Il mondo senza inverno, di Bruno Arpaia, Guanda 2026, pp. 240
Cosa succede quando il futuro non è più un’ipotesi lontana, ma una prosecuzione logica di ciò che stiamo già vivendo? È da questa domanda che nasce Il mondo senza inverno, il nuovo romanzo di Bruno Arpaia, ambientato nel 2078 e capace di raccontare con una lucidità che inquieta proprio perché credibile un’Europa ferita dal cambiamento climatico, attraversata da migrazioni forzate e riorganizzata secondo nuove gerarchie politiche e tecnologiche.
Il libro prosegue idealmente il percorso iniziato con Qualcosa, là fuori e ritrova alcuni dei suoi personaggi: Marta, la figlia Sara e Miguel. Li incontriamo in Scandinavia, l’ultimo Nord che sembra offrire una possibilità di salvezza dopo migrazioni, crisi ambientali e instabilità politica. Ma la sicurezza ha un prezzo: un sistema di sorveglianza totale basato sull’intelligenza artificiale e una società rigidamente divisa in caste, dove pochi godono di privilegi tecnologici mentre molti sopravvivono ai margini.
Marta, sua figlia Sara e Miguel arrivano in Scandinavia dopo un lungo percorso di spostamenti forzati. Portano con sé l’esperienza del crollo delle vecchie strutture sociali, della precarietà costante, della paura. La Scandinavia si presenta inizialmente come un luogo ordinato, efficiente, persino rassicurante: servizi funzionanti, distribuzione delle risorse, sicurezza. Ma presto emerge la vera natura di questo “ordine”.
Quasi nessuna professione si è salvata. (..) E per quella massa di disoccupati è stata dura: sentirsi inutili è peggio che sentirsi sfruttati, perciò queste persone protestavano. (..) Ma chi si sente superfluo può diventare una minaccia per qualcuno. Così, il governo ha deciso di dare a tutti un reddito minimo universale e ha costretto quelli senza lavoro, quelli inoccupabili, a trasferirsi fuori dalle città, nelle terre più aride. (..) Li ha trasformati in cittadini di serie C… Cioè, li ha deportati, lasciandoli a morire a poco a poco.
Pag. 13
La società è organizzata secondo una rigida gerarchia. I cittadini sono classificati in base alla loro utilità, produttività e affidabilità. Alcuni godono di privilegi enormi, accesso a tecnologie avanzate, potenziamenti biologici, cure mediche di alto livello. Altri vengono relegati in quartieri marginali, con accesso limitato a risorse essenziali, sotto una sorveglianza costante. L’intelligenza artificiale che governa i flussi sociali appare neutrale, razionale, efficiente. Ed è proprio questa presunta neutralità a renderla inquietante: non c’è un tiranno visibile, ma un sistema che decide tutto.
Marta inizia a percepire le crepe del meccanismo prima degli altri. Nei piccoli dettagli quotidiani, nelle conversazioni spezzate, nelle zone interdette, nei comportamenti sospetti delle autorità, si rende conto che la sicurezza è costruita su una forma di esclusione sistematica. Sara, più giovane, vive una tensione diversa: da un lato è attratta da quel mondo organizzato che promette protezione e futuro, dall’altro avverte l’ingiustizia che permea ogni aspetto della vita sociale. Miguel, invece, si muove tra ambienti diversi, entra in contatto con gruppi marginali, con reti sotterranee, con chi non ha accettato di sottomettersi alle regole del sistema.
È attraverso Miguel che prende corpo il tema della Resistenza. Non una struttura compatta e ideologica, ma una costellazione fragile di individui e piccoli gruppi che cercano di sabotare il controllo, di creare spazi di libertà, di proteggere chi è stato espulso dalla società ufficiale. La Resistenza non viene mai romanticizzata: è fatta di paura, incertezza, compromessi, fallimenti. Ma rappresenta l’unico spazio in cui sopravvive una forma di scelta etica.
L’idea (…) è che quanto più una società si affida alla tecnologia, tanto più è fragile, tanto più è vulnerabile: basta un evento inaspettato, anche minimo, oppure un nemico con i mezzi adatti per colpirla. È sufficiente intervenire nel punto giusto dei sistemi per bloccare interi settori vitali.
Pag. 141
Parallelamente, la crisi climatica continua a esercitare la sua pressione. La siccità si aggrava, le risorse diminuiscono, le tensioni crescono anche all’interno delle élite. Il sistema, che sembrava perfetto, mostra la propria fragilità. L’idea che la tecnologia possa controllare tutto entra in crisi quando la realtà biologica e naturale diventa ingestibile. E in questo contesto, i destini dei personaggi si intrecciano sempre più strettamente con il collasso delle strutture che li circondano.
La trama non procede secondo una logica da thriller, ma per accumulo: incontri, rivelazioni progressive, spostamenti, decisioni difficili. Arpaia costruisce una distopia che rinuncia agli effetti speciali per puntare tutto sulla plausibilità. Non c’è un unico grande evento risolutivo, quanto piuttosto una lenta ma inesorabile perdita di fiducia nel sistema e una crescente urgenza di scegliere da che parte stare. Il cuore del romanzo non è tanto “cosa succede” quanto “cosa significa vivere dentro questo mondo”. Il vero orrore nasce dalla normalità con cui i personaggi accettano restrizioni, controlli, discriminazioni. È un mondo che funziona troppo bene, troppo ordinatamente, ed è proprio questa efficienza a renderlo inquietante.
La crisi climatica non è uno sfondo generico, ma il motore di tutto: la siccità, la scarsità di risorse, la pressione sulle comunità diventano forze narrative concrete, capaci di cambiare i rapporti tra le persone e di far emergere conflitti latenti. La Resistenza che si muove ai margini del sistema non appare come un gesto eroico tradizionale, ma come un tentativo fragile e necessario di difendere la dignità umana.
I personaggi non sono eroi, ma persone comuni immerse in un contesto che li sovrasta. Marta porta con sé la memoria di un mondo che non esiste più; Sara rappresenta una generazione che non ha mai conosciuto un futuro stabile; Miguel è una figura di passaggio, sospesa tra identità e appartenenze. Attraverso di loro, Arpaia racconta soprattutto una domanda collettiva: come si resta umani in un sistema che tende a ridurre tutto a dati, funzioni, categorie?
La scrittura è essenziale, tesa, priva di compiacimenti. Arpaia non cerca la frase ad effetto, ma una chiarezza quasi chirurgica, che rende ancora più potente l’impatto delle idee. Il risultato è un romanzo che si legge come una storia avvincente, ma che continua a lavorare nella mente del lettore anche dopo l’ultima pagina.
Nel romanzo il rapporto tra tecnologia e potere diventa ancora più centrale e inquietante rispetto a Qualcosa, là fuori, mostrando come il progresso scientifico possa trasformarsi in uno strumento di controllo e di divisione sociale. La distopia di Arpaia nasce da problemi reali e attuali, che vengono spinti alle estreme conseguenze per smascherarne i rischi. A questa deriva fanno da argine valori essenziali come la solidarietà, la tolleranza e il senso dell’umano, che attraversano la storia come un filo resistente e tengono aperta la possibilità di un futuro diverso.
Il mondo senza inverno non è soltanto un romanzo sul futuro: è un libro che parla direttamente al nostro presente. Ci costringe a guardare in faccia le disuguaglianze, il rapporto ambiguo con la tecnologia, l’urgenza della crisi climatica. E lo fa senza prediche, ma attraverso una narrazione che pone domande scomode e necessarie. Un libro che, più che rassicurare, invita a restare vigili.

Bruno Arpaia è nato nel 1957 a Ottaviano, in provincia di Napoli. Romanziere, giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana, per Guanda ha pubblicato: Tempo perso (Premio Hammett Italia 1997), L’angelo della storia (Premio Selezione Campiello 2001, Premio Alassio Centolibri – Un autore per l’Europa 2001), Il passato davanti a noi (Premio Napoli e Premio Letterario Giovanni Comisso 2006), Per una sinistra reazionaria, L’energia del vuoto (finalista al Premio Strega 2011 e vincitore del Premio Merck Serono), La cultura si mangia!, con Pietro Greco, L’avventura di scrivere romanzi, con Javier Cercas, Prima della battaglia, Qualcosa, là fuori, Luis Sepúlveda. Il ribelle, il sognatore, Ma tu chi sei oltre a una conversazione con Luis Sepúlveda, Raccontare, resistere. I suoi libri sono tradotti in molte lingue.


Ho letto il primo e ne ricordo molto bene tono e messaggio.
Non leggerò tanto presto questo secondo però, perché, beh… fa paura.
È tutto troppo attuale e verosimile (in parte già realizzato) da far tremare.
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Hai ragione, è tutto così verosimile da diventare inquietante …
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Ma sai che è molto simile al concept di serie tv che avevo progettato l’anno scorso?
È un argomento molto interessante e incredibilmente attuale. Come dovrebbe esserlo la fantascienza
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Esatto, questo genere, che sia letteratura o tv, deve proiettare in avanti una visione con solide e riconoscibili radici nel presente per essere incisivo.
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“Qualcosa, là fuori” mi era piaciuto, anche se non mi aveva fatto impazzire. Penso che proverò a leggere anche questo. 🙂
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A me è piaciuto di più questo, ma è gusto personale.
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Fa paura quanto sembri plausibile. Più che una distopia, sembra un futuro che ha solo tolto il freno a mano. Mi colpisce molto questa idea della normalità che diventa il vero orrore. Libro necessario, anche se immagino non consolatorio
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Consolatorio solo nella misura in cui scommette su valori quali la solidarietà e la tolleranza come antidoti alla barbarie tecno-elitaria.
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