Rieccoci con la nostra rubrica preferita, quella dedicata ai vocaboli che, diciamocelo, hanno fatto il loro tempo e ora bussano alla porta della pensione. Abbiamo già passato in rassegna un bel po’ di ‘nonnetti’ (tutti in Bookshelf!) e i vostri commenti, sempre brillanti e numerosi, hanno dimostrato quanto vi stia a cuore il destino di queste parole. Grazie di cuore per la partecipazione!
Oggi porto sotto i riflettori due nuovi ‘pensionandi’ che, temo, siano già con un piede nella fossa… Il primo, ve lo confesso, potrei anche farci pace se decidesse di non tornare più… però, insomma, se qualcuno l’ha tirato fuori dal cilindro, un’ultima chance gliela diamo? Il secondo… ditemi voi!

Genetliaco, /ge·ne·tlì·a·co/: agg. e s. m. [dal lat. genethliăcus, gr. γενεϑλιακός, der. di γενέϑλιος «natalizio»] Proprio della nascita, che riguarda la nascita; anticamente era usato soprattutto con riferimento all’oroscopo. Nell’uso comune odierno è il giorno natalizio, il compleanno (ma è parola solenne, e si dice spec. di persone illustri, principi, sovrani, capi di stato, ecc.); nel linguaggio comune viene di solito usato in tono scherzoso.

Il primo vocabolo che mettiamo sotto la lente è Genetliaco. Diciamocelo subito: ha un suono orribile. Quel ‘tli’ ti si incastra in bocca, sembra quasi un balbettio da cartone animato. Eppure, questo termine, così goffo oggi, vanta un’ascendenza piuttosto nobile, con radici nel greco genethliakos, legato alla nascita. Un tempo, forse, evocava la solennità di un evento importante, come la nascita di un sovrano o di un eroe antico, celebrato magari con odi e fasti. Ma il vero problema non è solo la pronuncia o il suo passato glorioso e ormai impolverato. Il Genetliaco ha l’imperdonabile colpa di raffreddare un evento festoso come il compleanno, rendendolo improvvisamente accademico, asettico, quasi snob. Dove finisce la carica di gioia, l’allegria dei festeggiamenti che, persino in tempi meno ‘digitali’, si traduceva in canti e banchetti popolari? ‘Buon compleanno!’ ti fa pensare subito a torta e candeline, a un’esplosione di allegria. ‘Buon genetliaco’? A cosa ti fa pensare?

Ciangottare, /cian·got·tà·re/:  v. intr. [voce onomatopeica] parlare in modo confuso e poco chiaro, spesso con difficoltà nel pronunciare le parole, oppure parlare a parole mozze, come fanno i bambini piccoli che imparano a parlare, sussurrare sommessamente. Può essere esteso anche al verso degli uccelli, simile al cinguettio, o al gorgoglio dell’acqua.

Ed eccoci al secondo vocabolo che rischia l’oblio, ma forse non senza un pizzico di giustizia: ciangottare. Già a sentirlo, sembra di percepire il suono di qualcosa che non va, un chiacchiericcio disseminato di inciampi, forse un po’ molesto. L’etimologia, a dire il vero, ci porta verso lidi più innocenti: pare derivi da un incrocio tra “cinguettare” e “ciangolare”, ovvero il suono degli uccelli o il lamento. Un connubio curioso che già di per sé genera confusione, un po’ come voler unire il canto di un usignolo con il rumore di un criceto sulla ruota.

E qui viene il bello (o il bizzarro): il primissimo significato con cui ciangottare è attestato, siamo nel Trecento, è legato all’acqua. Ciangotta l’acqua che gorgoglia, che scorre con uno sciacquio mosso e mormorato, che sciaborda in modo discontinuo. Ora, ammettiamolo, il suono della parola è piuttosto distante da quelli che associamo di solito all’acqua corrente, non evoca certo una fresca sorgente alpina o il placido scorrere di un fiume. Ma proprio per questo, in un lampo di genio linguistico medievale, riesce a cogliere dei tratti sonori originali, quel borbottio quasi lamentoso, quel fruscio irregolare che a volte l’acqua sa produrre. Un’intuizione quasi dadaista, se ci pensiamo, un modo per dare voce a un suono liquido un po’ sgraziato.

Nell’uso comune ciangottare ha perso ogni aura poetica e si è specializzato nel descrivere un parlare confuso, indistinto, a volte lamentoso o brontolante. Pensate al bambino che ancora non articola bene le parole e si esprime con un borbottio continuo, o all’anziano che, un po’ perso nei suoi pensieri, mormora frasi sconnesse. Insomma, non proprio un complimento. Non lo useremmo certo per descrivere un oratore brillante o un conversatore piacevole.

A chi potrebbe piacere un verbo così? Forse a chi ama le parole desuete per il semplice gusto di riesumarle, come un archeologo linguistico che trova una ceramica rotta ma interessante. O magari a chi, con un pizzico di masochismo fonetico, si diletta nel pronunciare suoni che evocano un fastidio latente. Per tutti gli altri, ciangottare rischia di rimanere nell’angolo, a borbottare tra sé e sé, in attesa della meritata pensione. Dite la verità, non vi manca affatto, vero?