Petricchio esiste nella misura in cui vogliamo farlo esistere. Come il posto delle nostre estati da criaturi, ovunque esso sia. Da qualche parte c’è una Petricchio per tutti. Petricchio è mare, montagna, lago, campagna. È Narnia, Rokovoko, Hogwarts. È il quartiere e il cortile in cui abbiamo disegnato i nostri momenti felici. Non importa dov’è. Importa che esista.

Appetricchio, di Fabienne Agliardi, Fazi editore 2023, pp. 284

A Petricchio, paese scolpito nella pietra, solida e resistente,– Appreticchio, come ormai è diventato nella consuetudine linguistica dei suoi pochi ma tenaci abitanti – c’è un sovrannumero di Rocco, del resto il patrono è San Rocco, patrono delle feste, ma anche delle tresche. Ecco perché al nome Rocco bisogna abbinare un distintivo, il mestiere, o qualcosa di unico e inequivocabilmente associabile all’individuo. Come Rocco Ponte, bambino abbandonato e ritrovato presso il ponte di accesso al borgo; o Rocco Poeta, per dire.

Appetricchio – moto a luogo con rinforzo di consonante“, come lo ha definito l’autrice – si parla un dialetto tutto particolare, con prestiti linguistici variegati, e con personalizzazioni originali, eufoniche e azzeccate. Il risultato è sorprendentemente comprensibile, trascinante ed esilarante. Cioè, alla fine ti senti tutto appetricchiato e quasi parli in appetricchiese. In caso di necessità, c’è il paracadute, ovvero il glossario alla fine, ma non vi servirà, ci pensa la prosa e ci pensano i personaggi a farvi sentire a casa. Risate, garantite, nostalgia pure. E anche tanta ammirazione per l’autrice, che ha reso universale un cucuzzolo di case di pietra – “un centinaio di casupole sparse a cerchi concentrici” -, difficile da raggiungere, a causa di un ponte malfermo che gli abitanti evitano – il ponte dei Pertusi, cioè dei buchi… -, impossibile da fare proprio se sei forestico, circumnavigabile percorrendo un viottolo a forma di uroboro, che giri e giri e torni al punto di partenza. Un luogo che ti sembra di conoscere, specialmente se hai origini simili, anche se in altre regioni (lo dico da garfagnina).

Tra le case di Appetricchio ci si imbatte nei protagonisti che si palesano nelle loro caratteristiche ed idiosincrasie, svelati a poco a poco dall’autrice, con ironia e affetto malcelato, anzi ben palesato, creando un effetto domino di comicità.

Ce ne sono di strampalati, come il Greco e Marisella, o ingombranti come il Rocchetano, figlio di Rocco e nipote di Gaetano, strenuo difensore del paese e contrario ai forestieri, che passa le giornate di guardia alla fontana, il punto di osservazione più favorevole; e poi la delicata Adelina, che arriva dall’Argentina con una storia misteriosa alle spalle; per non parlare di Nonno Occhei, il decano del paese, il pretenzioso Cumbabbiaggio, la vedova Angiulina Lannànz, la famiglia dei Colasuonno.

Al centro della storia c’è Rosa, sposata col bresciano doc Guidodario: sono i genitori di Mapi e Lupo, gemelli che ad Appetricchio hanno trascorso tutte le vacanze della loro infanzia, a casa della dispotica nonna Milù.

Durante un viaggio di ritorno ad Appetricchio, dopo molti anni di assenza a causa di un evento nefasto, la memoria riporta a galla tanti ricordi: ecco che gli episodi, le avventure e i rapporti genuini, a volte burrascosi, con gli abitanti, parenti compresi, si ammantano di nostalgia e rimpianto, ma sono anche attraversati da un dolore che si è insinuato nelle loro vite e con cui è difficile fare i conti.

Era quello che chiamavano l’appetricchiamento: una malia di avviluppamento a usi e costumi, a gesti e parole, a sapori e profumi. Stabilirono un codice, una lingua tutta loro che, dopo un onesto rodaggio, era diventata un filo rosso di confidenza. (..) Tuttavia a Petricchio si parlava poco. Chi proferiva verbo – perlopiù sconiugato e inventato – lo mescolava a onomatopee, semplificazioni e coniazioni. Nel tempo si era pasciuto di ingegnosi suoni che scorrevano bene sul labiale, rafforzati da un deciso gesticolare a beneficio dei sordomuti, tanto che l’idioma era ormai diventato incomprensibile.

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Credits: Fazi editore

Fabienne Agliardi ci porta in questo paesello della Lucania, terra di mezzo tra montagna e mare, che sembra quasi sospeso nel tempo, dove le abitudini diventano prassi, dove l’idioma è una specie di collante che sigilla le crepe verso l’esterno e identifica un’appartenenza affettiva. Un racconto corale in cui spiccano personaggi così credibili che ti sembra di vederli e sentirli. Una sinfonia struggente che narra un mondo che forse è in via di estinzione, ma che credo mezza Italia custodisca nelle sue origini, quell’Italia fatta di paesi e borghi, spersi in luoghi più o meno impervi che si sono lasciati per lavorare, per studiare, o per conoscere l’altrove.

Con grande abilità stilistica e affabulatoria, Agliardi diverte e intenerisce, e con lievità suggerisce una riflessione profonda su affetti, origini e conservazione di un patrimonio linguistico e di tradizioni che non vorremmo lasciare andare in oblio.

Fabienne Agliardi ha frequentato i corsi di Scrittura creativa di Raul Montanari e nel 2018 la Scuola Belleville. Nel 2020 ha esordito con Buona la prima (Morellini Editore), che ha avuto ottimi riscontri di critica e di pubblico. Giornalista, laureata in Lingue con una tesi sulle parodie, ha collaborato per dieci anni con Mondadori ed è tra gli autori satirici di «Prugna». Dopo due lustri alla Bocconi ha spezzato le catene: ora è consulente in comunicazione e relazioni esterne e si dedica alla scrittura. Vive a Milano, ma quando può si rifugia in Valle d’Aosta.

Qui potete leggere l’incipit del romanzo.

Fotocomposizione di copertina: Civita di Bagnoregio, Autore Dario Nucci . Copyright Dario N. Photography