La fertilità del maledi Amara Lakhous, Edizioni E/O 2026, traduzione di Francesco Leggio, pp. 240
Ci sono romanzi che si leggono come un’indagine e romanzi che, mentre ti tengono agganciato alla trama, ti costringono anche a guardare in faccia una storia collettiva, un intero paese. La fertilità del male di Amara Lakhous appartiene a questa seconda categoria, e lo fa con un ritmo sorprendentemente serrato: è un giallo, sì, ma soprattutto un romanzo politico e sociale, un affresco ampio, stratificato, pieno di contraddizioni.
Mi piace molto questo tipo di letteratura, quella che usa il meccanismo del poliziesco non solo per costruire suspense, ma per aprire una crepa nella realtà e farci vedere cosa c’è sotto: potere, corruzione, memoria, ferite non rimarginate. E Lakhous riesce davvero a farlo, con una scrittura limpida e con un impianto narrativo che richiama esplicitamente il passo e la tensione morale dei grandi romanzi d’indagine “alla Sciascia”. Qui però il teatro non è la Sicilia, ma l’Algeria contemporanea, raccontata nella sua ascesa e nel suo declino, in quella che appare quasi come una beffa della storia: l’indipendenza trasformata in una nuova colonizzazione interna, esercitata dagli stessi “padri della patria”, dagli eroi che avrebbero dovuto costruire una nazione libera.
Siamo a Orano, il 5 luglio 2018, giorno simbolico e delicatissimo: l’anniversario dell’Indipendenza. Una data che dovrebbe essere festa e orgoglio nazionale. Invece diventa il punto di partenza di un delitto brutale: viene trovato morto Miloud Sabri, figura di rilievo e veterano della guerra di liberazione, con un dettaglio terribile e altamente simbolico, il naso mozzato. Un omicidio che fin da subito non sembra soltanto un regolamento di conti o un gesto di violenza isolata, ma qualcosa che parla il linguaggio dell’umiliazione e della vendetta.
A occuparsi del caso è il colonnello Karim Soltani, investigatore che non è il classico “eroe positivo” senza macchie: è un comandante dell’antiterrorismo, un uomo che si muove dentro un sistema ambiguo, e che durante l’indagine si trova costretto a fare i conti non solo con i fatti, ma con il peso della memoria e della politica. E questo è uno degli aspetti più interessanti del romanzo: l’inchiesta non procede soltanto per indizi, ma scava nelle biografie e nelle complicità, e ogni passo avanti sembra aprire una porta su un passato scomodo.
Il meccanismo narrativo funziona bene: la trama è costruita per tenere il lettore dentro la storia, con interrogativi continui e una tensione che non cala. Ma il vero punto di forza non è la sorpresa finale (che comunque c’è), quanto la sensazione che l’omicidio sia solo il sintomo di qualcosa di più grande.
Il delitto diventa una chiave per leggere un paese. E più l’indagine va avanti, più si capisce che la questione non è solo scoprire “chi è stato”, ma capire perché, e soprattutto quali equilibri di potere siano stati costruiti dopo l’indipendenza. Lakhous è molto bravo a far emergere questa idea: la verità non è mai neutra, e spesso è pericolosa perché mette in crisi la narrazione ufficiale.
Uno degli aspetti che ho apprezzato di più è che l’Algeria non fa solo da sfondo: è un vero personaggio. Il romanzo attraversa, direttamente o indirettamente, momenti cruciali della storia recente: dagli anni Cinquanta e dalla guerra di liberazione, ai decenni successivi fino al 2011 e alla Primavera araba, vediamo il mito eroico della rivoluzione, le speranze collettive, e poi la progressiva trasformazione di quel sogno in un sistema di controllo, privilegi, repressione. Si sente il peso di un paese che non ha mai davvero chiuso i conti con il proprio passato. E si avverte una frattura profonda: quella tra la retorica ufficiale (l’indipendenza come liberazione) e la realtà vissuta (l’indipendenza come nuova catena). Lakhous racconta questa contraddizione con lucidità, senza prediche, ma con una durezza che lascia il segno.
In questo senso, il romanzo parla dell’Algeria ma anche di qualcosa di universale: cosa succede quando una rivoluzione diventa potere? Quando gli eroi diventano classe dirigente? Quando la memoria si trasforma in propaganda?
Lo stile di Lakhous è molto efficace: non è barocco, non è compiaciuto, e non si perde in descrizioni decorative. È una scrittura chiara, spesso tagliente, che privilegia l’azione e i dialoghi ma lascia filtrare continuamente un sottotesto politico e morale.
Si legge velocemente, ma non è un libro “leggero”. È uno di quei romanzi che ti fanno andare avanti per sapere come va a finire e, contemporaneamente, ti costringono a fermarti a riflettere su ciò che stai leggendo.
Analizzando i personaggi vediamo che siamo di fronte a figure ambigue, credibili, umane. Il colonnello Karim Soltani funziona molto bene come protagonista perché non è un detective “pulito”, né un semplice burattino del potere. È un uomo che indaga, ma anche un uomo che osserva, che interpreta, che capisce che ogni verità ha un prezzo.
E poi c’è Miloud Sabri, che anche da morto rimane centrale: non solo vittima, ma simbolo. La sua figura incarna perfettamente il tema del romanzo: l’eroe celebrato pubblicamente può nascondere un passato diverso, e la gloria può convivere con la colpa.
Interessanti anche i personaggi che ruotano intorno alla vicenda, comprese le figure femminili, che non sono semplici comparse ma portano ulteriori prospettive, mostrando come la società algerina sia attraversata da tensioni non solo politiche, ma anche culturali e personali.
La fertilità del male si inserisce con forza in quel filone contemporaneo che usa il giallo come strumento di lettura della realtà: non un “giallo da intrattenimento”, ma un romanzo dove il crimine diventa una domanda morale e politica, offrendo un contributo significativo alla letteratura postcoloniale e alle narrative che affrontano le eredità delle guerre di liberazione e le sfide delle identità nazionali contemporanee. In questo senso, Lakhous si muove in una tradizione precisa (quella che richiama Sciascia, ma anche un certo noir mediterraneo e postcoloniale), e lo fa portando un punto di vista prezioso: quello di un autore che conosce dall’interno la complessità del mondo nordafricano e la restituisce senza semplificazioni.
È un romanzo che parla di Algeria, ma che si colloca perfettamente nel dibattito letterario più ampio su identità, memoria storica, colonialismo e potere. E lo fa senza perdere la qualità narrativa, cosa non affatto scontata.
Alla fine, quello che resta dopo la lettura è una sensazione amara e potente: l’idea che il male non sia solo un evento, un crimine isolato, ma qualcosa che può diventare “fertile” quando una società smette di fare i conti con le proprie ombre.
La fertilità del male è un romanzo coinvolgente, costruito con intelligenza e scritto con una voce che riesce a essere insieme narrativa e civile. Un libro che consiglio soprattutto a chi ama il giallo che non si limita a risolvere un caso, ma prova a spiegare un mondo.

Nato in Algeria nel 1970, Amara Lakhous ha vissuto diciotto anni in Italia e dal 2014 risiede negli Stati Uniti, dove insegna nel Dipartimento di Italiano all’Università di Yale. Scrittore bilingue in arabo e in italiano, con le Edizioni E/O ha pubblicato Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, tradotto in dieci lingue e adattato per il cinema nel 2010, Divorzio all’islamica a viale Marconi, Un pirata piccolo piccolo, Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario e La zingarata della verginella di Via Ormea.


Sai, per come hai parlato del romanzo mi hai fatto pensare a Il senso di Smilla per la neve
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In certo qual modo sì.
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I gialli o noir con antieroi protagonisti mi piacciono e E/O pubblica belle robe in merito.
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Si è vero
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