Alcune che sembrano aver scelto il silenzio, pur avendo ancora molto da dire. Ebdomadario e acribia appartengono a questa schiera discreta: la prima evoca il ritmo ordinato dei giorni, la seconda la cura quasi maniacale del dettaglio. Una cammina nel tempo, l’altra scava nella precisione. Insieme compongono una strana alleanza: la misura e l’attenzione, il calendario e la lente d’ingrandimento.
Ebdomadario, /eb·do·ma·dà·rio/: agg. e s. m. Settimanale; che si fa o ritorna ogni settimana; è stato specialmente usato per indicare la periodicità di giornali e riviste. In altri tempi, indicò il sacerdote addetto al servizio liturgico per tutta una settimana o per un giorno stabilito.
Deriva dal latino tardo hebdomadarius, der. di hebdŏmas –ădis, a sua volta dal greco hebdomás (ἑβδομάς), cioè “settimana”, costruito sul numero sette. La parola porta con sé l’eco delle antiche scansioni del tempo, quando i giorni erano già organizzati in cicli e il sette aveva un’aura quasi magica.
Un incontro ebdomadario, una rubrica ebdomadaria, una pubblicazione ebdomadaria: tutte cose che tornano con la puntualità di un vecchio orologio da parete.
Oggi è un vocabolo raro, soppiantato dal più pratico “settimanale”. Eppure ebdomadario possiede un’eleganza lieve, una musicalità che sembra fatta apposta per testi letterari o contesti colti. Usarlo significa introdurre nella frase un piccolo profumo d’altri tempi, senza scadere nell’incomprensibile.
Ebdomadario ha parenti sparsi per l’Europa, ma raramente più in salute di quanto accada in italiano. In francese, invece, la parola è addirittura di uso comune.
Acribia, /a·cri·bì·a/: s.f. Precisione meticolosa; rigore critico.
Sostantivo femminile che indica una precisione estrema, una meticolosità rigorosa, soprattutto nel lavoro intellettuale. L’acribìa dello studioso, la filologia condotta con acribìa, la revisione fatta con acribìa: qui non si tratta di semplice attenzione, ma di un’arte della minuzia.
Viene dal greco akribeia (ἀκρίβεια), che significa “esattezza”, “rigore”, “scrupolosità”. Alla base c’è akribḗs, “preciso, accurato”. È una parola che nasce già severa, con la schiena dritta e la matita appuntita.
È frequente nei contesti specialistici, accademici o critici, ma quasi assente nel linguaggio quotidiano. Eppure potrebbe essere una splendida alternativa a giri di parole come “grande precisione” o “estrema accuratezza”. Dire che qualcuno lavora con acribia è un complimento raffinato, di quelli che fanno felici anche i dizionari.
Recuperare parole come ebdomadario e acribia non è un vezzo da collezionisti di anticaglie linguistiche, ma un atto di cura verso la lingua stessa. Dire “ci vediamo con cadenza ebdomadaria” al posto di “ogni settimana” cambia il ritmo della frase, le dà una grana più fine, quasi musicale. Allo stesso modo, lodare la traduzione di un romanzo per la sua acribia è molto più che dire che è “fatta bene”: è riconoscere un lavoro di cesello, paziente e rigoroso.
Ogni volta che scegliamo una parola più precisa, più evocativa, più coraggiosa, allarghiamo il perimetro di ciò che possiamo pensare e dire.
Ebdomadario e acribia sono solo due tessere di questo mosaico, ma brillano abbastanza da ricordarci che il vocabolario non è un museo polveroso: è un giardino. E alcune piante, anche se dimenticate, fioriscono meravigliosamente appena qualcuno torna ad annaffiarle.
Voi cosa ne pensate? Vale la pena salvare queste due parole dall’oblio?


Mai sentite
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😁😁😁 almeno hai fatto una scoperta 😉
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Veramente sconosciute🙄
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In effetti queste sono poco note.
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Ebdomadario sì. Complice lo studio della lingua francese, in verità.
La seconda mi mancava.
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Urca! Queste non le ho proprio mai sentite.
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Uuuh, queste sono due perle!
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