Le parole “garrulo” e “quiescente” descrivono stati apparentemente opposti, ma la loro contrapposizione può illuminare diverse sfumature dell’esistenza e del linguaggio. Mentre “garrulo” evoca un’immagine di vivacità sonora, di un’attività incessante e spesso allegra, paragonabile al cinguettio continuo degli uccelli o al chiacchiericcio festoso delle persone, “quiescente” dipinge un quadro di calma, di silenzio e di sospensione dell’attività. Entrambe le parole, tuttavia, pur descrivendo polarità, possono riferirsi a fasi transitorie o a caratteristiche intrinseche di entità diverse: un ambiente prima garrulo può diventare quiescente con il calar della sera, così come un individuo generalmente loquace può avere momenti di quiete riflessiva. Questa dicotomia tra l’esuberanza sonora e il silenzio riposante ci permette di apprezzare la dinamicità e la varietà delle situazioni e dei comportamenti che il linguaggio è in grado di catturare.

Garrulo, /gàr·ru·lo/: [dal lat. garrŭlus, der. di garrire: v. garrire]; è sia aggettivo che sostantivo, è un termine che ha diversi significati e ambiti di utilizzo; si riferisce a chi o a ciò che produce un suono vivace, continuo e spesso acuto, simile al canto degli uccelli.
Come aggettivo, può riferirsi ad un uccello nel definire il suo verso, dunque che garrisce, che è stridulo. Di persona, significa pettegolo, loquace, ciarliero, rumoroso, chiassoso.
Si usa anche come attributo delle bandiere, dei drappi che garriscono al vento.
Come sostantivo è un altro nome comune dell’uccello beccofrusone. Nella classificazione zoologica, genere di uccelli (lat. scient. Garrulus) cui appartiene la ghiandaia.

Traslato agli esseri umani, descrive una persona loquace, chiacchierona, spesso con una voce squillante e allegra, che parla in modo continuo e talvolta un po’ superficiale o pettegolo, creando un’atmosfera vivace e festosa. Quindi, se descriviamo una persona come “garrula”, intendiamo dire che parla molto e in modo animato, con una voce che può ricordare il cinguettio degli uccelli, spesso in un contesto allegro o di chiacchiera informale.

Quiescente, /quie·scèn·te/: agg. [dal lat. quiescens –entis, part. pres. di quiescĕre «riposare», da quies quietis «quiete»]. – Che è in stato di quiescenza, di quiete, di inerzia, che riposa, in stato di inattività.
La parola quiescente descrive uno stato di inattività, riposo o temporanea sospensione di un’attività, di un processo o di una condizione. Indica un momento in cui qualcosa che normalmente è attivo o in movimento si trova in una fase di calma o stasi.

Ecco alcuni esempi per chiarire il significato:

  • Un vulcano quiescente è un vulcano che non sta eruttando al momento, ma che in passato ha eruttato e potrebbe farlo di nuovo in futuro. Non è spento, ma semplicemente in una fase di riposo.
  • Durante la notte, la maggior parte delle attività commerciali diventano quiescenti. I negozi chiudono e le strade si fanno più silenziose, in attesa della ripresa delle attività il giorno successivo.
  • Un sistema operativo può avere dei processi quiescenti che non stanno utilizzando risorse del computer in quel momento, ma che rimangono in memoria pronti per essere riattivati se necessario.
  • Dopo un periodo di intensa crescita, un’azienda potrebbe entrare in una fase quiescente di consolidamento, concentrandosi sul mantenimento della propria posizione di mercato piuttosto che su una rapida espansione.

In sintesi, “quiescente” si riferisce a uno stato di calma e inattività temporanea, con la potenziale possibilità di ripresa dell’attività in futuro.

Che mi dite di queste due parole? Le usate? Vi piacciono? Vi capita di leggerle o sentirle?