INCIPIT
DOV’È EKA?
“Dov’è Eka?” L’avremo chiesto mille volte.
Nostra madre era rimasta per consentire a noi di fuggire.
Il fatto è che la guerra ha la meglio su quasi tutte le cose. Basta una raffica di proiettili di AK-47 sparati proprio nella tua via per annullare più o meno ogni altra preoccupazione. Di notte sentivamo gli spari e al mattino vedevamo l’ottone luccicare sul selciato, come se dal cielo fossero piovuti bossoli su tutta Tblisi. E fin qui la cosa è accettabile.
Ma quando il proiettile vagante di un carro armato rompe la barriera del suono davanti alla finestra della tua camera da letto, prosegue sibilando e cancella il negozio di alimentari all’angolo e l’intera famiglia che vive al piano di sopra, inizi a fare qualche programma. I nostri genitori, Irakli ed Eka, avevano programmato di portarci via tutti, e al diavolo il divorzio.
Uscire dal paese ha comportato losche tangenti, timbri rubati e certificati falsi. I soldi che la famiglia riusciva a racimolare erano appena sufficienti per un genitore e noi figli. Eka non aveva nemmeno il passaporto. Non potevamo lasciare il paese insieme.
Nel frattempo la guerra civile entrava nel vivo, e trovare fori di proiettile nei luoghi e nelle persone familiari non era più una novità. Dovevamo andarcene. Eka restò lì e noi fuggimmo con Irakli.
È così che siamo diventati orfani di madre, io e Sandro. Avevo otto anni, Sandro due più di me. A quell’età la differenza era un intero oceano di esperienze. Nonostante questo, Sandro non aveva la minima idea di cosa voleva dire essere orfani di madre, e nemmeno io.
Non c’era stata nessuna fanfara al nostro arrivo sulle coste capitaliste del Regno Unito. Ci avevano subito messo in un centro di accoglienza per rifugiato a Croydon. In quel capannone freddo fatto di letti a castello, bagni in comune e buoni pasto i corridoi erano pieni di facce angosciate.
Alla fine da qualche parte nelle viscere della macchina del ministero degli interni scattò qualche ingranaggio, la luce di uno schermo si accese e ci fu concesso lo status di rifugiati, con un “Tottenham, N17” stampato sul nostro fascicolo.
Leo Vardiashvili

