino coi capelli sparati in aria spostava il peso da uno scarpone all’altro. Tutti e due con lo zaino in spalla. Dietro, sulle scale, una donna sotto un ombrello si riparava dalla pioggia battente.
Era stata la ragazzina a bussare. Kinnick aprì la porta giusto di uno spiraglio. E attraverso la zanzariera sporca, gracchiò: “Riviste o cioccolato?”.
Lei, che poteva avere una decina d’anni, gli lanciò un’occhiata torva. “Che cosa hai detto?”.
Per caso si era mangiato le parole? Da quant’era che non parlava con un altro essere umano? “Ho detto, che cosa vendete voi giovani e valorosi capitalisti? Riviste o cioccolato?”.
“Non vendiamo niente”, rispose il bambino. Doveva avere sei anni, su per giù. “Siamo i tuoi nipoti”.
Al che, la gola di Kinnick sputò fuori un verso strozzato: un rantolo, l’avrebbe definito quando ancora si guadagnava da vivere scrivendo. Ma certo che erano i suoi nipoti. Non li aveva guardati bene in faccia. E la stramba signora sulle scale l’aveva tratto in inganno. Ora che li osservava meglio, riconosceva l’aria di famiglia nella curva pronunciata del labbro superiore, negli occhi infossati e indagatori. Sì, erano proprio Leah e Asher. Santo cielo! Quand’era che li aveva visti l’ultima volta? Provò a ricordare, sforzandosi di dare applicazione concreta a un concetto che per lui si faceva sempre più annebbiato: il tempo. Erano venuti a trovarlo insieme a sua figlia, un pomeriggio. Quando”’ tre anni prima’ Quattro?
A ogni modo, quelli non erano degli sconosciuti che vendevano dolcetti per la scuola. Erano i suoi nipoti, sangue del sangue di Rhys Kinnick, figli della sua unica figlia, Bethany. Solo che non potevano avere sei e dieci anni, giusto? Il calcolo richiese un ulteriore ricorso al nebuloso concetto di tempo.
“Il signor Kinnick?”. Adesso era stata la donna con l’ombrello a parlare.
“Sì”, rispose. “Sono io”. Poi guardò di nuovo i nipoti. “È tutto… State…”. I pensieri si rincorrevano troppo in fretta perché la bocca riuscisse a stargli dietro e dargli voce. Aprì di più la porta. “dov’è vostra madre?”.
“Non lo sappiamo”, rispose Leah. “Mamma è partita un paio di giorni fa. Ha detto che sarebbe tornata tra una settimana. Ieri Shane è andato a cercarla”. Tredici anni. Leah aveva tredici anni. Era la figlia del vecchio fidanzato di Bethany, quell’idiota di Dough o, meglio, Dough-iota, che era uscito di scena già da un bel po’.
Il piccoletto di otto, anzi nove anni, era Asher, figlio di Shane lo Shemo. Nove anni, sì.
Ah, il tempo, che enigma inafferrabile… inafferrabile quanto il gusto di Bethany in fatto di uomini.
Jess Walter

