‘Onusto’ ed ‘erubescente’: reliquie linguistiche destinate all’oblio. Sono parole che appartengono a un’epoca passata, relitti di un linguaggio più ricco e articolato, ma ormai in disuso. Immaginate di tentare di inserirle in una conversazione quotidiana: l’effetto sarebbe straniante, quasi comico. Questi termini, un tempo utilizzati con eleganza e raffinatezza, sono stati gradualmente sostituiti da parole più semplici e di uso comune. La loro scomparsa è un segno dei tempi che cambiano, della rapidità con cui la lingua si evolve e si adatta alle esigenze di una società sempre più dinamica e informale. Restano, tuttavia, a testimonianza di un passato letterario e culturale che merita di essere ricordato.

Onusto, /o·nù·sto/: [dal lat. onustus, der. di onus onĕris «peso»], letter. – Carico, appesantito, meno com. aggravato. Anche con usi fig.: od’annid’alloridi gloria. Il mio prof. di latino al liceo lo usava per indicare una persona in là con gli anni.
Un aggettivo molto letterario, nel senso che abbonda nelle patrie lettere: Tasso, Carducci, Parini, Ariosto, D’Annunzio… persino Boccaccio lo usava già.

‘Onusto’ è un aggettivo che sa tanto di biblioteca polverosa e di discorsi pomposi, una di quelle parole che fanno un po’ sorridere. Troppo elegante, troppo letteraria per la nostra vita quotidiana. Immaginatevi a dire a un amico: “Sono proprio onusto di lavoro oggi!”, “Sono onusto di preoccupazioni” o “Il mio zaino è onusto di libri”. Suonerebbe strano, vero? A meno che non vogliate farvi beffe di lui, ovviamente! È un termine perfetto per descrivere personaggi un po’ sopra le righe, come il mio vecchio professore “onusto” di titoli accademici o una ricca ereditiera “onusta” di gioielli. Insomma, una parola che fa parte più del vocabolario dei romanzi storici che del nostro linguaggio di tutti i giorni, un aggettivo che rischia di diventare un fossile linguistico.

Erubescènte,/e-ru-be-scèn-te/ agg. [dal lat. erubescens –entis, part. pres. di erubescĕre «arrossire», der. di ruber «rosso»], letter. – Che diventa rosso; anche di persona che arrossisce per vergogna o pudore. Ha una sua delicatezza, poiché lo si riferisce a sentimenti come la vergogna o il pudore, e non la rabbia, ad esempio. Per le cose, lo si usa per indicare un tramonto che da rosa diventa rosso, o semplicemente per i pomodori che pian piano passano dal giallo all’arancio, al rosso.

Interessante vedere da dove viene questa caratteristica di cambiamento, di passaggio da uno stato ad un altro. “Erubescĕre” è un verbo incoativo, che esprime l’idea di inizio o di divenire (etimologicamente, deriva dal latino ‘incohare’, che significa ‘iniziare’). In linguistica, indica quei verbi che descrivono il passaggio da uno stato a un altro. Un esempio classico è proprio il verbo ‘arrossire’: chi arrossisce sta iniziando a diventare rosso in volto. In latino, il suffisso ‘-sco’ aveva proprio questa funzione di marcare l’aspetto incoativo del verbo: mentre ‘rubeo’ significa semplicemente ‘sono rosso’, ‘rubesco’ significa ‘sto diventando rosso’. Un po’ come il “going to” dell’inglese.

Cosa mi dite di queste due vecchie glorie? Vi siete mai imbattuti in loro?