Dicono che chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, ma io non credo che conoscerla serva a qualcosa. L’avidità, la follia e l’attrazione per il sangue sono una costante della storia, e questa è una cosa che persino Dio – che sa tutto quel che si può sapere – sembra incapace di modificare.

Cavalli selvaggi, pag. 239

Il grande scrittore americano Corman McCarthy è morto ieri a 89 anni nella sua casa di Santa Fe in New Mexico. Lo ha annunciato la casa editrice Knopf.
Tra le sue opere più famose Cavalli selvaggi, il post-apocalittico La Strada (la mia recensione) per cui vinse il Pulitzer nel 2007 e Non è un paese per vecchi, adattato dai fratelli Coen in un film con Tommy Lee Jones, Javier Bardem e Josh Brolin.


Il suo primo romanzo è Il guardiano del frutteto (1965), seguono Il buio fuori (1968), Figlio di Dio (1974), Suttree (1979), Meridiano di sangue (1985).

La Trilogia della frontiera, composta da tre romanzi, è incentrata intorno alle avventure e alle vicende formative di due giovani cowboy, John Grady Cole e Billy Parham, ed è ambientata principalmente lungo il confine tra Texas e Messico. I tre romanzi: Cavalli selvaggi (1992), Oltre il confine (1994), Città della pianura (1998).

La maggior parte dei libri di McCarthy – spesso il suo nome è stato dato per favorito per il Nobel -, erano ambientati nel Sud e nel Sud Ovest degli Stati Uniti. Molti sono stati adattati da Hollywood: oltre a Non è un paese per vecchi (Oscar 2008 come miglior film), La Strada è stato portato al cinema da John Hillcoat con Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee mentre Cavalli Selvaggi – il suo primo bestseller – da Billy Bob Thornton con Matt Damon e Penélope Cruz (in Italia è uscito col titolo Passione Ribelle).

Non è un paese per vecchi (2005): Nel Texas dei nostri giorni, lungo il confine con il Messico, si incrociano i destini di tre uomini. Uno di loro sta fuggendo con una borsa piena di dollari, gli altri due lo inseguono. Due sono ancora legati ai vecchi valori della frontiera, il terzo incarna il male assoluto che distrugge ogni cosa sul suo cammino. Tutti agiscono spinti da una necessità ineluttabile, da leggi che nessuno ha il potere di cambiare, in un mondo dove solo gli spietati sopravvivono e dove si può scegliere soltanto «in quale ordine abbandonare la propria vita».

Il libro e il film dei fratelli Cohen sono tra gli esempi più fedeli di adattamento cinematografico, ma presentano comunque alcune differenze significative nel modo in cui vengono costruiti il ritmo narrativo, i personaggi e i temi della storia.
Nel romanzo la narrazione alterna la vicenda principale a brevi riflessioni in prima persona dello sceriffo Ed Tom Bell. Questi monologhi aprono diversi capitoli e costituiscono una sorta di commento morale sulla violenza, sul cambiamento della società e sul senso di smarrimento di un uomo anziano che fatica a riconoscere il mondo in cui vive. Attraverso queste riflessioni, McCarthy approfondisce il tema centrale del romanzo: la percezione che il mondo stia diventando sempre più incomprensibile e violento per la generazione più anziana.
Nel film questi monologhi vengono notevolmente ridotti. I fratelli Coen mantengono solo alcune brevi parti del discorso dello sceriffo, preferendo raccontare la storia soprattutto attraverso le immagini e l’azione. Di conseguenza il film risulta più essenziale e visivo, mentre il romanzo offre una dimensione più esplicitamente filosofica e meditativa.

Un’altra differenza riguarda la rappresentazione del personaggio di Anton Chigurh, l’assassino che insegue il protagonista. Nel libro la sua figura è già estremamente inquietante, ma il film accentua ulteriormente il suo carattere quasi simbolico, trasformandolo in una presenza implacabile e quasi astratta. La sua interpretazione da parte di Javier Bardem contribuisce a rendere il personaggio una sorta di incarnazione del destino o della violenza inevitabile.

Per quanto riguarda la trama principale, sia nel romanzo sia nel film la storia segue Llewelyn Moss, un uomo che trova una valigetta piena di denaro dopo uno scontro tra trafficanti di droga nel deserto texano e decide di tenerla. Questa scelta lo mette in fuga mentre Chigurh lo insegue senza tregua. Tuttavia nel romanzo alcuni passaggi dell’indagine e della caccia sono descritti con maggiore dettaglio, mentre il film tende a semplificare o comprimere alcune sequenze per mantenere un ritmo narrativo più serrato.
Pur mantenendo lo stesso esito narrativo, il romanzo dedica più spazio alle riflessioni finali dello sceriffo Bell sul senso della storia appena raccontata. Nel film, invece, il finale è volutamente più asciutto e sospeso: le ultime parole dello sceriffo raccontano un sogno sul padre, lasciando allo spettatore il compito di interpretarne il significato.

La strada (2006): Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell’oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po’ di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po’ di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene piú prezioso: se stessi e il loro reciproco amore. Nell’insuperabile creazione di McCarthy, la post-apocalisse assume il volto realistico di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine, dentro una natura ridotta a involucro asciutto, fra le vestigia paurosamente riconoscibili di un mondo svuotato e inutile.

Il romanzo e il film diretto da John Hillcoat raccontano la stessa storia di un padre e di un figlio che attraversano un mondo devastato da una catastrofe. Tuttavia presentano alcune differenze nel modo di costruire il racconto.
Nel romanzo lo stile è molto essenziale e minimale: i protagonisti non hanno nome e la narrazione è composta da frasi brevi e dialoghi ridotti, che accentuano il carattere simbolico e universale della storia. Il libro insiste soprattutto sulla dimensione morale e sul rapporto tra padre e figlio, rappresentato dall’idea di “portare il fuoco”, cioè mantenere viva l’umanità anche in un mondo distrutto.

Il film rimane abbastanza fedele alla trama, ma rende la storia più concreta e visiva. Attraverso gli attori, in particolare Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee, viene enfatizzata la dimensione emotiva della relazione tra i due protagonisti. Inoltre il film mostra più chiaramente il passato del protagonista e il rapporto con la moglie, interpretata da Charlize Theron, elemento che nel romanzo appare solo in brevi ricordi.
Il romanzo ha un tono più essenziale e allegorico, mentre il film sviluppa maggiormente gli aspetti emotivi e visivi della storia, pur mantenendo la stessa struttura narrativa di base.

1973

In Italia McCarthy è pubblicato da Einaudi. Le prime opere dello scrittore erano ambientate negli Appalachi, indebitate nello stile a William Faulkner, e non è un caso che l’editor dei primi cinque libri di McCarthy a Random House, Albert Erskine, fosse stato anche il curatore di The Reveirs, l’ultimo romanzo del premio Nobel.

L’anno scorso, sfidando l’età, l’autore della Trilogia della Frontiera, era tornato a scrivere dopo una lunga pausa: Il Passeggero e Stella Maris, usciti negli Usa a due mesi di distanza, erano due romanzi dalla trama intrecciata che si distaccava tematicamente e stilisticamente dall’opera precedente dello scrittore per raccontare la storia dell’amore ossessivo di Bobby e Alicia Western, due fratelli tormentati dalla legacy del padre, un fisico che aveva contribuito a realizzare la bomba atomica.
I suoi libri sono caratterizzati da uno stile cupo, crudo e angosciante, accompagnato da una grande attenzione per i dettagli e per i frequenti riferimenti culturali. In essi troviamo l’America profonda, quella di Faulkner, di Hemingway. McCarthy è stato definito dal grande critico letterario Harold Bloom uno dei “magnifici quattro” della narrativa d’oltreoceano, in buona compagnia con Philip Roth, Don DeLillo, Thomas Pynchon.

I suoi romanzi iniziano con la forza dirompente di incipit lapidari, come in Meridiano di sangue:

Eccolo, il ragazzino. È pallido e magro, indossa una camicia di lino lisa e sbrindellata. Attizza il fuoco nel retrocucina. Fuori si stendono campi arati, scuri e cosparsi di chiazze di neve, e poi boschi più scuri che celano ancora i pochi lupi rimasti. I suoi sono noti come taglialegna e venditori d’acqua, ma in realtà suo padre era maestro di scuola. Sdraiato, ubriaco, cita versi di poeti i cui nomi sono ormai andati perduti. Il ragazzo si rannicchia accanto al fuoco e lo guarda.

O in Non è un paese per vecchi:

Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e uno soltanto. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L’ultima volta il giorno dell’esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non ne avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all’esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c’entrava niente.

Vi segnalo i volumi:

“La scrittura di Cormac McCarthy è intrinsecamente liminale. Non solo i romanzi che compongono la fortunatissima Trilogia della Frontiera, ma l’intera produzione dell’autore si sviluppa su (e sviluppa) un qualche genere di margine, di periferia. Dagli oscuri anfratti della società appalachiana dei primi romanzi all’ultima frontiera post-apocalittica di The Road, McCarthy ha fatto delle estremità e degli estremi il suo tratto distintivo, imponendosi come maggiore interprete contemporaneo della grande tradizione americana dedicata all’eccentrico e a tutto ciò che è centrifugo, geograficamente o moralmente, rispetto al monolite della cultura statunitense. Si potrebbe affermare, non a torto, che l’opera di McCarthy è un’unica, ininterrotta epica della resistenza all’addomesticamento, una precisa scelta poetica che si esprime nell’elevazione dell’idea di frontiera a elemento cardine della narrazione.”

Marco Petrelli insegna Lingue e letterature angloamericane nelle Università di Bologna e Torino. Ha ottenuto il dottorato di ricerca in Letterature di lingua inglese presso la Sapienza – Università di Roma. Si occupa principalmente di Sud statunitense, gotico americano, teoria degli spazi letterari e postmoderno. I suoi saggi, dedicati ad autori americani moderni e contemporanei, sono apparsi su riviste italiane e internazionali. Collabora regolarmente per il Manifesto come critico letterario.