Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli è uno di quei libri che si leggono come un romanzo, ma che in realtà giocano a carte scoperte con la storia. È infatti un roman à clef, cioè un “romanzo a chiave”: una narrazione che cambia nomi e dettagli, ma lascia abbastanza indizi perché il lettore riconosca personaggi reali dietro le maschere della finzione. E la chiave, in questo caso, apre le porte più sorvegliate di tutte: quelle del potere russo. Da Empoli non racconta Putin direttamente, ma ricostruisce l’officina in cui l’immagine dello “zar” viene progettata, perfezionata e infine trasformata in destino politico. Il risultato è un racconto che assomiglia a un confessionale notturno e a un manuale di illusionismo insieme: perché qui la politica non è solo comando, è soprattutto messa in scena.

Il film è stato presentato in concorso all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Con Jude Law nei panni di Vladimir Putin e Paul Dano, la pellicola ha ricevuto grande attenzione e una standing ovation al Lido. L’adattamento cinematografico omonimo diretto da Olivier Assayas riprende la stessa intuizione e prova a tradurla in immagini: la politica come teatro permanente, dove la realtà viene montata e rimontata come un film. Libro e pellicola condividono personaggi e atmosfere, ma si muovono con linguaggi diversi, e proprio per questo il confronto tra le due opere diventa interessante: il romanzo scava nella mente del potere, mentre il film tenta di mostrarne la superficie, i volti, i luoghi e le dinamiche visibili.

Durante un incontro di presentazione del suo libro in una scuola superiore, Da Empoli ha dichiarato:

Ho preparato questo libro come un saggio. A parte la vita privata del protagonista, tutti i fatti sono reali. Ho incontrato molte persone, ho viaggiato molto in Russia, è una ricostruzione molto fedele di ciò che questo Paese è stato negli ultimi vent’anni, ma al centro del potere, e del potere russo in particolare, ci sono elementi di paradosso, una permanente contraddizione, un’irrazionalità che solo la letteratura potrebbe trascrivere.

Nel libro, la trama è costruita come un lungo racconto-confessione. Il narratore, che richiama apertamente l’autore stesso, incontra a Mosca Vadim Baranov, uomo enigmatico e carismatico, ex consigliere del Cremlino e figura centrale nella costruzione del consenso attorno al nuovo leader russo. Baranov accetta di parlare, di raccontare il suo passato, ma soprattutto di spiegare come si costruisce un potere moderno.

L’ambientazione notturna e quasi sospesa dà al romanzo un tono particolare: più che un semplice resoconto storico, sembra un dialogo intimo e pericoloso, un incontro con qualcuno che ha visto il cuore del sistema e ora decide di aprirlo, almeno in parte. È come se Da Empoli mettesse il lettore seduto a un tavolo con un uomo che conosce troppi segreti.

Il racconto di Baranov attraversa la Russia post-sovietica, descritta come un Paese in preda al caos: un luogo dove lo Stato è debole, la ricchezza si concentra rapidamente nelle mani di pochi oligarchi e il potere appare frammentato e corruttibile. Gli anni Novanta diventano una specie di vuoto narrativo: l’Unione Sovietica è crollata e con essa è crollata l’idea stessa di grandezza nazionale. Il popolo non ha più un mito a cui aggrapparsi.

Ed è proprio in questo vuoto che Baranov vede un’occasione. Provenendo dal mondo della televisione e della cultura, comprende che la politica ormai non può limitarsi a governare: deve anche creare una storia in cui la popolazione possa riconoscersi.

Nel romanzo, Vladimir Putin emerge lentamente. All’inizio è quasi un personaggio secondario, un funzionario riservato, privo di un carisma evidente, ma dotato di una freddezza calcolatrice e di un senso della disciplina che lo rendono diverso dagli uomini di potere più appariscenti dell’epoca. Baranov intuisce che proprio questa apparente normalità può diventare un punto di forza: Putin è perfetto per essere plasmato, per essere trasformato nel simbolo di un ritorno all’ordine.

Da qui la trama si sviluppa come un processo di costruzione. Baranov diventa l’architetto dell’immagine pubblica del leader: sceglie il tono, il linguaggio, le paure da evocare e i nemici da creare. In questa prospettiva, Putin appare quasi come un attore che entra gradualmente nel proprio ruolo storico, mentre Baranov è il regista che scrive la sceneggiatura.

Il romanzo insiste su un punto cruciale: il potere non si regge solo su esercito e istituzioni, ma su un’immaginazione collettiva. Se un popolo crede che un uomo sia invincibile, quell’uomo lo diventa davvero.

Man mano che Putin consolida la propria posizione, anche Baranov comprende che la macchina che ha contribuito a costruire non è più pienamente controllabile. Il potere, una volta diventato sistema, smette di essere uno strumento e diventa una forza autonoma. Il romanzo lascia emergere una domanda inquietante: chi manipola chi? Il consigliere crea il leader o il leader usa il consigliere come pedina?

Il personaggio più riuscito del romanzo è senza dubbio Vadim Baranov, ispirato alla figura reale di Vladislav Surkov. È colto, ironico, capace di parlare di arte e propaganda con la stessa disinvoltura. È affascinante proprio perché non appare come un mostro: è un uomo intelligente, consapevole, quasi lucido fino alla crudeltà. La sua ambiguità è ciò che rende il romanzo potente.

Putin, invece, resta più sfuggente. Non è raccontato dall’interno, ma attraverso lo sguardo di Baranov. È un personaggio che si costruisce nella distanza: più cresce il suo potere, più diventa simbolo, e meno sembra umano.

Accanto a loro, il narratore-autore rappresenta un punto di vista occidentale: curioso, attratto e al tempo stesso turbato. È la figura che permette al lettore di fare domande, ma anche di percepire il fascino pericoloso che Baranov esercita.

Nel film diretto da Olivier Assayas, la stessa storia viene tradotta in una forma più concreta e immediata. Il cinema, a differenza del romanzo, non può vivere soltanto di riflessione: deve mostrare. Così Assayas trasforma la confessione di Baranov in una narrazione più episodica e più legata alla ricostruzione storica. Per adattare il romanzo Assayas si è rivolto allo scrittore Emmanuel Carrère, anche per ovviare alla sua scarsa familiarità con la storia e politica russa.

Il protagonista, interpretato da Paul Dano, conserva l’ambiguità del personaggio letterario ma assume una nervosità più contemporanea. Il suo Baranov sembra un intellettuale inquieto, uno che entra nel potere quasi per gioco e poi si accorge troppo tardi che quel gioco divora chi lo pratica.

Il film insiste molto sul contesto degli anni Novanta: una Russia cupa, instabile, in cui la politica si mescola alla televisione, agli oligarchi e alla criminalità economica. L’impressione è che tutto sia provvisorio e pericolante, come un palazzo costruito in fretta.

In questo ambiente Baranov incontra Putin, interpretato da Jude Law. La scelta dell’attore non punta tanto a una semplice imitazione, quanto a una resa psicologica: Putin appare trattenuto, misurato, ma con un controllo glaciale che lascia intuire una minaccia costante. Nel film, la sua presenza è più forte che nel romanzo: il personaggio acquista più corpo, più “scena”.

Il rapporto tra Baranov e Putin è il motore della trama: all’inizio sembra un rapporto sbilanciato, con Baranov nel ruolo di creatore. Ma più Putin cresce, più diventa evidente che l’uomo che doveva essere un progetto si trasforma in un potere reale, capace di emanciparsi e dominare anche chi lo ha costruito.

Il film introduce con maggiore evidenza un elemento emotivo grazie al personaggio di Ksenia (Alicia Vikander). In un mondo governato da strategia e cinismo, Ksenia rappresenta un contrappunto umano: è un legame affettivo, ma anche una possibile alternativa, un simbolo di ciò che Baranov potrebbe essere se non fosse stato inghiottito dal potere.

Sia nel romanzo che nel film, Mosca non è un semplice sfondo. È una presenza. È la città dei corridoi del potere, degli incontri notturni, degli uffici chiusi e delle stanze dove si decide il destino di milioni di persone.
Nel libro Mosca è spesso evocata come atmosfera mentale: un luogo grigio, magnetico, quasi metafisico. Nel film invece diventa materia visiva: interni cupi, ambienti freddi, un senso costante di sorveglianza e claustrofobia. L’effetto complessivo è quello di un labirinto in cui nessuno è davvero libero.
Il film non è stato girato a Mosca, ma a Riga, in Lettonia.

Il punto di contatto più evidente tra romanzo e film è l’idea che il potere contemporaneo sia una questione narrativa. Baranov tratta la politica come un’opera d’arte: non nel senso nobile del termine, ma nel senso tecnico. La politica è composizione di simboli, gestione di immagini, scelta delle parole. Il leader è un prodotto da costruire e vendere. In entrambe le opere, ciò che conta non è la realtà dei fatti, ma la capacità di imporre una versione dei fatti. La verità diventa un materiale plasmabile, e la propaganda è un modo di governare l’immaginario collettivo.

La Russia descritta da Da Empoli e Assayas è un Paese ferito, che dopo la fine dell’URSS cerca una nuova identità. Putin diventa possibile perché risponde a un bisogno emotivo: il bisogno di ordine, forza, continuità. In questo senso, la sua ascesa è meno un incidente storico e più una risposta psicologica collettiva.

Nonostante la fedeltà di fondo, le due opere divergono in modo significativo. Da Empoli costruisce un testo che spesso sembra un saggio travestito da romanzo. La trama è importante, ma ancora più importante è la riflessione: Baranov parla come un moralista moderno, analizza, interpreta, collega politica, cultura e psicologia. La storia diventa una meditazione sul potere. Assayas deve necessariamente semplificare alcune parti teoriche. Il cinema lavora con scene e corpi, e quindi privilegia il racconto degli eventi e delle dinamiche visibili. Il risultato è un film più concreto, a tratti vicino al thriller politico, ma meno ricco di quella densità intellettuale che nel libro è centrale.

Nel romanzo Putin rimane spesso un enigma, un’ombra. Nel film, grazie all’interpretazione di Jude Law, il personaggio acquista maggiore centralità. Questo rende la narrazione più immediata e drammatica, ma riduce leggermente quella sensazione di mistero che nel romanzo alimenta l’inquietudine.

Alla sua uscita, Il mago del Cremlino ha avuto un forte impatto nel panorama europeo: è stato letto come un romanzo capace di spiegare, attraverso la finzione, ciò che spesso sfugge alla cronaca politica. Molti critici hanno apprezzato soprattutto l’intelligenza della costruzione narrativa e la forza del personaggio di Baranov, figura affascinante e disturbante, simbolo del consigliere moderno che governa non con decreti ma con percezioni. Il romanzo è stato anche elogiato per la sua capacità di fondere analisi geopolitica e stile letterario. Non sono mancate, però, letture più critiche: alcuni commentatori hanno visto nel libro una semplificazione romanzata della complessità russa, o un punto di vista troppo occidentale, che rischia di trasformare la politica in un gioco estetico.

Anche il film di Assayas ha attirato grande attenzione, in parte per il tema delicato e in parte per il cast internazionale. L’interpretazione di Paul Dano è stata spesso considerata uno dei punti di forza, perché restituisce bene l’ambiguità di Baranov, mentre la scelta di Jude Law ha diviso: per alcuni efficace nel rendere la freddezza strategica del personaggio, per altri troppo distante dall’immaginario comune del Putin reale. La critica ha generalmente riconosciuto al film un’atmosfera coerente e un’eleganza formale notevole, ma alcuni recensori hanno sottolineato che la ricchezza filosofica del romanzo non sempre riesce a mantenere la stessa intensità sullo schermo, dando in certi momenti un’impressione di freddezza e di eccessivo controllo. Proprio questa distanza emotiva, però, per altri osservatori è risultata perfettamente adatta a raccontare un potere che vive di opacità e calcolo.

In conclusione, possiamo dire che romanzo e film condividono la stessa domanda di fondo: come nasce un potere che sembra inevitabile? La risposta che entrambe le opere suggeriscono è disturbante nella sua semplicità: nasce da una storia raccontata bene. Da un mito costruito con cura. Da una narrazione capace di trasformare un uomo in simbolo.

Il romanzo di Da Empoli è più introspettivo, più analitico, e lavora soprattutto sul fascino oscuro della parola e dell’idea. Il film di Assayas, invece, rende quel fascino più concreto, lo trasforma in atmosfera, volti, ambienti, e mostra il potere come una macchina che funziona attraverso immagini.

In entrambi i casi, però, resta la stessa sensazione: che la politica contemporanea non si giochi più soltanto nei parlamenti o nei palazzi governativi, ma in un territorio più sottile e più pericoloso, quello dell’immaginario collettivo. E quando qualcuno riesce a controllare quel territorio, la realtà stessa diventa negoziabile.

Giuliano da Empoli (Neuilly-sur-Seine, 1973) è uno scrittore, saggista e intellettuale italiano, noto per la sua capacità di intrecciare analisi politica e narrazione letteraria. Figlio del politologo e storico Vittorio da Empoli, ha sviluppato una formazione internazionale che lo ha portato a muoversi tra Italia, Francia e Svizzera, costruendo un profilo culturale fortemente europeo.
Nel corso della sua carriera ha lavorato anche come consulente politico e istituzionale, esperienza che ha influenzato in modo significativo la sua produzione saggistica e narrativa. È stato consigliere politico di Matteo Renzi durante il suo mandato come Presidente del Consiglio e ha diretto il think tank Volta, oltre a collaborare con diverse riviste e giornali italiani e internazionali.
Da Empoli si è affermato come autore soprattutto grazie ai suoi saggi dedicati al potere contemporaneo e ai meccanismi della comunicazione politica. Tra le sue opere più note figurano Gli ingegneri del caos (2019), un’analisi delle nuove strategie populiste e digitali, e I demoni della prosperità (2023), in cui riflette sulle contraddizioni delle società occidentali. Il successo internazionale è arrivato però con il romanzo Il mago del Cremlino (2022), tradotto in numerose lingue e accolto come una delle più incisive rappresentazioni narrative del potere russo e dei suoi retroscena.
La scrittura di Giuliano da Empoli si distingue per uno stile limpido e colto, capace di rendere accessibili temi complessi senza rinunciare alla profondità, unendo la precisione del saggista al senso della costruzione romanzesca.

Olivier Assayas (Parigi, 1955) è uno dei registi più importanti e riconoscibili del cinema francese contemporaneo. Autore dallo stile raffinato e inquieto, ha costruito una filmografia caratterizzata da un forte interesse per i cambiamenti culturali e politici della modernità, spesso raccontati attraverso personaggi in crisi, attraversati da tensioni identitarie e trasformazioni sociali.
Tra le sue opere più note spiccano Irma Vep (1996), film culto sul cinema e sul suo stesso linguaggio, Clean (2004), L’ora d’estate (L’heure d’été, 2008), riflessione intima su memoria e famiglia, e soprattutto Carlos (2010), miniserie e film di grande successo internazionale che ricostruisce la vicenda del terrorista Carlos “lo Sciacallo”, confermando la sua abilità nel raccontare la storia come intreccio di politica, ideologia e spettacolo. Negli anni successivi Assayas ha consolidato il proprio prestigio con film come Sils Maria (2014), interpretato da Juliette Binoche e Kristen Stewart, e Personal Shopper (2016).
La sua regia si distingue per un uso elegante della messa in scena, un ritmo spesso ipnotico e una particolare attenzione alle atmosfere, più che all’azione spettacolare.