Barbara non sta morendo, di Alina Bronsky, Keller editore 2025, traduzione dal tedesco di Scilla Forti, pp. 248

Si guardarono negli occhi come si guardavano di rado, come forse non si erano mai guardati. A che serve parlare, se ci si è già detti tutto?

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Barbara non sta morendo si presenta come un romanzo dal tono acuto e irriverente, tipico dello stile corrosivo e caustico dell’autrice; un romanzo agrodolce e profondamente umano, che dietro un titolo enigmatico cela una storia di inaspettata trasformazione e di riscoperta degli affetti. Con la sua consueta penna tagliente e un umorismo venato di malinconia, Alina Bronsky ci introduce nella vita di Walter Schmidt, un uomo ancorato a un passato di certezze e abitudini, la cui esistenza ruota attorno alla presenza rassicurante della moglie Barbara.

Walter Schmidt è pigro emotivamente, brusco e diretto nell’esprimere il suo pensiero, poco (per niente…) incline a considerare il punto di vista degli altri, abituato a delegare a Barbara ogni incombenza pratica e affettiva. La sua insofferenza per i cambiamenti del mondo che lo circonda – dall’arrivo degli immigrati alle scelte di vita dei figli – è il segno di una rigidità caratteriale che la malattia improvvisa di Barbara lo costringe a mettere in discussione.

Il fulcro del romanzo si sposta così sulla forzata metamorfosi di Walter in “badante”, marito e “casalingo”. Bronsky non edulcora le difficoltà e le goffaggini di questo apprendistato tardivo, ma le affronta con un’ironia delicata che stempera la potenziale drammaticità della situazione, regalando episodi quasi comici. Attraverso gli occhi di Walter, il lettore è testimone di un lento e faticoso processo di consapevolezza, della scoperta di un lato di sé inedito e della necessità di colmare un vuoto affettivo mai veramente percepito prima.

Le dinamiche familiari – il rapporto conflittuale col figlio, le scelte della figlia -, fanno da sfondo a questa evoluzione personale, aggiungendo ulteriori sfumature al ritratto di un uomo alle prese con le proprie fragilità e con le complessità dei legami affettivi. Il romanzo sembra suggerire che proprio nella difficoltà e nello sconvolgimento della routine si possa trovare, inaspettatamente, la possibilità di un nuovo inizio, di una riscoperta del rapporto di coppia e di una maturazione interiore.

Barbara non sta morendo attraverso uno sguardo disincantato e un umorismo nero graffiante, invita a riflettere sulle dinamiche interpersonali, sulle aspettative sociali e sulla fragilità delle apparenze. È un libro consigliato a chi apprezza una narrazione irriverente, personaggi complessi e una prospettiva tagliente sulla realtà. Una lettura che, pur affrontando temi delicati come la malattia e l’invecchiamento, lo fa con la leggerezza e l’intelligenza che contraddistinguono la scrittura di Alina Bronsky.

Notevole e distintiva è la capacità di Bronsky di creare personaggi memorabili, seppur non sempre amabili, caratterizzati da una complessità psicologica che li rende profondamente umani nelle loro miserie. Un romanzo che invita a riflettere sulla fragilità degli equilibri, sulla necessità di mettersi in gioco e sulla sorprendente capacità dell’amore di evolvere anche nelle circostanze più impreviste. È una storia che promette di essere al contempo divertente e commovente, lasciando nel lettore un retrogusto agrodolce e la consapevolezza che non è mai troppo tardi per imparare ad amare in modo più autentico e consapevole.

Qui potete leggere l’incipit.

Alina Bronsky è nata nel 1978 a Ekaterinburg, in Russia. Ora vive a Berlino. 
Tra i suoi precedenti libri pubblicati in Italia ci sono La vendetta di Sasha (2010), I piatti più piccanti della cucina tatara (2012) e Outcast (2014) editi da E/O e Corbaccio. Per Keller editore è invece uscito L’ultimo amore di Baba Dunja (2016) e La treccia della nonna (2021).