In occasione dell’uscita del nuovo romanzo di Luigi Irdi, La parabola dell’anguilla, qui recensito, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autore. Come già sapete, questa è la terza indagine su cui la p.m. Sara Malerba e il maresciallo Elvio Berardi si trovano a lavorare fianco a fianco; un’indagine che parte con un enigma apparentemente senza soluzione, che man mano rivela un intricato labirinto di misteri e segreti, in cui non mancano omicidi, depistaggi, e parabole edificanti.

Abbiamo quindi chiesto a Luigi Irdi:

P.B: Come nasce l’idea di questa nuova indagine di Sara Malerba? E l’idea della parabola che dà il titolo al romanzo?

L.I.: L’idea originaria nasce in un modo un po’ bizzarro. Ero in macchina sulla E 45 verso Cesena e c’è un lungo tratto di strada in cui il segnale di Radio Maria è così potente da sovrastare ogni altra stazione. Una tizia parlava della leggenda dei fiori di veronica, i cosiddetti “Occhietti della Madonna” che poi nel libro è citata, e quello è stato l’innesco. Poi piano piano è arrivata la costruzione della struttura generale. Il titolo arriva alla fine quando hai scritto la parola fine e cominci a rileggere. Devi trovare uno spunto interessante e a me è parsa divertente la storiella delle anguille raccontata nei primi capitoli. “La parabola dell’anguilla” mi è sembrato un titolo abbastanza pop da incuriosire il lettore. Avevo proposto all’editore altri due titoli possibili ma alla fine a spuntarla è stato “La parabola dell’anguilla”.

P.B.: Qual è il processo di creazione dei suoi personaggi? Si ispira a persone conosciute o sono profili di fantasia?

L.I.: Entrambe le cose. Sara Malerba esiste veramente. E’ un’amica che fa di mestiere il PM e da lei ho preso molto. Berardi e Cantatore sono pura opera di fantasia. La biologa Paganelli esiste eccome e mi ha spiegato tutto del suo lavoro.  In linea generale vale sempre la regola per cui la documentazione nella realtà, su fatti e persone, è sempre più efficace di ciò che puoi immaginare.

P.B.: C’è uno dei personaggi a cui si sente particolarmente vicino o simile? Cosa porta di sé in quel personaggio?

L.I.: Sara Malerba, naturalmente. E’ il crocevia di sentimenti, riflessioni, interrogativi esistenziali in cui io mi riconosco molto. Mi è sempre piaciuta la filosofia e in generale l’esercizio del pensiero critico, di cui oggi siamo orfani.. L’idea, quando è nato il personaggio di Sara Malerba, era di creare la figura di una investigatrice pensante, non solo dedita all’analisi di indizi e testimonianze, ma capace di elaborare un pensiero narrativo intorno ai suoi casi. Sara indaga, ma riflette molto sulla complessità della vita, sulle scelte che si fanno (o non si fanno), sulle frustrazioni con cui dobbiamo misurarci e con le speranze che nascondiamo nel cuore. E’ una donna intelligente, inquieta, indipendente, sempre pronta (come mi pare di aver scritto in un libro precedente) “a rovesciare la frittata della ragionevolezza”, a chiedersi se per una domanda c’è solo una risposta o ce ne sono diverse. Una persona di grande flessibilità e vivacità mentale. E dotata di un grande senso della giustizia.

P.B.: Le indagini di Malerba si svolgono presso la Procura di una cittadina di provincia. Quanto è adatta la provincia come ambientazione di gialli e noir, e per quali ragioni?

L.I.: Ma guarda, non saprei . Io credo che l’elemento centrale di un romanzo sia sempre e solo la storia. Se la storia regge la puoi ambientare dove ti pare. Camilleri ci ha insegnato che si può immaginare una Vigata qualunque e costruirci dentro mille storie. Con ciò, sia chiaro, non voglio mica fare paragoni blasfemi eh?

P.B.: Quali sono i suoi autori di riferimento? Legge prevalentemente autori di gialli o noir?

L.I.: Autori di riferimento? Non credo di averne, se escludiamo i classici, a partire proprio dai Promessi Sposi. Negli ultimi anni sicuramente Carrere e Aramburu. Aramburu è autore di due dei più bei libro mai letti, Patria e I Rondoni. Ma vedi anche lì, a parte la scrittura straordinaria di Aramburu, sono le storie che hanno un’ossatura forte e che resiste a ogni spintone. Poi Cercas, anche, molto veloce e incisivo. Nei gialli / noir, non mi piace Carofiglio, che trovo noioso, apprezzo invece Manzini o la Gimenez Bartlett. Io, l’avrai capito, e forse per formazione giornalistica, sono a favore delle storie. Se devi raccontare una storia, raccontala e basta senza troppi fiocchetti. Diciamo che secondo me viviamo invece, soprattutto in Italia, in un periodo di ombelichi e fiocchetti.

P,B.: Il giallo è diventato sempre più ibrido, aperto a contaminazioni con altri generi. Sempre più autori caratterizzano le loro opere con una connotazione che pesca nel sociale, nel fondo oscuro della società mettendone in evidenza le criticità. Lo vediamo anche nei suoi romanzi: perché?

L.I.: Perché funziona. A una storia devi dare un’ambientazione e anche un senso che vada al di là della singola vicenda nuda e cruda. E poi c’è un dato. Gli scrittori, in linea generale, e quelli italiani in particolare, tendono terribilmente all’intellettualità. Non hanno vite come quelle di Conrad o Hemingway, o come quella, di grandi sofferenze, di Primo Levi. Nella maggior parte dei casi nascono nella buona borghesia e raccontano storie e personaggi addomesticati dall’intelletto. Non mi ricordo dove ho letto una frase che centra il punto perfettamente “Nei libri la gente vuole leggere ciò che non si può scrivere”. Quindi il “ ciò che non si può scrivere”, lo devi anche cercare lontano dalla tua vita, spesso mediocre.

P.B.: Che tipo di scrittore è lei? Metodico, disciplinato, ama creare degli schemi o delle scalette? Oppure è più istintivo? Ha un luogo o un orario della giornata preferito o si lascia ispirare sul momento? Segue dei rituali?

L.I.: Cerco di darmi un po’ di metodo con degli orari, in genere quelli del mattino . Sono le mie ore più produttive. Molti bigliettini sparsi. Post it appiccicati qua e là. Elenchi confusi  di “cose che devono succedere” nell’economia della storia, da cui pesco ciò che mi serve di volta in volta. Scalette no. Vado più all’impronta tenendo conto naturalmente dell’ alternanza dei personaggi. Il mio vero problema è che sono sempre stato abituato alle deadlines. Nei giornali se non consegni quell’articolo entro la determinata ora del determinato giorno puoi buttare tutto.E così mi faccio prendere dall’ansia anche quando scrivo il libro. Temo sia poco professionale.

P.B.: Lei ha alle spalle una lunga carriera di giornalista, quando ha deciso di cimentarsi nella narrativa?

L.I.: Veramente il pallino ce l’ho sempre avuto. Ho scritto altri romanzi in passato. Poi con la pensione  ho intensificato il lavoro di scrittura distesa, anche per scongiurare il rischio della pigrizia.

P.B.: Chi è Luigi Irdi quando non scrive? Ha altre passioni oltre alla scrittura? Cosa ama fare nel tempo libero?

L.I.: Tre figli sono già un bell’impegno, anche se grandi. Vado a vela. Cerco di seguire improbabili diete. Esercizio fisico e Taiji .Leggo giornali per antica abitudine. Chiacchiero un sacco ma solo con le persone che a me paiono intelligenti. E sono poche.

P.B.: Sta già preparando una nuova indagine spinosa per Malerba e Berardi?

L.I.: Vagamente

Ringraziamo moltissimo lo scrittore Luigi Irdi per averci dato modo di conoscerlo e di “guardare dietro le quinte” del suo modus operandi nella scrittura. Naturalmente speriamo di ritrovare presto Sara Malerba alla quale ormai ci siamo affezionati. E chissà che magari non la si ritrovi in qualche serie televisiva…

Nella composizione di copertina: Convento delle Suore Orsoline di Gandino (BG)