La libertà si presentò a Samuel come qualcosa di spaventoso, e lui camminava facendo attenzione, con le orecchie tese, gli occhi guardinghi, aspettandosi da un momento all’altro di ritrovarsi un fucile in faccia, di sentirsi dire che aveva commesso un reato. Di essere riportato al Palazzo, dove l’avrebbero lasciato fino alla fine dei suoi giorni. Ma non c’erano soldati. Erano spariti tutti. Non c’era nessuna restrizione adesso.

Un’isola, di Karen Jennings, Fazi editore 2023, traduzione dall’inglese di Monica Pareschi, pp. 192, illustrazione in copertina di Davide Bonazzi

Karen Jennings, una delle scrittrici più importanti del panorama sudafricano contemporaneo, arriva per la prima volta in Italia con il suo ultimo romanzo, finalista al Booker Prize: un toccante racconto sul senso di appartenenza e sul significato di “casa”.

Il romanzo della scrittrice sudafricana Karen Jennings è un testo molto duro, a tratti crudo, in cui l’azione principale che rappresenta il presente della narrazione si svolge nell’arco di quattro giorni, ma in quel lasso di tempo Jennings riesce a comprimere la storia turbolenta di un paese africano mai nominato e i suoi effetti disastrosi sulla vita di un uomo, Samuel, e della sua famiglia.

Incontriamo subito il protagonista, Samuel, alle prese con un corpo che il mare ha sbattuto sulla riva dell’isola in cui vive lavorando come guardiano di un faro; il suo è un esilio autoimposto su una minuscola isola al largo della terraferma, una scelta presa dopo gli eventi che hanno segnato in modo tragico la sua vita.
Samuel, settant’anni, nonostante i dolori fisici, è disciplinato nelle sue abitudini quotidiane e immutabili per garantirsi l’autosufficienza. Si prende cura dell’orto, alleva le galline, tra cui c’è la sua preferita – una vecchia, vulnerabile gallina rossa che le altre attaccano senza pietà -, spacca le pietre che gli servono per riparare i muretti e per seppellire i corpi che affiorano dal mare. Tanti corpi, che nessuno reclama, di cui nemmeno le autorità vogliono occuparsi.
La sua vita scorre monotona, gli unici esseri umani che vede sono i marinai di una motonave che ogni quindici giorni gli porta rifornimenti. Fino al giorno in cui quel corpo emerso si rivela essere ancora vivo. Saranno questo evento e il destino ultimo della sua gallina preferita, a determinare la conclusione improvvisa e violenta del libro, trasformando Samuel in ciò che non è mai stato: un uomo capace di uccidere.

Nel corso degli anni aveva imparato che razza di posto ingrato fosse l’isola. Come fosse difficile assoggettarla, educarla. La natura era ostica, in certi punti tenace, in altri inconsistente come cenere. Si propagava indisturbata, prendeva facilmente il sopravvento: eppure c’erano distese desolate dove il terreno era brullo e ostinato, una creatura di sabbia e roccia.

L’isola è un territorio aspro, spazzato dal vento, freddo e inospitale; il faro si erge su una struttura fatiscente, e Samuel lotta ogni giorno contro le difficoltà di vivere in un habitat così duro, potendo contare solo sulle proprie – ormai scarse – forze. Il ritrovamento dell’uomo sulla spiaggia, stremato, ferito, gli suscita sentimenti contrastanti. Comunque lo trascina fino a casa sua, lo adagia sul divano e attende. Quando l’uono si riprende, Samuel scopre che parla una lingua incomprensibile e i dubbi lo assalgono: è un fuggitivo, un criminale, o un rifugiato? Lo accudisce ma sempre con fare guardingo, ha paura che l’uomo lo uccida e questo timore, diviene quasi una paranoia a cui iniziano a fondersi i ricordi sempre più invadenti del suo passato poco onorevole sulla terraferma.

Samuel e la sua famiglia erano stati cacciati con la violenza dai territori in cui vivevano, dove i villaggi erano stati bruciati dai coloni bianchi. Arrivati in città, vivevano di elemosina. Era diventato maggiorenne in un paese in cui, dopo le proteste di popolo, si era sì giunti all’indipendenza dal dominio coloniale, soltanto per finire sotto una violenta dittatura militare. Samuel si era unito ai gruppi di dissidenti, decisi anche all’uso della forza per opporsi e rovesciare un regime che, sotto una patina di populismo, si era rivelato uguale ai suoi predecessori. Durante una manifestazione contro il dittatore, Samuel viene arrestato, portato in una prigione enorme (detta il Palazzo) e torturato, poi condannato a trascorrere venticinque terribili anni in carcere. Qui, per sopravvivere, Samuel si era trasformato in una spia, fornendo delazioni e nomi, denunciando persino la compagna da cui aveva avuto un figlio.

All’uscita dal carcere, si era ritrovato in un Paese diverso e si era sentito un alieno: deposto il dittatore, le cose non erano migliorate, i poveri erano ancora più poveri, affamati e privati dei servizi essenziali mentre i governanti vivevano in quartieri ricchi, sotto scorta armata. Nemmeno la sua famiglia lo rivoleva indietro; sua sorella e i suoi figli lo trattavano con disprezzo e crudeltà, mentre l’unica donna di cui si era innamorato e da cui aveva avuto un figlio (e che aveva denunciato in prigione, e poi creduta morta), non lo ha mai tenuto in grande stima, ora è una prostituta che ricorda a malapena il suo nome. Nemmeno trovare un lavoro sembrava possibile per chi, come lui, era compromesso dal suo passato. Ecco dunque la sua decisione di abbandonare tutto e rifugiarsi sull’isola. E là di maturare una totale avversione verso una società in cui non si riconosceva.

Lo lasciavano costernato, i film e le riviste del suo paese. Le persone che mostravano gli sembravano degli alieni, come l’uomo seduto sul suo divano. Con gli occhiali da sole e i tatuaggi, coperti di seta e gioielli dorati, parlavano una lingua che si riduceva a una serie di volgarità ed espressioni gergali, tutta imprecazioni e inciampi. Erano rigidi come manichini, tutti cercavano di imitare qualcosa molto al di là della loro portata. I film erano pieni di amanti, discoteche, droga e trafficanti, come se il mondo si riducesse a quello. Come se la storia non esistesse, e tutto il passato fosse qualcosa che si era svolto da un’altra parte, che sarebbe toccato ad altri ricordare.

Lo straniero arrivato sull’isola per una fortuita combinazione, diviene dunque un simbolo di riparazione e di possibile riscatto per Samuel, che ormai non ha più nessuno e niente se non – in modo del tutto provvisorio – questa terra aspra e inospitale. Potrebbe consegnare l’uomo – come dovrebbe – alla barca dei rifornimenti che arriva ogni quindici giorni; ma non lo fa.

Attraverso i flashback in cui Samuel ripercorre la sua vita, la povertà, gli ideali e poi la terribile prigionia, Jennings rende un ritratto crudo ed essenziale delle cupe dinamiche familiari, delle condizioni sociali che lo hanno reso quello che è, dei continui fallimenti e del suo senso di vergogna per come si è sempre comportato. Le reiterate delusioni lungo la sua vita si depositano l’una sull’altra come i corpi ritrovati sulla spiaggia che seppellisce sotto le pietre.

Un’isola è un romanzo breve ma duro come un pugno nello stomaco; una favola nera che offre poche speranze. Una tragica storia che affronta il colonialismo, la costruzione di un nuovo Stato, la xenofobia e la resistenza politica, insieme alla difficile situazione dei rifugiati.
Samuel è cittadino di una repubblica che è passata dal dominio coloniale all’indipendenza e poi alla dittatura militare; vive in un Paese dove dilaga la povertà, che sta affrontando una crisi di rifugiati che giungono su barconi in cerca di una vita migliore e che spesso trovano la morte in mare.
Nella sua vita ha sperimentato la povertà estrema, l’essere cacciati in modo violento dalla propria terra, la tortura e la prigionia; è stato un informatore del governo, vergognandosi e definendosi un codardo. Ha vissuto da solo per ventitré anni, mantenendo il faro e le sue galline, seppellendo i cadaveri non reclamati che si riversano sull’isola all’interno del muro a secco che ha costruito per difendere il suo orto dalle onde. E ora, in quattro giorni febbrili, confrontandosi con l’uomo approdato sull’isola, si trova a guardare in faccia tutti i fantasmi del suo passato.

Un’isola è un romanzo schietto, coraggioso nell’affrontare senza indulgere in pietismi i temi scottanti del nostro tempo: il passato come un macigno, i profughi che muoiono sulle spiagge di paesi restii ad accoglierli, le politiche fallimentari degli stati postcoloniali, attirati dall’autoritarismo come arma contro il dissenso, il cinismo e la mancanza di relazioni affettive profonde, generazioni che sembrano incapaci di amare, al massimo di mettere al mondo figli di cui non desiderano occuparsi. Questioni complesse, trattate con realismo, che l’autrice riferisce ad un mai nominato Paese africano, ma che potrebbero traslarsi anche ad altre latitudini, in Stati con un passato simile.

I due piani temporali della narrazione – i quattro giorni del presente, e gli anni del passato – sono tenuti insieme tramite degli atti di sepoltura. Il primo è quello di un amico e compagno di idee di Samuel che viene trovato morto – in seguito ad una brutale aggressione – in uno stadio abbandonato, costruito, ironia della sorte, per celebrare le conquiste dell’indipendenza. Samuel e i suoi amici non possono seppellirlo degnamente perché se fossero scoperti dalla polizia, sarebbero arrestati; allora lo seppelliscono di nascosto sotto un mucchio di immondizia. Poi ci sono le sepolture che Samuel opera sui cadaveri gettati a riva dal mare. Infine la sepoltura di una ragazza: il mare restituisce il suo corpo tra le rocce dell’isola. La sua gola è stata tagliata, forse dal suo ospite? Samuel trascina il corpo in una costruzione abbandonata, per offrigli un riparo.
Questi eventi, lungo la sua vita – la repressione, le violenze xenofobe indotte dai governi, le violenze familiari – danno a Samuel la consapevolezza che la violenza (in maiuscolo nel testo) è diventata la parola d’ordine della sua vita. Ed è con essa e contemporaneamente contro di essa, che Samuel sigilla la sua esistenza.

Qui trovate l’incipit del romanzo.

Nata nel 1982 a Città del Capo da madre di lingua afrikaans e padre inglese, Karen Jennings ha conseguito un master in Letteratura inglese e Scrittura creativa presso l’Università di Città del Capo e un dottorato di ricerca in Scrittura creativa presso l’Università di KwaZulu-Natal. Ha pubblicato una raccolta di poesie, una raccolta di racconti e quattro romanzi. Un’isola, il suo ultimo libro, tradotto in diciassette paesi, è stato finalista al Booker Prize, con la seguente motivazione:

«Un’isola racconta delle vite vissute ai margini attraverso la storia di un uomo che si è esiliato dal mondo conosciuto, solo per ritrovarsi chiamato al servizio degli altri, a loro volta esiliati dal mondo dalla crudeltà e dalle circostanze. È su queste basi che l’autrice costruisce abilmente un romanzo commovente e travolgente, fatto di perdita, sconvolgimenti politici, storia, identità, il tutto reso in una prosa maestosa e straordinaria».